giovedì 3 gennaio 2008

L'impronta

“Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. E amerò il rumore del vento nel grano... Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".

_ Si avvisano i gentili clienti che Libertà è terminata, finita, evaporata.
Sviliti ci guardiamo e senza esitare più del dovuto usciamo dal negozio e facciamo benzina.
Una signora sulla sessantina passa col suo minuscolo cane e poco dopo svanisce scendendo dal viale alberato verso l’ignoto della distanza.
_ Addio!
Ci ha mostrato il suo respiro, quel denso respiro del tempo freddo che compatto si mostra nell’incantato istante dell’espirazione.
Intorno a noi muri alti, tetti impalpabili, cielo invisibile.
La sfilata continua imperterrita e noi sul lato oscuro del pianeta proviamo a vincere il tedio di questo essere ingolfati e questo nostro testardo provare a non far parte del corteo della reverenza.
Riempiamo il bagagliaio con i nostri zaini pieni zeppi di tentativi esuberanti, progetti falliti e sorrisi beffardi.
Nessun barlume offre a noi il suo ardore per scaldarci e il motore si avvia: la candela si è conciliata con la benzina.
Iniziamo a volare e in questo lugubre viale tutto in doppia fila proviamo a sognare.
Il mondo, lo stato, la città: piste da bowling da abbattere con tutta la forza e la precisione disponibile; e noi ciechi domati dalla disgrazia del dolore assorbito lanciamo la palla e lei beffarda scorre e continua a scorrere nel tentativo di poter scrivere sulla propria patente: strike!
Inutilmente il semaforo si fa rosso, siamo già passati e i globuli saturano le vene e il sangue scala dettando al cuore il millesimo battito.
Maledetto sangue, sporco avanza tra le vene e va, va, va, non si ferma mai il contagio.
Vecchie palafitte, alberi in fiamme, copertoni e cerchioni che danzano: scrutiamo il vento, lo ascoltiamo, lo superiamo, ci illuminiamo l’asfalto da soli, noi luce che abbaglia la notte, quattro frecce e cambiamo, giù di una e a tavoletta l’acceleratore bacia la suola sporca di fango, riacceleriamo… ci abbracciamo al sospiro e mentre la radio invoca il regime delle leggi marziali e scatta il coprifuoco ci teniamo stretti al nostro cruscotto di nulla… svaniamo dissolvendo l’orizzonte e resta solo la traccia della sgommata che abbiamo lasciato impressa su questo sconsacrato terreno ora benedetto dal battistrada a continuare questo vortice di pazza disperazione e folle libidine: un sacchetto di plastica sul ciglio del mondo di catrame che si innalza, plana, scende, atterra, e ancora decolla, scruta, pensa, ride, piange, ama, soffre, lotta, trasporta e viene trasportato, inquina o si biodegrada, e poi muore… di continuo allo stesso ritmo della vita: sempre e mai.
E tutto intorno cosa rimane? La polvere alzata come muro contro i curiosi e la nostra impronta, solitaria solitudine che si fonde con il cielo e con il fango.

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