Liberarsi dagli idoli della colpa è tornare innocenti, perciò rinascere soltanto e semplicemente come uomini.
VI
Oggi per vivere e realizzare se stesso (inteso in senso esistenziale e non imprenditoriale) è richiesta un’opposizione completa al sistema, negare totalmente il non-io consumistico per scoprirsi ed attuarsi come io-rivoluzionario, quell’io che è Noi, cioè quell’io in cui si realizza la compenetrazione disinteressata del singolo nella molteplicità e viceversa. L’io-rivoluzionario è perciò l’innalzamento dell’io pratico dal suolo del rapporto individuo-esterno al livello della fusione dell’individuo con la totalità organico-spirituale e della conseguente comprensione di tale completa situazione esistenziale. Il rivoluzionario-per-sé, l’io che ha raggiunto la totale consapevolezza della diversità tra lui e l’altro ma allo stesso tempo della convivenza-compartecipazione di entrambi nel Noi, che solo fornisce ad essi un senso pieno, è quindi quell’unica (e ahimé molto rara) volontà che tende continuamente a potenziarsi e accrescersi, in un rapporto dinamico-costruttivo nei confronti della Vita.
VII
Il rivoluzionario è l’alba e il tramonto dell’autocoscienza che in esso si concretizza e con esso si dissolve.
VIII
La rivoluzione è irraggiamento di Vita, inno di ribellione verso il consumo, proposta esistenziale di superamento delle tre vite kierkegaardiane.
IX
L’esperienza rivoluzionaria è amore disinteressato per la Vita: è la scelta di essere consapevoli dell’abisso, l’abbraccio totale dell’angoscia non come mera possibilità ma come conquista globale di senso autentico. L’esperienza rivoluzionaria, che al proprio culmine si fa vita-rivoluzionaria, è lo scegliere performato (scelta che dall’intimo passa completamente al grado di gesto pratico evitando il perenne rimorso e accogliendo in sé con virtù la profonda responsabilità dell’interazione) di possedere tutto rinunciando al possederlo, è il volere tutto scegliendo di non avere nulla, è porre il divino dionisiaco al proprio interno rendendosi limite illimitato al punto di godere di ogni istante vissuto con lo stupore infantile della sorpresa. Ecco perché se parliamo del rivoluzionario noi parliamo di quella figura che afferma la Vita accettandone la sofferenza, il dolore e le contraddizioni che l'accompagnano con gioioso amore per l'esistenza; ed è per questo motivo che egli è in fondo il solo che può essere creatore di valori ed è per questo stesso motivo privo di valori fissi e immutabili, vivendo “al di là del bene e del male”. Ora è possibile capire cosa significa voler superare “l’esistenza di Kierkegaard”: l’esperienza rivoluzionaria è in grado di superare la situazione di continua frustrazione e disperazione della vita estetica rinunciando alla materia limitata e limitante, e comprendendo la natura autentica e superiore del piacere che trascende la dimensione della carne “stupida”; la forma di vita etica, caratterizzata invece da un intenso e appassionato impegno individuale nell'adempimento del dovere e degli obblighi pubblici e religiosi socialmente sanciti, finirebbe con il sfociare in un completo “dimenticarsi” di sé e quindi in un continuo rinunciare nel tempo al proprio bene senza che comunque con tale sacrificio si raggiunga quello comune, situazione inconcludente e statica che l’ esperienza rivoluzionaria colma innalzando il singolo all’interno della comunità e viceversa, con un incessante scambio di significati e valori tra le due parti compenetrate tra loro in un’unità di senso gratificante e mai anonimo; il terzo stadio, quello religioso, in cui la cieca sottomissione alla volontà di Dio, pur nella sua paradossale assurdità, disvela la libertà autentica, non viene brutalmente superato dal rivoluzionario, ma “semplicemente” umanizzato, riportando sulla terra (famoso è infatti il grido d’assalto del vero uomo di prassi: "fedeltà alla terra!") e negli uomini stessi ciò che si cercava in luoghi lontani, evitando in tal modo che l’uomo annichilisca per Dio disprezzando la Vita e la madre Terra: così facendo ci riapproprieremo del nostro fondamentum e non ci rimarrà tra le mani nulla di ideale, la smetteremo di considerare vero e giusto solo il platonico mondo delle idee (mondo che per raggiungerlo richiede il momento morte), e la libertà finalmente sarà veramente sempre “deludente” nelle sue forme realizzatesi. Noi siamo solo e semplicemente degli uomini, e possiamo avere ed interagire solo e semplicemente con oggetti e situazioni a loro volta finite… comprendere ciò è immensamente tragico, ma solo la tragedia può portarci a comprendere cosa sia la felicità e a goderne (paradossalmente la vera tristezza sorgerebbe se questo fosse il migliore dei mondi possibili, se la morte non esistesse e la vita fosse un continuum di giorni in ripetizione nella loro linearità, se mancasse cioè un termine di paragone con cui confrontarci noi e la nostra esistenza) e forse la smetteremo una buona volta di piangerci addosso e ci compiaceremo di ogni cosa che gratuita ci viene offerta dalla Vita.
X
In un periodo pre-rivoluzionario l’Amore non è concesso all’essere umano, perché solo al rivoluzionario è possibile comprendere, concretizzare e sintetizzare tale situazione dicotomica-dialettica. Nelle società pacificamente dominate dall’economico infatti l’uomo e la donna, poiché totalmente scissi tra loro nella reale esistenza quotidiana, non potranno mai “scontrarsi per superarsi”. Tutto l’amore che ci circonda è semplice consumo fallocentrico.
