domenica 16 marzo 2008
Ode marittima di Alvaro de Campos ( eteronimo di Fernando Pessoa)
Solo, sul molo deserto, in questo mattino d'estate,
guardo verso l'entrata del porto, verso l'Indefinito,
guardo e mi appaga vedere,
piccolo, nero e chiaro, un piroscafo che entra.
Avanza lontanissimo, nitido, a suo modo classico.
Nell'aria lontana lascia dietro di sè la striscia vana del
fumo.
Sta entrando, e il mattino entra con lui, e dappertutto sulla
foce
del fiume si risveglia la vita marittima,
si alzano le vele, avanzano rimorchiatori,
spuntano piccole barche oltre le navi ormeggiate nel porto.
C'è una leggera brezza.
Ma la mia anima sta con quel che vedo meno,
col piroscafo che entra,
perchè esso sta con la Distanza e il Mattino,
col senso marittimo di questa Ora,
con la dolorosa dolcezza che sale in me come una nausea,
come il principio di un mal di mare, ma nello spirito.
Guardo da lontano il piroscafo, con una grande
indipendenza dell'anima,
e dentro di me, lentamente, un volano comincia a girare.
Tutta la vita marittima! tutto nella vita marittima!
Si insinua nel mio sangue questa seduzione sottile
e io fantastico indeterminatamente di viaggi.
Ah, le linee delle coste lontane, appiattite dall'orizzonte!
Ah, i promontori, le isole, gli arenili delle spiagge!
Le solitudini marittime, come certi momenti nel Pacifico
nei quali, non so per quale mai suggestione appresa a
scuola,
si sente pesare sui nervi il fatto che quello è il più grande
degli oceani
e il mondo e il sapore delle cose diventano un deserto
dentro di noi!
Mi chiamano le acque,
mi chiamano i mari.
Mi chiamano, levando una voce corporea, le lontananze,
sono tutte le epoche marittime sentite nel passato, che
chiamano.
Tu, marinaio inglese, Jim Barns amico mio, fosti tu
che mi insegnasti questo grido antichissimo, inglese,
che così contagiosamente riassume
per le anime complesse come la mia
il richiamo confuso delle acque,
la voce inedita e implicita di tutte le cose del mare,
dei naufragi, dei viaggi lontani, delle rischiose traversate...
Ahò ò-ò ò-ò-ò-ò-ò ò-ò-ò---yyyy...
Schooner ahò-ò ò-ò-ò-ò-ò ò-ò-ò-ò-ò----yyyy...
Ti ascolto da qui, ora, e mi desto a qualche cosa.
Freme il vento. Sale il mattino. Il caldo esplode.
Mi sento avvampare il viso.
I miei occhi coscienti si dilatano.
L'estasi in me si leva, cresce, avanza,
e con un brontolio cieco di sommossa si accentua
la rotazione del volano.
Chiglia spezzate, navi colate a picco, sangue sui mari!
Tolde piene di sangue, frammenti di corpi!
Dita mozzate sulle murate!
Teste di bambini quà e là!
Gente con gli occhi di fuori a gridare, a ululare!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!
Sento solo il mare, la preda, il saccheggio!
Sento solo battere in me, battermi
le vene delle mie tempie!
Sgocciola sangue caldo la mia sensazione dei miei occhi!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!
Ah piratas, piratas, piratas!
Piratas, amai-me e odiai-me!
Mescolatemi a voi, pirati!
La vostra furia, la vostra crudeltà come parlano al sangue
di un corpo di donna che un tempo fu il mio e di cui
sopravvive la foia!
Mi viene in mente che sarebbe interessante
impiccare i figli sotto gli occhi delle madri
( ma mi sento, mio malgrado, quelle madri),
sotterrare vivi nelle isole deserte i bambini di quattro anni
portando i genitori in barche fin lì a vederli
( ma rabbrividisco, ricordandomi di un figlio che non ho e
che sta dormendo tranquillo a casa).
Aguzzo un'ansia fredda di crimini marittimi
Ma la mia immaginazione si rifiuta di accompagnarmi.
Passa, lento vapore, passa e non restare...
Allontànati da me, allontànati dal mio sguardo,
vattene da dentro il mio cuore,
perditi nella Lontananza, nella Lontananza, bruma di Dio,
perditi, segui il tuo destino e lasciami...
Chi sono io per piangerti e interrogarti?
Chi sono io per parlarti e amarti?
Chi sono io per essere turbato dalla tua vista?
Salpa il molo, cresce il sole, si erge oro,
splendono i tetti e gli edifici del porto,
tutta questa parte della città brilla...
Parti, lasciami, diventa
prima la nave in mezzo al fiume, stagliata e nitida,
poi la nave verso l'uscita del porto piccola e nera,
poi un vago punto all'orizzonte ( oh mia angoscia!),
un punto sempre più vago all'orizzonte...,
poi nulla, e solo io e la mia tristezza,
e la grande città ora inondata di sole
e l'ora reale e nuda come un molo ormai senza navi,
e il giro lento dell'argano che, come un compasso che
ruota,
traccia un semicerchio di non so quale emozione
nel silenzio commosso della mia anima...
( Pubblicato in "Orpheu", 2 Luglio 1915; traduzione di Antonio Tabucchi.
L'ode qui pubblicata non è intera. Ho seguito qui la recita che ne è stata fatta in un film portoghese, che invito tutti a vedere, il cui titolo italiano è "Conversazione conclusa" ( titolo originale: "Conversa acabada", di Joao Botelho, Portogallo, 1981).
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