giovedì 6 maggio 2010

Marx e la decrescita. Per un buon uso del pensiero di Marx - Seconda parte

5. Quale filosofia di Marx?

Di fronte alla presenza di queste tre diverse teorie, sorge spontanea la domanda di quale sia il tessuto connettivo che le collega, lo sfondo teorico generale o il contesto categoriale che le accomuna. In una parola, la constatazione dell’esistenza di (almeno) tre teorie diverse in Marx ci porta alla questione di quale sia la “filosofia di Marx”. Anticipiamo la risposta: Marx non ha mai chiarito fino in fondo questo problema, e una filosofia di Marx in sostanza non c’è.

In una fase della sua vita, quella dei primi anni Quaranta, fra l’abbandono dell’hegelismo e l’elaborazione del materialismo storico, Marx aderisce in effetti esplicitamente ad una filosofia, cioè al materialismo filosofico di Ludwig Feuerbach. Ma questa filosofia non può rappresentare la filosofia di collegamento delle teorie del Marx maturo, perché la prima di tali teorie che sopra abbiamo ricordato, cioè il materialismo storico, nasce, fra l’altro, proprio come critica e superamento del materialismo filosofico di Feuerbach, e questo non per accidente, ma perché vi è effettiva contraddizione fra il materialismo feuerbachiano e il materialismo storico, come è indicato in forma pregnante nelle celebri Tesi su Feuerbach.

Dopo aver abbandonato il materialismo di Feuerbach Marx non aderisce esplicitamente ad una specifica filosofia, e rispetto a questo problema si trovano, nell’insieme dei suoi scritti, indicazioni contraddittorie e non risolutive. Marx in alcune lettere dichiara la sua intenzione di scrivere un’opera di filosofia basata su Hegel, e in vari passi ribadisce la sua stima per il grande filosofo idealista, criticando chi lo tratta come un “cane morto”. In altri momenti sembra assumere come fondamento filosofico della sua opera il materialismo storico, che in questo modo si trasforma da teoria della genesi dei fatti storici in una metafisica della storia.

Infine, in altri momenti sembra dire che la propria filosofia è implicita nell’opera scientifica di analisi storica ed economica che egli andava svolgendo.

Nessuna di queste indicazioni ci permette di risolvere il problema della “filosofia di Marx”.

Esaminiamole.

Per quanto riguarda la prima indicazione, l’opera filosofica di Marx basata su Hegel non è stata scritta, e non ne possiamo ovviamente discutere. I passi nei quali Marx cerca di precisare valore e limiti della dialettica hegeliana sono troppo scarni per poter essere considerati l’esplicitazione della “filosofia di Marx”. Si può certo sostenere che nella sua indagine scientifica del modo di produzione capitalistico Marx utilizza in modo determinante alcuni elementi dell’apparato categoriale hegeliano. E’ questa una tesi sostenuta di recente, in modo molto convincente, da vari autori. Ma è chiaro che utilizzare un apparato categoriale determinato (in questo caso, la logica dialettica hegeliana) è cosa diversa dallo sviluppare una propria teorizzazione filosofica. Marx usa la dialettica hegeliana ma non teorizza in modo esplicito e compiuto tale uso. Se per “filosofia” in senso proprio intendiamo lo sviluppo teorico della categorie implicite in una prassi, tutto ciò implica che non possiamo parlare in senso proprio di una “filosofia di Marx”.

Per quanto riguarda la seconda indicazione, la trasformazione del materialismo storico da metodologia di conoscenza storica in filosofia della storia, anch’essa appare in Marx solo per brevi accenni, ma rappresenta un aspetto importante del marxismo novecentesco. Si tratta di una filosofia della storia sostanzialmente dogmatica perché basata sull’assunzione non argomentata razionalmente di un Soggetto-della-Storia (il proletariato) e di una linea generale di evoluzione della storia stessa.

Prendiamo infine in considerazione la terza risposta possibile, quella secondo la quale la filosofia di Marx è implicita nella sua attività scientifica. Questa tesi può essere declinata in vari modi, a seconda del significato che si dà al termine “scienza”. Si può in primo luogo interpretare la scienza di Marx come modellata sulle scienze moderne della natura, e in quest’ottica il contributo di Marx alla filosofia viene spiegato come la critica e il superamento di ogni forma di filosofia speculativa, che viene appunto dissolta nella scienza. Questa tesi è una semplice variante di quelle posizioni scientiste che abbiamo sopra qualificato come dogmatiche.

