Mentre la concentrazione dell'opinione pubblica è in contemplazione sullo stato di salute dell'Uno, e dell'attentato che ha subito, oppure sulle festività natalizie, il maltempo, il superenalotto o la stagione dei saldi, pochi hanno parlato o si sono soffermati su un altro evento che sta attentando la vita di tutti noi. Ma è forse la vita dell'Uno più importante di quella di tutti? Il noi è forse nulla mentre l'io è tutto? C'è forse in questa società una vita di serie A e una di serie B, o persino di categorie minori? Ma in fondo come possono sussistere alla radice il singolo e la comunità senza una base empirica in cui sostare, base che potremmo chiamare ambiente, mondo, terra, Geo o chi per essa? Il Movimento As.Sur.Do. vi lascia con questi quesiti e con un testo che abbiamo l'onore di pubblicare e di donarvi perché lo leggiate e lo diffondiate a casa, per strada, al lavoro, a scuola, in birreria... ovunque! Buona lotta a tutti… la chimera non siamo noi!
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L’inquinamento è oggi di moda […]: si impadronisce di tutta la vita della società, ed è rappresentato illusoriamente nello spettacolo. È una chiacchiera avvilente in una pletora di scritti e discorsi erronei e mistificatori, mentre nei fatti prende tutti alla gola. Si esibisce ovunque come ideologia e guadagna terreno come processo reale. […] Lo stadio supremo della produzione mercantile e il progetto della sua negazione totale, ugualmente ricchi di contraddizioni in se stessi, crescono assieme. Sono i due lati attraverso cui si manifesta […] l’impossibilità della continuazione del funzionamento del capitalismo.
L’epoca che ha ogni mezzo tecnico per alterare assolutamente le condizioni di vita su tutta la Terra è anche l’epoca che, attraverso lo stesso sviluppo tecnico e scientifico separato, dispone di tutti i mezzi di controllo e previsione matematicamente certi per misurare con esattezza e in anticipo dove conduca […] la crescita automatica delle forze produttive alienate della società di classe, ossia per misurare il rapido degrado delle condizioni stesse della sopravvivenza.
[…] Il problema del degrado della totalità dell’ambiente naturale e umano […] diventa […] radicalmente il problema stesso della possibilità materiale di esistenza del mondo che prosegue in un tale movimento. La sua impossibilità è in effetti già perfettamente dimostrata da tutta la conoscenza scientifica separata, che non discute più se non della scadenza e dei palliativi che potrebbero, se applicati con fermezza, farla leggermente ritardare. Una tale scienza può soltanto accompagnare verso la distruzione il mondo che l’ha prodotta e che la possiede; ma è costretta a farlo a occhi aperti. Mostra così, in modo caricaturale, l’inutilità della conoscenza senza impiego.
Si misura e si estrapola con eccellente precisione il rapido aumento dell’inquinamento chimico dell’atmosfera respirabile; dell’acqua dei fiumi, dei laghi e ormai degli oceani; […] della falsificazione insensata degli alimenti; della lebbra urbanistica […].
In breve, […] il terrore […] è evidente quanto fondato; fin dal momento presente è una certezza scientifica. Ciononostante, quello che sta accadendo non è nulla di fondamentalmente nuovo: è soltanto la fine forzata del vecchio processo. Una società sempre più malata, ma sempre più potente, ha concretamente ricreato dappertutto il mondo come ambiente e scenario della sua malattia, come pianeta malato. Una società che non è ancora diventata omogenea e che non è determinata in se stessa, ma sempre più da una parte che si pone al di sopra di essa, che le è esteriore, ha sviluppato un movimento di dominio sulla natura che non si è dominato esso stesso. Il capitalismo alla fine ha portato la prova, con il proprio movimento, di non poter più sviluppare le forze produttive; e questo non quantitativamente, come molti avevano creduto di capire, ma qualitativamente.
