Gli autori di questo sito si rifiutano di vedere nel materiale pornografico sia un mezzo di liberazione della sessualità (maschile e femminile), sia un mezzo che rappresenterebbe la realtà in maniera neutra. Per noi, infatti, la pornografia è solo un mezzo con cui viene rappresentata in maniera degradante le donna, e questo viene effettuato per via di un sostrato fortemente "moralista", che si attua sempre dietro la rappresentazione pornografica.
Innanzitutto, due domande mi sorgono spontanee a proposito di alcune obiezioni che ci sono state rivolte: se la pornografia rappresenta la realtà, perchè allora si continua ad usufruire di materiale pornografico? Non basterebbe solo la realtà a soddisfare gli "appetiti" sessuali?
E poi: se il porno veicolasse davvero un messaggio neutrale sulla sessualità, perchè allora sono le industrie pornografiche a fare tanti soldi e non i sessuologi, che danno un contributo informativo e scientifico sulla sessualità?
Il fatto è che la pornografia non è niente di tutto ciò: essa rappresenta ancora il vecchio desiderio di potere maschile che si appoggia alla vecchia morale bacchettona, e cioè: la donna è solo un oggetto senza coscienza, liberamente disponibile al desiderio maschile.
Se la pornografia fosse veramente liberatoria, allora non si capisce perchè dopo più di trentanni di libera circolazione di materiale pornografico si continua ad usufruirne sempre di più: l'industria pornografica è l'industria più fiorente, insieme alla prostituzione, dell'intero mercato globale.
Dopo queste domande vi lascio alla recensione del libro. Prima però voglio dire che nessuno qui è favorevole alla censura del materiale pornografico. E questo per un motivo molto semplice: la censura avrebbe il potere di rafforzare ancora di più l'immagine della pornografia come mezzo liberatorio contro la morale repressiva.
Se si agisse in questo senso infatti si commetterebbe lo stesso errore che si è commesso per esempio con l'antiproibizionismo negli Stati Uniti: invece di sedare il fenomeno dell'alcolismo, lo si è raddoppiato; e questo è quello che tuttora avviene con le droghe leggere. Forse il fascino del proibito è ciò che agisce in primis dietro tutti questi fenomeni sociali . Il "tabù" infatti genera nell'uomo il desiderio di "trasgredirlo".
Per tutti questi motivi, sarebbe allora una cattiva politica sociale quella che si esplicherebbe nella pratica della censura del materiale pornografico. Bisogna invece educare alla sua lettura, capire i suoi meccansimi inconsci, capire perchè oggi si va sempre di più verso un suo vero e proprio dominio in molte realtà sociali: dalla pubblicità soft porn, trasmessa quotidianamente ad ogni ora del giorno dalla televisione, alle immagini pubblicitarie presenti in immensi cartelloni pubblicitari che campeggiano in ogni nostra città, alle adolescenti che a tredici anni si (s)vestono come delle vere e proprie "professionelle", al vero e proprio fenomeno pornografico in internet.
Non è una caso che se ne parli così poco del fenomeno pornografico. Uno di quei fenomeni più particolari che esistono, poichè più la sua presenza si fa pressante in ogni dove e meno se ne parla.
Facciamolo uscire allora dal tabù di cui si riveste e da cui deriva in primis il suo fascino "trasgressivo", affinchè, parafrasando Stanislaw J. Lec, moltiplicando le critiche si arrivi al punto di non avere più guardiani sufficienti a controllarle.
Ed ora la recensione del libro.
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Annalisa Verza, Il dominio pornografico. Femminismo e liberalismo alla prova.
Napoli, Liguori, 2006
Recensione di Fabio Lelli – 09/01/20071. Un lungo percorso identificativo copre la prima parte del testo, una mossa preliminare alla strategia complessiva che l’autrice vuole mettere in atto sia per mettere alla prova alcuni limiti, o confini, del liberalismo e del femminismo, sia per operare un “disinnesco” della pornografia, non una sua banale e controproducente messa al bando. Si tratta evidentemente di un atteggiamento non neutrale nei confronti dell’oggetto analizzato, non motivato da moralismo ma da una precisa valutazione etico-politica.
Cosa è dunque la pornografia? Non la semplice esposizione di materiali sessualmente espliciti, ma anche e soprattutto la rappresentazione della “porné”, vale a dire della “puttana”, non certo della raffinata cortigiana, ma della donna dei postriboli, al più basso gradino della scala sociale; e ciò non avviene mettendo in scena storie di prostituzione (da notare come non venga mai raffigurato il pagamento della prestazione sessuale), ma pretendendo di raffigurare donne comuni, e quindi suggerendo, per sineddoche, che tutte le donne sono in realtà “porné”.