Si può in secondo luogo interpretare la scienza di Marx come una “scienza speculativa”, all’interno cioè dell’orbita di concetti tipici della tradizione fiosofica culminata in Hegel. In tal caso la tesi che la filosofia di Marx è implicita nella sua attività scientifica equivale alla posizione sopra discussa, cioè alla tesi che Marx nella sua opera scientifica utilizza in modo determinante l’apparato logico hegeliano senza darne una trattazione sistematica. Pur trovando convincente questa interpretazione, abbiamo già notato come essa non risolva il problema della “filosofia di Marx”.

La discussione fin qui svolta ci porta, come avevamo anticipato, alla conclusione che una “filosofia di Marx” semplicemente non c’è. Non c’è in Marx una teorizzazione filosofica adeguatamente sviluppata che elabori lo sfondo categoriale complessivo delle diverse teorie scientifiche da Marx elaborate, e questa assenza non è stata colmata, almeno non in modo convincente, dal marxismo successivo. Possiamo concludere che, in sostanza, Marx è stato un ottimo scienziato sociale e un cattivo filosofo. Se ci è permessa una piccola digressione, si può notare che queste osservazioni forniscono una soluzione piuttosto semplice al problema del rapporto fra scienza e filosofia in Marx, sul quale tanto ha dibattuto il marxismo novecentesco. Basta infatti distinguere fra due problemi diversi: da una parte il tema generale del rapporto fra scienza e filosofia, dall’altra quello del rapporto fra scienza e filosofia in Marx.

La filosofia, intesa come riflessione razionale sul senso dell’operare umano, ha ovviamente, per definizione, una carattere logicamente prioritario rispetto alle varie dimensioni dello stesso operare umano, e quindi anche rispetto alla scienza. Il che non vuol però dire che qualsiasi elaborazione filosofica sia logicamente prioritaria rispetto a qualsiasi elaborazione scientifica.

In particolare, nel caso di Marx, succede quello che succede a tanti altri scienziati di valore: è la loro elaborazione scientifica che precede e illumina la loro filosofia per lo più implicita. Si tratta, come dicevamo, di una soluzione molto semplice, che è possibile però solo oggi, dopo la dissoluzione della tradizione marxista. Infatti, all’interno di questa tradizione, tale soluzione era inaccettabile e impensabile, dato che Marx vi figurava come creatore di una teoria in cui avevano trovato soluzione tutti i precedenti problemi storico-filosofici, e che doveva soltanto venire correttamente applicata ai problemi nuovi per farne emergere la soluzione.

6. Quale Marx per il presente?

Riprendendo il filo del nostro discorso, possiamo a questo punto porci una delle domande fondamentali di questo saggio: le teorie di Marx che abbiamo sopra distinto possono essere utilizzate oggi per un pensiero ed un’azione anticapitalistiche? Anticipiamo la risposta: a nostro avviso solo la teoria del modo di produzione capitalistico ha oggi una tale valenza, non il materialismo storico né la teoria della rivoluzione. Vediamo perché.

Per quanto riguarda il materialismo storico, quanto abbiamo già detto ci sembra sufficiente.

Inteso come teoria della genesi dei fatti storici, il materialismo storico rappresenta una interessante metodologia applicabile all’intera storia umana, e non ha dunque contenuti specifici da offrire all’analisi del presente. Inteso come filosofia della storia esso diventa una metafisica priva di fondamento.

Esaminiamo allora la teoria marxiana della rivoluzione comunista, della quale finora poco abbiamo detto. Le tesi fondamentali della teoria rivoluzionaria di Marx e del marxismo (che in questo non si discosta molto dal maestro) possono probabilmente essere sintetizzate nel modo seguente: il modo di produzione capitalistico, come tutti i modi di produzione, presenta contraddizioni interne che determinano la possibilità di un suo superamento. Esso avverrà attraverso una classe sociale costituita in modo tale da essere indirizzata a promuovere e gestire il passaggio ad un superiore modo di produzione. Tale classe sociale (la classe operaia, o il proletariato, o forse il “lavoratore collettivo”: queste distinzioni, importanti da molti punti di vista, non lo sono per il nostro discorso attuale) è intrinsecamente rivoluzionaria, e il compito degli anticapitalisti è di fornire a questo intrinseco potenziale rivoluzionario gli strumenti (intellettuali e politici) per realizzarsi concretamente.