A voi, umili lettori disincantati, dedico questi transeunti versi insurrezionali:
VI
Oggi per vivere e realizzare se stesso (inteso in senso esistenziale e non imprenditoriale) è richiesta un’opposizione completa al sistema, negare totalmente il non-io consumistico per scoprirsi ed attuarsi come io-rivoluzionario, quell’io che è Noi, cioè quell’io in cui si realizza la compenetrazione disinteressata del singolo nella molteplicità e viceversa. L’io-rivoluzionario è perciò l’innalzamento dell’io pratico dal suolo del rapporto individuo-esterno al livello della fusione dell’individuo con la totalità organico-spirituale e della conseguente comprensione di tale completa situazione esistenziale. Il rivoluzionario-per-sé, l’io che ha raggiunto la totale consapevolezza della diversità tra lui e l’altro ma allo stesso tempo della convivenza-compartecipazione di entrambi nel Noi, che solo fornisce ad essi un senso pieno, è quindi quell’unica (e ahimé molto rara) volontà che tende continuamente a potenziarsi e accrescersi, in un rapporto dinamico-costruttivo nei confronti della Vita.
VII
Il rivoluzionario è l’alba e il tramonto dell’autocoscienza che in esso si concretizza e con esso si dissolve.
VIII
La rivoluzione è irraggiamento di Vita, inno di ribellione verso il consumo, proposta esistenziale di superamento delle tre vite kierkegaardiane.
IX
L’esperienza rivoluzionaria è amore disinteressato per la Vita: è la scelta di essere consapevoli dell’abisso, l’abbraccio totale dell’angoscia non come mera possibilità ma come conquista globale di senso autentico. L’esperienza rivoluzionaria, che al proprio culmine si fa vita-rivoluzionaria, è lo scegliere performato (scelta che dall’intimo passa completamente al grado di gesto pratico evitando il perenne rimorso e accogliendo in sé con virtù la profonda responsabilità dell’interazione) di possedere tutto rinunciando al possederlo, è il volere tutto scegliendo di non avere nulla, è porre il divino dionisiaco al proprio interno rendendosi limite illimitato al punto di godere di ogni istante vissuto con lo stupore infantile della sorpresa. Ecco perché se parliamo del rivoluzionario noi parliamo di quella figura che afferma la Vita accettandone la sofferenza, il dolore e le contraddizioni che l'accompagnano con gioioso amore per l'esistenza; ed è per questo motivo che egli è in fondo il solo che può essere creatore di valori ed è per questo stesso motivo privo di valori fissi e immutabili, vivendo “al di là del bene e del male”. Ora è possibile capire cosa significa voler superare “l’esistenza di Kierkegaard”: l’esperienza rivoluzionaria è in grado di superare la situazione di continua frustrazione e disperazione della vita estetica rinunciando alla materia limitata e limitante, e comprendendo la natura autentica e superiore del piacere che trascende la dimensione della carne “stupida”; la forma di vita etica, caratterizzata invece da un intenso e appassionato impegno individuale nell'adempimento del dovere e degli obblighi pubblici e religiosi socialmente sanciti, finirebbe con il sfociare in un completo “dimenticarsi” di sé e quindi in un continuo rinunciare nel tempo al proprio bene senza che comunque con tale sacrificio si raggiunga quello comune, situazione inconcludente e statica che l’ esperienza rivoluzionaria colma innalzando il singolo all’interno della comunità e viceversa, con un incessante scambio di significati e valori tra le due parti compenetrate tra loro in un’unità di senso gratificante e mai anonimo; il terzo stadio, quello religioso, in cui la cieca sottomissione alla volontà di Dio, pur nella sua paradossale assurdità, disvela la libertà autentica, non viene brutalmente superato dal rivoluzionario, ma “semplicemente” umanizzato, riportando sulla terra (famoso è infatti il grido d’assalto del vero uomo di prassi: "fedeltà alla terra!") e negli uomini stessi ciò che si cercava in luoghi lontani, evitando in tal modo che l’uomo annichilisca per Dio disprezzando la Vita e la madre Terra: così facendo ci riapproprieremo del nostro fondamentum e non ci rimarrà tra le mani nulla di ideale, la smetteremo di considerare vero e giusto solo il platonico mondo delle idee (mondo che per raggiungerlo richiede il momento morte), e la libertà finalmente sarà veramente sempre “deludente” nelle sue forme realizzatesi. Noi siamo solo e semplicemente degli uomini, e possiamo avere ed interagire solo e semplicemente con oggetti e situazioni a loro volta finite… comprendere ciò è immensamente tragico, ma solo la tragedia può portarci a comprendere cosa sia la felicità e a goderne (paradossalmente la vera tristezza sorgerebbe se questo fosse il migliore dei mondi possibili, se la morte non esistesse e la vita fosse un continuum di giorni in ripetizione nella loro linearità, se mancasse cioè un termine di paragone con cui confrontarci noi e la nostra esistenza) e forse la smetteremo una buona volta di piangerci addosso e ci compiaceremo di ogni cosa che gratuita ci viene offerta dalla Vita.
X
In un periodo pre-rivoluzionario l’Amore non è concesso all’essere umano, perché solo al rivoluzionario è possibile comprendere, concretizzare e sintetizzare tale situazione dicotomica-dialettica. Nelle società pacificamente dominate dall’economico infatti l’uomo e la donna, poiché totalmente scissi tra loro nella reale esistenza quotidiana, non potranno mai “scontrarsi per superarsi”. Tutto l’amore che ci circonda è semplice consumo fallocentrico.
A voi, umili lettori disincantati, dedico questi transeunti versi insurrezionali:
EROS
Dispiegamenti
Multicolor
Di entità
Psichiche
Peccaminose
I sibili
Orge
Le deflagrazioni
Celebrazioni
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