Ciò che è più grave in questo forma di diffamazione, è il suo nascondere una forma di dominio, un “potere erotizzato”, come sottolineato da Catherine MacKinnon: l’immagine della donna veicolata dalla pornografia è all’esatto opposto di quell’ideale di “costumatezza” che la stessa “comunità maschile”, creatrice e fruitrice della pornografia, ha imposto alle donne. La pornografia, quindi, rappresenta donne “svergognate”, degradate, che stanno inevitabilmente infrangendo il modello di comportamento che dovrebbero onorevolmente seguire. Si tratta in pratica di un doppio inganno: da un lato alla donna viene prescritto un certo modello di costumatezza, e dall’altro la stessa cultura maschile insinua per mezzo della pornografia che tutte le donne non possono mantenere questo codice di onorabilità.
Da questo raggiro, o meglio dalla sua incomprensione, nasce l’assurdità dei movimenti femministi “pro-sex” a difesa della pornografia, che possono vedere in essa o uno strumento di liberazione sessuale per l’intera società, o addirittura una rappresentazione di eguaglianza fra uomini e donne. In entrambi i casi si commette un grave errore: si scambia la pornografia con il sesso tout-court, cadendo nel suo inganno (la pornografia pretende di rappresentare la “reale” sessualità umana), avvalorando il modello di donna-porné (un’idea assolutamente maschile), per intraprendere una lotta contro la repressione sessuale, anch’essa di chiara derivazione maschile. La pornografia è dunque, nietzscheanamente, una menzogna che permette ad un certo gruppo (gli uomini) di dominarne un altro (le donne).
2. Se la pornografia fosse stata semplicemente identificata con un fenomeno di moralità privata (che coinvolge cioè unicamente adulti consenzienti), sarebbe stato estremamente difficile costruire e soprattutto giustificare quella strategia di “demistificazione” che viene proposta come alternativa alla mera censura. E sarebbe stato impossibile allontanarsi dalle prese di posizione di autori liberal come Ronald Dworkin, che difendono il diritto di espressione e che ritengono le usuali protezioni giuridiche sufficienti per affrontare gli eventuali abusi che possono essere originati dal fenomeno pornografico.
Il principio di Mill dell’harm to others quale limite e base fondamentale dell’etica e della politica liberale non deve essere scavalcato per poter agire contro la pornografia: la pornografia provoca effettivamente dei danni. Fra questi l’autrice ricorda la desensibilizzazione rispetto alla sessualità, l’imposizione sia agli uomini che alle donne di modelli di comportamento irraggiungibili e moralmente discutibili (l’esempio è l’ostentazione irresponsabile di ricchezza dei giornali patinati alla Playboy), e naturalmente gli abusi delle modelle, per le quali è poi estremamente difficoltoso dimostrare la mancanza di consenso. L’imposizione di una certa figura femminile, secondo alcune femministe fra cui Catherine MacKinnon e Andrea Dworkin, è causa inoltre della discriminazione del gruppo “donne”, e nei casi estremi anche di stupri. Le azioni legali condotte nel 1983 e nel 1984 ispirate alle tesi delle due femministe non si prefiggevano come obiettivo una censura preventiva, bensì un puro risarcimento per questi effettivi danni causati dal materiale pornografico.
Quello che qui interessa sottolineare, per rendere coerente la tesi di fondo del testo, è il danno intrinseco della pornografia, che consiste nel suo valore performativo: la pornografia è in quanto atto espressivo, una diffamazione ed uno svilimento, e quindi non può essere considerata, secondo l’autrice, alla pari di una qualsiasi altra libera espressione di un libero pensiero. Ecco perché occorre riflettere sulle strategie per affrontarla al di là delle mere “garanzie negative” e della problematica distinzione “pubblico/privato” propria della tradizione liberale. Ancora più complesso il problema del cosiddetto soft-porn, visto che nell’erotismo patinato spesso associato alla pubblicità si trasmette, sia pure in assenza di immagini sessualmente esplicite, la medesima mercificazione e svilimento della donna (e sempre di più anche dell’uomo) in modo ancora più subdolo, proprio a causa del suo non essere apertamente pornografico, privando quindi ogni eventuale fruitore della possibilità di evitarne la visione.
Si tratta, in ultima analisi, di un danno “di gruppo”, delle donne intese come gruppo; un danno estremamente grave se, come suggeriscono autori del calibro di Charles Taylor e di Joseph Raz, all’uguale rispetto e considerazione dei singoli cittadini è necessaria anche la protezione degli individui in quanto membri di gruppi specifici.
3. La pornografia si rivela in tal modo un banco di prova di grande efficacia, misurando “sul campo” i limiti estremi del classico ideale liberale della neutralità, e fungendo anche da discrimine per diverse forme di femminismo. Si può quindi leggere questo fenomeno, sempre più presente nella cultura e nell’immaginario, sia in senso negativo che in senso positivo, come un reagente eccezionale per rivelare i meccanismi interni delle ormai pacifiche idee di fondo della tradizione ben consolidata del liberalismo politico.
( da: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2007-04/verza.htm)
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