Da molto tempo riteniamo che queste tesi non abbiano nessun fondamento. Non esiste nessun argomento, né empirico né teorico, a loro favore. La classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha questa potenzialità rivoluzionaria che le viene attribuita. E’ questa la situazione di tutte le classi sfruttate (nello specifico senso marxiano, cioè come erogatori del pluslavoro da cui deriva il plusprodotto appropriato dalle classi dominanti) nei principali modi di produzione che possiamo esaminare. Le classi sfruttate sono certo capaci di lotte e ribellioni, ma non hanno mai, proprio mai, rivoluzionato il modo di produzione, cioè indotto e gestito il passaggio da un modo di produzione all’altro. In Europa i contadini si ribellano infinite volte contro lo sfruttamento feudale, ma queste ribellioni non comportano mai, di per sé, il superamento del feudalesimo. Allo stesso modo i contadini cinesi si ribellano contro lo sfruttamento cui sono sottoposti all’interno del modo di produzione asiatico, e queste rivolte, in particolari momenti di crisi, possono persino vincere sul piano politico, nel senso che mandano al potere i ribelli. Ma non cambia il modo di produzione, il capo dei ribelli contadini diventa il nuovo imperatore, e la società cinese, superata la crisi, si riassesta sui suoi fondamenti millenari. Nelle rivolte di schiavi in Sicilia, gli schiavi ribelli catturano i loro padroni e ne fanno i propri schiavi. Si ribellano non per abolire la schiavitù, ma per diventare essi stessi schiavisti.

Nei tempi moderni la classe operaia, o più in generale il proletariato, non ha fatto nulla di diverso. La classe operaia ha lottato contro lo sfruttamento, è arrivata a imporre cambiamenti politici, ma non ha mai, proprio mai, indotto un cambiamento del modo di produzione.

Questi fatti, difficili da eludere, hanno secondo noi un fondamento teorico: le classi sfruttate, proprio perché sfruttate, sono interne al funzionamento del modo di produzione che organizza lo sfruttamento, e non sono quindi minimamente in grado di avviare una dinamica superatrice del modo di produzione stesso. Il fatto di essere sfruttate implica infatti un ruolo preciso all’interno di una società strutturata su un dato modo di produzione, e questo dà alle classi sfruttate un ruolo sociale, una rete di relazioni, una coscienza di sé, che le rende capaci di azione sociale e anche politica. Ma ruolo sociale, relazioni, coscienza di sé sono, appunto, legate al loro ruolo all’interno di quel modo di produzione, e rendono quindi impossibile l’avviare, in quanto classe, una dinamica storica di superamento del modo di produzione. La stessa situazione oggettiva che dà alla classe sfruttata la possibilità di lottare contro il proprio sfruttamento rende ad essa impossibile lottare per il superamento del modo di produzione nel quale essa è sfruttata.

L’esempio principale di un mutamento rivoluzionario del modo di produzione indotto e gestito da una classe sociale, quello che Marx e i marxisti hanno sempre presente, è rappresentato ovviamente dalla rivoluzione borghese che abbatte il feudalesimo e instaura il modo di produzione capitalistico. Anche questo esempio conferma quanto stiamo dicendo. Infatti, nel modo di produzione feudale la classe sfruttata, nel senso marxiano, non è rappresentata dalla borghesia, ma, ovviamente, dai contadini. La borghesia nel feudalesimo è una classe in qualche modo “interstiziale”, che non partecipa, cioè, alla produzione del plusprodotto, ma organizza i processi del suo scambio, lucrando su di essi. E’ proprio per questo suo carattere in qualche modo “esterno” al modo di produzione feudale che essa riesce a creare, negli interstizi della società feudale, i primi nuclei del nuovo modo di produzione, che rappresentano la base oggettiva di un ruolo sociale, una rete di relazioni, una coscienza di sé, alternative al feudalesimo. Lo sviluppo di tutti questi elementi darà alla classe borghese la capacità di abbattere la società feudale.

Di fronte a queste considerazioni, cosa hanno da opporre i teorici delle potenzialità rivoluzionarie della classe operaia? Sul piano empirico, nulla. Sul piano teorico, le analisi di Marx. Ma ciò che queste ultime realmente dimostrano è soltanto il carattere intimamente contraddittorio del modo di produzione capitalistico. Quello di Marx è insomma, secondo noi, un tipico esempio di wishful thinking. Egli ha individuato correttamente le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, e a questa analisi scientifica ha sovraimposto la narrazione mitologica di una classe operaia che liberando se stessa libera l’intera umanità.

