giovedì 21 febbraio 2008

Spunti sul mito

“I giovani di oggi sono per lo più dei piccoli ribelli. Ma un problema profondo sussiste dietro a questa apparenza: il problema è che non si ribellano. Tutto diviene una critica fine solo a se stessa e quindi mera sottomissione”

Vi propongo qui una fittizia intervista, fittizia per il semplice motivo che intervistatore ed intervistato sono la medesima persona, ossia io.
Vi proporrò velocemente degli spunti su cui meditare e per essere più concreto, le mie parole sono forse troppo astratte, vi consiglio la visione del documentario “Zeitgeist”, documentario che potete trovare in rete con i sottotitoli in italiano.


Se ce l’ha, quale è il fine del mito?

Il fine del mito è celare, far distogliere lo sguardo e creare una fitta rete di illusioni: esso è sottomissione.

Come adempie ciò?

Il mito crea immagini che indirizzano il mondo verso un non-senso, quel concreto non-senso che con il suo divenire sempre più reale allontana dal vero e dalla vita.

Dove esso si realizza?

La società del capitale separa gli uomini fra loro, paradossalmente, unendoli in vuoti concetti di non-pratica. Facciamoci questa precisa domanda: cosa fa in sé e per sé il potere? Esso crea un nemico. La creazione di tale entità, entità che si incarna nell’essere o nel gruppo prescelto, ha come obiettivo quello di creare con il timore consensi, con la paura unità, con la prevenzione controllo e impossibilità di movimento. Questo indebolire la volontà umana e indirizzare la prassi vuole coprire un fatto decisivo per la ribellione: la lotta di classe. Velare il motore della storia significa distrarre l’uomo dal proprio sfruttamento e non fargli prendere coscienza di sé; ciò si realizza tramite il concetto di nemico. Ecco che allora una volta i nemici sono gli ebrei, poi i pagani, i barbari, i mussulmani, le streghe, gli appestati, i neri, i comunisti, ancora gli ebrei, ancora i comunisti, gli anti-fascisti, gli anti-staliniani, gli iracheni, i talebani, ancora i mussulmani, i palestinesi, i rumeni, gli albanesi, gli zingari, i rom, gli iraniani, i terroristi… e così via. I colpevoli si redimono rovesciandosi attraverso questo sofisticato gioco degli specchi nelle vittime della situazione. Ma tutto questo complesso processo solo con un mito originario è realizzabile. E quando il mito giunge a incarnarsi nel reale come “la Verità”, che spreco diviene parlare di sfruttamento, alienazione e disuguaglianza! Pertanto: la sicurezza sociale è in pericolo, ma lo è veramente dall’esterno?!

Dunque cosa differenzia il mito dal logos?

Il mito è una narrazione sociale che utilizza il simbolico, ossia il suo è un discorrere che rinvia sempre ad altro-da-sé. È proprio questa lontananza tra il significante e il significato che rende difficilmente intelligibile il mito facendolo deviare, rispetto al senso comune, più verso la sfera dell’irrazionale. Al contrario il logos è un pensiero diretto che mira senza indugi al vero senza creare nessuna possibilità di fraintendimento o di incomprensione. Pertanto mentre il logos è in sé e per sé scoperta e critica, il mito diviene copertura, copertura che richiedendo lo sforzo del disvelamento può divenire alienazione alienante e assoggettamento. Per questa essenziale differenza la nostra società dello spettacolo e delle immagini non può fare a meno del mito: esso è il suo intrinseco medium espressivo.

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