[…] I padroni della società ora sono costretti a parlare di inquinamento, sia per combatterlo (poiché vivono, dopo tutto, sul nostro stesso pianeta […]), sia per dissimularlo: poiché la semplice verità delle “fonti inquinanti” e dei rischi attuali è sufficiente a costituire un immenso fattore di rivolta, un’esigenza materialista degli sfruttati, altrettanto vitale quanto lo è stata la lotta dei proletari del XIX secolo per la possibilità di mangiare. Dopo lo scacco fondamentale di tutti i riformismi del passato – che aspiravano tutti alla soluzione definitiva del problema delle classi – si delinea ora un nuovo riformismo, che ubbidisce alle stesse necessità dei precedenti: oliare la macchina e aprire nuove occasioni di profitto per le imprese di punta. Il settore più moderno dell’industria si lancia sui differenti palliativi dell’inquinamento come su un nuovo sbocco, tanto più redditizio in quanto c’è da impiegarvi e manipolarvi una buona parte del capitale monopolizzato dallo Stato. Ma se questo riformismo ha il proprio scacco garantito in anticipo, esattamente per le stesse ragioni dei riformismi passati, rispetto a quelli ha una radicale differenza: non ha più il tempo davanti a sé.
Lo sviluppo della produzione si è fin qui interamente realizzato come compimento dell’economia politica: sviluppo della miseria che ha invaso e degradato l’ambiente stesso della vita. La società in cui i produttori sono uccisi sul lavoro e non possono far altro che contemplarne il risultato dà loro ora apertamente da vedere e respirare il risultato generale del lavoro alienato in quanto risultato di morte. Nella società dell’economia sovrasviluppata, tutto è entrato nella sfera dei beni economici, anche l’acqua delle fonti e l’aria delle città, vale a dire: tutto è diventato male economico, “negazione compiuta dell’uomo” che raggiunge ora la sua perfetta conclusione materiale. Il conflitto tra le forze produttive moderne e i rapporti di produzione borghesi o burocratici della società capitalista è entrato nella sua ultima fase. La produzione della non-vita ha proseguito sempre più rapidamente il suo processo lineare e cumulativo; oltrepassata un’ultima soglia nel suo progresso, ora produce direttamente la morte.
La funzione ultima, confessata, essenziale dell’odierna economia sviluppata, nel mondo in cui regna il lavoro-merce che assicura tutto il potere ai suoi padroni, è la produzione d’impiego. Si è dunque ben lontani dalle idee “progressiste” del secolo precedente sulla possibile diminuzione del lavoro umano grazie alla moltiplicazione scientifica e tecnica della produzione, che dovrebbe assicurare sempre più agevolmente la soddisfazione dei bisogni precedentemente riconosciuti da tutti come reali, e senza un’alterazione fondamentale della qualità stessa dei beni che risulterebbero così disponibili. Al momento attuale si fa tutto il resto per “produrre impieghi”, […] vale a dire per utilizzare il lavoro umano in quanto lavoro alienato, salariato; e dunque si minacciano stupidamente le basi stesse della vita della specie […].
Il vecchio oceano è in se stesso indifferente all’inquinamento; ma non così è la storia, che non può essere salvata se non con l’abolizione del lavoro-merce. E la coscienza storica non ha mai avuto tanto bisogno di dominare in tutta urgenza il proprio mondo, poiché il nemico alle sue porte non è più un’illusione bensì la morte.
[…] La gestione di tutto è diventata un affare direttamente politico, persino l’erba dei prati e la possibilità di bere, persino la possibilità di dormire senza troppi sonniferi o di lavarsi senza soffrire di troppe allergie: in un tale movimento si capisce bene che […] la vecchia politica specializzata deve confessare di essere completamente finita.