In ogni caso, di fronte all’ingombrante testimonianza dei fatti, l’onere della prova spetta al difensore della tesi del carattere rivoluzionario della classe operaia: chi, di fronte all’evidenza del fatto che la classe operaia non ha finora fatto quella famosa rivoluzione comunista, sostiene però le sue potenzialità in tal senso, ha l’obbligo teorico di fornirci gli argomenti razionali a favore di questa tesi.

7. Accumulazione, decrescita, anticapitalismo.

Dopo aver spiegato perché riteniamo che il materialismo storico e la teoria della rivoluzione di Marx non possano rappresentare la basi teoriche per l’anticapitalismo contemporaneo, esaminiamo ora la teoria marxiana del modo di produzione capitalistico. Cercheremo di mostrare come in essa si possano trovare tali basi teoriche, e come appaia naturale il collegamento con la teoria della decrescita.

Il modo di produzione capitalistico è caratterizzato dall’appropriazione del plusprodotto nella forma specifica del plusvalore, attraverso la compravendita e l’uso di quella particolare merce che è la forza-lavoro. La caratteristica fondamentale che qui ci preme sottolineare è il fatto che tale appropriazione si esprime necessariamente nella forma della riproduzione allargata.

Si ha riproduzione allargata del capitale quando, dopo un ciclo formato dall’acquisto di forzalavoro, dal suo uso produttivo di valore e dalla realizzazione di tale valore sul mercato, viene iniziato un nuovo ciclo con un capitale maggiore di quello del primo ciclo, utilizzando parte del plusvalore prodotto e realizzato nel primo ciclo. Per usare un linguaggio non marxiano, si ha riproduzione allargata quando una parte dei profitti vengono reinvestiti, in un modo o nell’altro, nel processo produttivo. Marx studia dapprima (nel capitolo 21 del primo libro del Capitale, dedicato appunto alla “riproduzione semplice”) il caso di un capitalismo in cui non vi sia riproduzione allargata, per mostrare che si tratta di un modello astratto, non corrispondente alla realtà, utile solo a porre in evidenza un punto particolare, cioè il fatto che il plusvalore è sempre lavoro non pagato. La realtà dell’accumulazione capitalistica è descritta nel capitolo successivo, dedicato alla “trasformazione del pluvalore in capitale”, nel quale Marx prima osserva che “adoperare plusvalore come capitale ossia ritrasformare plusvalore in capitale significa accumulazione del capitale”11 e poi che “considerata in concreto, l’accumulazione si risolve in riproduzione del capitale su scala progressiva”12, cioè appunto in riproduzione allargata.

La riproduzione allargata è inevitabile, all’interno di un’organizzazione capitalistica, perché è diretta conseguenza della concorrenza: “la concorrenza impone ad ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Lo costringe ad espandere continuamente il suo capitale per mantenerlo, ed egli lo può espandere soltanto per mezzo dell’accumulazione progressiva”13. La riproduzione allargata, o accumulazione progressiva, è dunque strettamente legata agli aspetti fondamentali del modo di produzione capitalistico: “tutte le circostanze che determinano la massa del plusvalore cooperano anche a determinare la grandezza dell’accumulazione”14, e inoltre “insieme con l’accumulazione del capitale si sviluppa quindi il modo di produzione specificamente capitalistico, e, insieme al modo specificamente capitalistico, l’accumulazione del capitale”.

Nell’analisi marxiana il capitalismo è quindi un rapporto sociale nel quale l’allargamento continuo della produzione, la sua mancanza di ogni limite, appare elemento costitutivo e fondamentale. Questo fatto rappresenta la base di una spiegazione convincente dei problemi ecologici generati dalla società attuale. E’ infatti del tutto chiaro che un sistema economico votato all’espansione senza limiti non è compatibile con la finitezza dell’ambiente naturale.

Ma questo tema non si esaurisce qui. Infatti, la tendenza all’accumulazione illimitata non devasta solo la natura, ma la stessa società umana. Essa conduce infatti, alla fine, all’estensione del rapporto sociale capitalistico a tutti gli ambiti della società, anche a quelli la cui logica di funzionamento è del tutto incompatibile con esso (la scuola, per esempio). Fino a qualche decennio or sono nei paesi capitalistici la subordinazione alla logica del rapporto sociale capitalistico dei vari ambiti sociali esterni all’impresa capitalistica rappresentava un loro vincolo esterno, mentre al suo interno ogni ambito non aziendale continuava a funzionare secondo la sua logica specifica, diversa da quella del profitto. La novità che è intervenuta negli ultimi decenni sta nel fatto che tutte le sfere della società sono sussunte alla logica dell’accumulazione capitalistica, per cui la scuola è diventata un’azienda, gli ospedali sono diventate aziende, ed è diventato un’azienda anche lo Stato, che non è più “Repubblica italiana fondata sul lavoro”, ma appunto “azienda-Italia”. Abbiamo introdotto tempo addietro l’espressione “capitalismo assoluto” per designare questa inedita configurazione del rapporto tra formazione sociale e rapporto di produzione, caratterizzata da un assorbimento quasi totale della prima nel secondo.

Arrivato il capitalismo nella fase del capitalismo assoluto, lo sviluppo capitalistico devasta la natura, la società e la psiche17, e genera quindi forti resistenze sulle quali radicare una forza anticapitalistica. Una delle forme che tali resistenze assumono oggi in Italia è, come dicevamo sopra, quella delle proteste popolari contro le grandi opere che devastano il territorio. Ma si tratta solo di un esempio. Le resistenze contro lo sviluppo capitalistico possono assumere forme molto diverse, e il compito di una forza politica anticapitalistica sarebbe quello di collegare e coordinare tali lotte offrendo ad esse una progetto complessivo.

Su questo punto sono necessarie alcune precisazioni.

In primo luogo occorre distinguere, come sempre si è fatto nella tradizione marxista, fra potenziale oggettivo delle lotte e coscienza soggettiva dei protagonisti delle lotte stesse. Nei vari tipi di resistenze contro lo sviluppo capitalistico gli strati sociali coinvolti possono non avere coscienza della natura di queste lotte, possono aderire alla lotta per motivi puramente “locali”, possono insomma esprimere quella che è stata chiamata “sindrome NIMBY”. Resta il fatto che tali lotte hanno un contenuto oggettivo anticapitalistico, per i motivi che abbiamo spiegato: mettono in questione l’accumulazione di plusvalore, e quindi la sostanza stessa del capitalismo.

In secondo luogo, per poter costruire su queste basi una forza politica anticapitalistica occorre avere ben presenti le novità della situazione, che possono essere compendiate in due punti:

a. Le forze anticapitalistiche nella tradizione marxista avevano ben chiara la necessità di superare lo sviluppo capitalistico, ma rimandavano tale necessità al momento in cui lo sviluppo delle forze produttive avesse portato le contraddizioni capitalistiche al punto di esplosione, per cui le scelte politiche concrete delle forze anticapitalistiche non contraddicevano lo sviluppo stesso ma anzi tendevano a favorirlo, impostando la lotta politica piuttosto sul piano della redistribuzione del reddito. Al contrario le resistenze alle quali facciamo riferimento tendono fin dal loro primo manifestarsi a contestare immediatamente lo sviluppo capitalistico, ed è questa l’unica prospettiva sulla quale abbia senso basare oggi una forza politica anticapitalistica. Le lotte per la redistribuzione dei proventi dello sviluppo capitalistico oggi sono perse in partenza (torneremo più avanti su questo punto).

b. Le lotte anticapitalistiche del passato erano strettamente collegate ad una classe sociale.

Nelle resistenze anticapitalistiche attuali il soggetto antagonista non è più identificabile con una classe sociale: non si tratta del proletariato né di un suo sostituto. Il soggetto antagonista non è cioè sociologicamente precostituito dal modo di produzione, dai rapporti sociali dati, ma si costituisce in una prassi trasversale a diversi gruppi sociali, attraverso l’emergere di bisogni umani conculcati. Per usare una vecchia formula, la resistenza anticapitalista è oggi “resistenza umana”.