[…] Ciò che condanna il potere borghese più modernizzato è il risultato insopportabile di tanta ricchezza effettivamente avvelenata. La gestione detta democratica del capitalismo, non importa in quale paese, non offre altro che le sue elezioni-dimissioni, che come si è sempre visto non cambiano mai nulla nell’insieme, e anche molto poco nel dettaglio, in una società di classi che immaginava di poter durare in definitivamente; e non cambiano di più nel momento in cui questa gestione stessa si inquieta e, per decidere certi problemi secondari ma urgenti, finge di volere alcune vaghe direttive dell’elettorato alienato e rincretinito (USA, Italia, Inghilterra, Francia). […] L’elettore non cambia quasi mai “opinione”. È proprio perché è elettore, colui che assume per un breve istante il ruolo astratto destinato precisamente a impedirgli di esistere autonomamente e di cambiare […]. E l’elettore non cambia nemmeno quando il mondo cambia sempre più precipitosamente intorno a lui: in quanto elettore, non cambierebbe nemmeno alla vigilia della fine del mondo. Ogni sistema rappresentativo è essenzialmente conservatore, mentre le condizioni di esistenza della società capitalista non hanno mai potuto essere conservate: si modificano senza interruzione e sempre più rapidamente, ma la decisione – che alla fine è sempre decisione di lasciar fare al processo stesso della produzione di merci – è lasciata interamente agli specialisti della sfera pubblica, siano essi soli nella gara oppure in concorrenza con quelli che farebbero lo stesso; e d’altronde lo annunciano ad alta voce. Ciononostante, l’uomo che ha “liberamente” votato […], proprio come l’uomo che ha votato, costretto a forza, […] la settimana dopo è capace di mostrare ciò che è veramente, partecipando a uno sciopero selvaggio o a un’insurrezione.
La sedicente “lotta contro l’inquinamento”, per il suo lato statuale e legislativo, creerà innanzitutto nuove specializzazioni, servizi ministeriali, lavoretti, proliferazione burocratica. E la sua efficacia sarà del tutto commisurata a tali mezzi. Non può diventare una volontà reale, se non trasformando il sistema produttivo attuale dalle fondamenta. E non può essere applicata con fermezza se non nell’istante in cui tutte le sue decisioni, democraticamente prese dai produttori in piena cognizione di causa, saranno controllate ed eseguite in ogni istante dai produttori stessi […]. Per decidere ed eseguire tutto questo, bisogna che i produttori diventino adulti: bisogna che tutti si impadroniscano del potere.
L’ottimismo scientifico del XIX secolo è crollato su tre punti essenziali. In primo luogo, la pretesa di garantire la rivoluzione come risoluzione felice dei conflitti esistenti […]. In secondo luogo, la visione coerente dell’universo e anche semplicemente della materia. In terzo luogo, il sentimento euforico e lineare dello sviluppo delle forze produttive. Se dominiamo il primo punto, avremo risolto il terzo; e più tardi sapremo rendere affar nostro il secondo punto e ridurlo in nostro potere. Non bisogna curare i sintomi ma la malattia stessa. Oggigiorno la paura è dappertutto: non se ne uscirà se non confidando nelle nostre forze, nella nostra capacità di distruggere ogni alienazione esistente e ogni immagine del potere che ci è sfuggita di mano.
[…] Non ci sarà da scegliere tra la festa o il disastro ma, coscientemente e a ogni biforcazione, tra mille possibilità felici o disastrose, relativamente correggibili e, dall’altra parte, il nulla. Le scelte terribili del futuro prossimo lasciano questa sola alternativa: democrazia totale o burocrazia totale. Coloro che dubitano della democrazia totale devono fare degli sforzi per provarla a se stessi, dandole l’occasione di mettersi alla prova marciando; oppure non resta loro altro che comprarsi la tomba a rate, perché “l’autorità, la si è vista all’opera, e le sue opere la condannano” (Joseph Déjacque).
“La rivoluzione o la morte”, questo slogan non è più l’espressione poetica della coscienza in rivolta, è l’ultima parola del pensiero scientifico del nostro secolo. Si applica alle minacce della specie come pure all’impossibilità per gli individui di aderire a qualcosa. […] In Francia nel 1968 […] si ebbe anche un cielo pulito, senza esattamente essere andata all’assalto per questo, dato che alcune automobili erano bruciate e tutte le altre non avevano benzina per inquinare. Quando piove, o quando ci sono nuvole di smog su Parigi, non dimenticate mai che la colpa è del Governo. La produzione industriale alienata porta la pioggia. La rivoluzione porta il bel tempo.
Guy Debord, Il pianeta malato, 1971,
ossia quasi 40 anni fa.
1 commenti:
Complimenti per l'articolo e per la traduzione, e che il "piove governo ladro" diventi lo slogan delle nostre esistenze nell'As.Sur.dO! Viva il movimento aS.SurDo, abbasso barbablu, il Papa e tutti gli annessi e connessi, come la produzione alienata, il lavoro alienato , il mercato, etc
Ciao! ;-)
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