8. Sulle contraddizioni del capitalismo.

Cerchiamo di chiarire ulteriormente. E’ noto che in fasi storiche precedenti i marxisti avevano individuato in modi diversi la contraddizione fondamentale del capitalismo, sulla quale fare leva per scalzarlo. Essa poteva così essere individuata da alcuni nella contraddizione fra capitale e lavoro, da altri nel sottoconsumo implicito nell’economia capitalistica, da altri ancora nella caduta tendenziale del saggio di profitto. Per fare un po’ di ordine in queste discussioni, conviene ricordare che quando parliamo di “contraddizioni del capitalismo”, ci riferiamo alla sfera logica, al concetto astratto di “modo di produzione capitalistico”, e che, una volta individuata una contraddizione insita nel concetto stesso di tale modo di produzione, essa può manifestarsi empiricamente in vari modi, a seconda delle concrete situazioni storiche. Per impostare una politica anticapitalistica adeguata ai tempi occorre dunque capire quale sia la forma che le contraddizioni capitalistiche assumono in una determinata fase storica.

Così, l’immiserimento crescente del proletariato è stata indubbiamente la forma in cui si sono manifestate le contraddizioni del capitalismo nella fase storica della vita di Marx ed Engels, ma tale contraddizione è sembrata superata per un lungo periodo, almeno nei paesi occidentali. La contraddizione fra le capacità produttive generate dal capitalismo e i bassi salari di gran parte della popolazione, che si manifesta in definitiva come scarsità di domanda, può infatti rimanere latente per intere fasi storiche, come quella del secondo dopoguerra, nella quale la creazione di nuovi prodotti indirizzati alle masse, combinata con la politica dei redditi di stampo “socialdemocratico”, ha permesso per decenni di ottenere una domanda robusta e crescente per la produzione capitalistica.

Ma qual è allora la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, e quindi la matrice ultima delle violente crisi economico-sociali ricorrenti nelle formazioni sociali capitalistiche? Nella teoria economica di Marx, essa è rappresentata dalla contraddizione tra le condizioni di produzione del plusvalore e le condizioni di realizzazione del plusvalore stesso. L’esposizione di questa contraddizione si trova nel capitolo XV del terzo volume del Capitale, e non è quindi opera diretta di Marx (il quale, come è noto, del Capitale ha potuto curare solo la pubblicazione del primo volume), ma è stata costruita dopo la sua morte da Engels, organizzando e rendendo coerenti sparsi e disorganici appunti dell’amico. Ciò significa che la ricostruzione della teoria di Marx sulla ragione delle crisi capitalistiche richiede, in mancanza di un testo diretto di Marx, un grande impegno interpretativo basato sull’assimilazione dell’impianto logico della scienza economica di Marx quale risulta dal primo volume del Capitale e dai Grundrisse.

Ad ogni modo, nel capitolo XV del terzo volume del Capitale si dice che il limite della produzione capitalistica, che ne determina le sempre più devastanti crisi periodiche, sta nella teleologia costitutiva del capitale stesso, cioè nella sua incessante autovalorizzazione, che si basa da un lato sulla espropriazione e l’impoverimento dei produttori, in modo da estorcere loro in misura crescente il pluslavoro con cui accumulare un sempre maggiore plusvalore, e da un altro lato sulla trasformazione di questo plusvalore in denaro attraverso la vendita delle merci che lo incorporano, tale da consentire il suo reinvestimento in un nuovo ciclo produttivo che lo valorizzi ulteriormente. Ma è chiaro che questi due lati dell’autovalorizzazione del capitale, cioè della teleologia costitutiva del capitale stesso, sono in contraddizione tra loro.

Tale contraddizione è precisamente esposta nel brano seguente:

“Il guadagnare questo plusvalore costituisce il processo di produzione immediato, che, come si è già detto, non ha altri limiti che quelli sopra menzionati19. Il plusvalore è prodotto non appena il pluslavoro che è possibile estorcere di trova oggettivato nelle merci. Ma con questa produzione del plusvalore si chiude solo il primo atto del processo di valorizzazione del capitale, la produzione immediata (…). Comincia ora il secondo atto di quel processo. La massa complessiva delle merci, il prodotto complessivo, tanto la parte che rappresenta il capitale costante e variabile, come quella che rappresenta il plusvalore, deve essere venduta. Qualora questa vendita non abbia luogo, o avvenga solo in parte oppure a prezzi inferiori a quelli di produzione, lo sfruttamento dell’operaio, che esiste in ogni caso, non si tramuta in un profitto per il capitalista (…). Le condizioni dello sfruttamento immediato e della sua realizzazione non sono identiche: esse differiscono non solo dal punto di vista del tempo e del luogo, ma anche da quello della sostanza”.

La tradizione marxista ha per lo più insistito su altre contraddizioni capitalistiche, come abbiamo sopra indicato. Una di queste è la contraddizione fra capitale e lavoro, che attribuisce una falsa valenza anticapitalistica alle rivendicazioni redistributive della classe operaia, conformemente all’impostazione ideologica della Seconda Internazionale. Un’altra è la la caduta tendenziale del saggio di profitto. Si tratta in questo caso del fatto che lo sviluppo capitalistico richiede un investimento sempre maggiore in quello che Marx chiama “capitale costante” (macchinari, materie prime, strutture) e quindi una diminuzione relativa di quello chMarx chiama “capitale variabile” (essenzialmente, i salari). Poiché il plusvalore è generato dal capitale variabile, ciò implica (a parità di altre condizioni) una diminuzione del rapporto fra capitale investito e plusvalore ottenuto, e questo significa appunto una diminuzione tendenziale del saggio di profitto. Sulla base di questa configurazione viene attribuita al capitalismo una falsa tendenza alla stagnazione delle forze produttive, coerentemente con quanto affermato da Marx nella celebre Prefazione a Per la critica dell’economia politica, e con l’impostazione ideologica del comunismo novecentesco.

La trattazione della caduta tendenziale del saggio di profitto, anch’essa esposta nel terzo volume del Capitale, ha in realtà una funzione del tutto diversa all’interno della teoria marxiana del modo di produzione capitalistico. Infatti la reazione del capitalista alla caduta del saggio di profitto è l’allargamento della produzione: se aumenta in modo adeguato la massa dei prodotti, essa permette un accrescimento continuo del profitto complessivo anche se diminuisce il profitto sulla singola unità prodotta. Di qui si diramano però conseguenze importanti. In primo luogo l’aumento della produzione si ottiene tramite investimenti in capitale costante che riproducono ad un livello superiore lo stesso problema della caduta del saggio di profitto, che quindi è un processo che si autoalimenta spingendo il capitalismo ad una continuo allargamento della scala della produzione. In secondo luogo l’aumentata produzione deve pur essere venduta sul mercato, e di qui nasce la necessità di sottrarre quote di mercato agli altri capitalisti, e quindi l’acuirsi della concorrenza fra le singole unità capitalistiche. Il testo del terzo volume del Capitale ripete più volte che caduta del saggio di profitto ed accelerazione dell’accumulazione non sono che due diverse espressioni del medesimo processo di sviluppo delle forze produttive. Ne consegue che il capitale non produce affatto, alla luce di queste teorizzazioni marxiane, la stagnazione delle forze produttive, ma produce, al contrario, il loro sviluppo, in modo che l’allargamento della scala di produzione, e quindi della massa del plusvalore, ipercompensi gli effetti della caduta tendenziale dela saggio di profitto. In questo modo, però, la coazione del capitale ad allargare la scala della sua produzione erode quegli stessi elementi storici e sociali che favoriscono la realizzazione del plusvalore sul mercato. La caduta tendenziale del saggio di profitto si rivela così, nella teoria marxiana del modo di produzione capitalistico, non la contraddizione sistemica fondamentale, ma la condizione, il presupposto della contraddizione essenziale, quella sopra indicata tra il modo in cui il plusvalore è prodotto e il modo in cui è realizzato.

Una forma “empiricizzata” ed “economicistica” di questa contraddizione fondamentale è quella che si traduce nella scarsità della domanda, alla quale abbiamo sopra accennato. Da questa scarsità di domanda sono nate le tre grandi crisi di sovrapproduzione del 1929-33, del 1974-75 e del 1980-82. Oggi, invece, esistono mezzi che permettono di aggirare questo problema, anche se mai in modo compiuto e risolutivo, e la contraddizione fondamentale si esprime in altri modi, indotti da questi stessi mezzi che permettono di mettere in sordina il problema della scarsità di domanda.

Si può infatti notare che condizione per la creazione del plusvalore è lo sfruttamento della natura, mentre la condizione per realizzarlo è un consumo crescente di merci, e questo esige la stabilità necessaria alla ripetizione allargata del consumo. Ma lo sviluppo capitalistico nella fase attuale devasta società e natura, e in particolare devasta il territorio e le comunità in esso insediate, come abbiamo detto. Ecco quindi indicata una nuova forma concreta, storica, della contraddizione fondamentale del capitalismo, e di conseguenza una possibile leva per la lotta anticapitalistica: le lotte contro la devastazione capitalistica della natura, le lotte delle comunità invase e sconvolte dai vari tipi di interventi capitalistici, le lotte in difesa del territorio contro le grandi opere, rappresentano in questa fase storica l’esplicitarsi della contraddizione fondamentale del capitalismo e hanno, se condotte con coerenza, una valenza oggettivamente anticapitalistica (qualsiasi sia la coscienza di chi è coinvolto in esse) perché rappresentano un ostacolo all’accumulazione allargata del plusvalore cioè, come abbiamo indicato sopra, all’essenza del modo di produzione capitalistico.

L’idea della decrescita è l’idea della graduale sostituzione del consumo di merci con quello di beni e servizi non mercificati, del consumo di beni prodotti intensivamente su larga scala e trasportati da lunghe distanze con quello di beni prodotti su piccola scala e trasportati su brevi distanze, di alti consumi di energia con bassi consumi di energia, della costruzione di nuove opere invasive del territori con il riuso e la manutenzione di opere già esistenti. Da quanto fin qui detto emerge che tale idea è allora, nella fase storica attualmente raggiunta, l’idea, la cui prassi costituisce il fattore capace di far esplodere la contraddizione fondamentale del capitalismo e di far nascere una nuova, non predeterminata, forma di società.

Facciamo un esempio. Abbiamo detto che oggi in Italia la distruttività dello sviluppo si percepisce soprattutto nel carattere invasivo delle “grandi opere” che devastano il territorio. Il territorio è talmente consumato che ogni suo ulteriore consumo ha un immediato impatto distruttivo sugli equilibri ambientali e antropici, determinando forme di resistenza popolare che nascono quasi sempre con angusti orizzonti localistici e con marcate immaturità che le rendono ingannabili e aggirabili, e che starebbe a chi si dice anticapitalista battersi per portare a maturazione. La difesa dell’integrità del territorio, attraverso proposte pratiche di decrescita, consente infatti di colpire elementi vitali di accumulazione del plusvalore (per esempio: sviluppo degli affari attraverso le cosiddette grandi opere, le grandi reti di distribuzione dell’energia, le grandi arterie di trasporto, lo smaltimento dei rifiuti) connettendo questa lotta contro l’accumulazione di plusvalore alla tutela delle condizioni materiali di vita degli insediamenti abitativi, e facendone la leva per nuove forme di redistribuzione della ricchezza collettiva a vantaggio dei ceti subalterni. La difesa dell’integrità del territorio, attraverso proposte pratiche di decrescita, consente inoltre di colpire l’attuale intreccio affaristico-corruttivo tra ceti politici e imprese capitalistiche che ruota attorno alle rendite ricavabili dal consumo del territorio.

Più in generale, dovrebbe ormai essere evidente la sostanza delle nostre tesi: se la riproduzione allargata del capitale, l’accumulazione del plusvalore, è un aspetto sostanziale e ineliminabile del modo di produzione capitalistico, allora se c’è la decrescita, cioè la negazione dell’accumulazione, si mette in questione la produzione di plusvalore, quindi il capitalismo. La decrescita coincide quindi con la distruzione del modo di produzione capitalistico. La proposta della decrescita è quindi la proposta di un agire politico anticapitalistico adeguato alle forme in cui oggi si manifestano le contraddizioni capitalistiche.

Liberando l’anticapitalismo dalla ricerca di un Soggetto Sociale Rivoluzionario (la classe operaia, o i suoi succedanei come gli emarginati o gli immigrati) che faccia da garante metafisico del buon esito dell’impresa rivoluzionaria, la decrescita permette di guardare la realtà concreta alla ricerca delle contraddizioni reali che l’attuale fase di sviluppo del capitalismo genera: la degradazione dell’ambiente della vita comune, lo sconvolgimento continuo del territorio, l’invivibilità delle città, la lenta cancellazione di ogni forma di servizio sociale, l’insicurezza su tutti gli aspetti fondamentali della vita, tutto ciò si traduce in un continuo peggioramento della vita che genera tensioni e scontri. Essendo le varie correnti anticapitalistiche incapaci di entrare in contatto con questo disagio, esso si traduce in pulsioni razziste e richieste securitarie, o semplicemente in degrado mentale. Se l’anticapitalismo che si ispira a Marx facesse propria la proposta della decrescita potrebbe intercettare questo crescente disagio sociale, uscendo così dal vicolo cieco in cui si è cacciato inseguendo un inesistente Soggetto Sociale Rivoluzionario, e tornando a incidere sulla realtà.

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Continua

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