9. L’unica via d’uscita.
La decrescita rappresenta l’unica prospettiva odierna di lotta anticapitalistica nei paesi occidentali. Le precedenti forme di questa lotta non hanno oggi nessuno sbocco possibile.
Tali forme si compendiavano in due grandi principi contrapposti: da una parte la rivoluzione comunista, cioè la lotta rivoluzionaria per l’abbattimento immediato del capitalismo e l’instaurazione di un superiore modo di produzione; dall’altra il riformismo socialdemocratico, cioè la lotta per la redistribuzione del prodotto dello sviluppo nella prospettiva di un superamento futuro del capitalismo una volta che esso avesse compiuto la sua “missione storica” di sviluppo delle forze produttive. Entrambe queste prospettive sono oggi prive di qualsiasi possibilità reale. Sulla rivoluzione comunista c’è poco da aggiungere a quello che un banale esame dei fatti storici insegna a chiunque, con l’esclusione dei pochi sacerdoti del Vero Comunismo chiusi nelle loro piccole sette: nei paesi occidentali la rivoluzione comunista non esiste come prospettiva reale, e non è mai esistita da circa ottant’anni a questa parte.
Non si tratta di una realtà storica da giudicare, di un movimento reale al quale rapportarsi in un modo o nell’altro. Si tratta di una irrealtà della quale semplicemente non vale la pena discutere, se non sul piano strettamente teorico (i movimenti comunisti nei paesi occidentali sono stati insignificanti sul piano storico, ma hanno talvolta prodotto cose interessanti sul piano intellettuale). La percezione di ciò è oscurata, in paesi come l’Italia, dal fatto che sono esistiti partiti comunisti, come appunto il Partito Comunista Italiano (PCI), che non erano irrealtà ma anzi realtà significative, che hanno inciso durevolmente nella storia. La risposta a questa apparente smentita alla nostra tesi sta nel fatto che partiti come il PCI, comunisti di nome, non avevano assolutamente nulla a che fare con la prospettiva di una rivoluzione comunista: nella loro prassi politica interna erano semplicemente dei partiti riformisti, mentre erano legati all’URSS in politica internazionale. Si trattava insomma di “socialdemocrazie filosovietiche”, un apparente ossimoro che spiega la difficoltà di comprenderne correttamente la natura.
Per quanto riguarda il riformismo socialdemocratico, esso ha rappresentato una forza storica reale che ha segnato un’intera fase della storia recente dei paesi occidentali, quella del “trentennio d’oro” seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale, una fase che ha visto avanzamenti effettivi del reddito, dei diritti, del livello di vita dei ceti subalterni. Queste conquiste si basavano sul fatto che la crescita dei redditi dei ceti subalterni creava un mercato per le merci prodotte dall’industria di massa.
Tale fase, come è noto, è finita da almeno trent’anni, e ad essa si è sostituita quell’organizzazione del capitalismo mondiale che è abituale chiamare “neoliberismo” e “globalizzazione”. Questa fase ha implicato la perdita di ciò che i ceti subalterni avevano conquistato nella fase precedente, e anche un livello di sviluppo capitalistico nettamente minore rispetto a quello della fase precedente. La crisi dei redditi popolari avrebbe provocato stagnazione della domanda e difficoltà di generare profitti, se ad essa non si fosse ovviato con la finanziarizzazione dell’economia e lo sviluppo del credito al consumo, specialmente negli USA, che sono così diventati i ”compratori in ultima istanza” del sistema capitalistico. E’ noto come queste “soluzioni” del problema della bassa domanda abbiano a loro volta provocato la crisi economica attuale.
Se si parte da queste considerazioni, sembrerebbe allora sensata la proposta di una fase di lotte sociali per una politica di tipo riformista, cioè centrata sulla crescita dei consumi popolari come base per lo sviluppo capitalistico. Si tratta a nostro avviso di una proposta priva di prospettive reali, per vari motivi.
In primo luogo, essendosi il capitalismo ormai riorganizzato sulle basi di ciò che viene comunemente chiamato “neoliberismo”, è evidente che in esso si sono sedimentati interessi sociali, forze politiche, correnti ideologiche che proprio entro tale organizzazione ricavano forza e potere. Il ritorno a una politica di tipo “riformista” richiederebbe di spezzare il coagulo di tale forze, e questo equivale a un grande sconvolgimento politico e sociale. Non a caso l’avvio della stagione “socialdemocratica” del “trentennio dorato”, ebbe bisogno, per spezzare un analogo accumulo di interessi, di uno sconvolgimento globale come la Seconda Guerra Mondiale. Oggi occorrerebbe dunque un riformismo sostenuto da forti e radicate lotte sociali con l’obbiettivo di sconvolgere l’attuale quadro economico e politico. Ora, a parte la contraddizione di compiere una rivoluzione per realizzare un progetto riformista, non sono disponibili forze sociali per questo programma. Le forme tradizionali della lotta rivendicativa sono oggi infatti completamente spiazzate dall’evoluzione del capitalismo: i lavoratori sono ricattati dalle delocalizzazioni, messi in concorrenza con la forza lavoro immigrata, incapaci di controllare le modificazioni delle forme del lavoro indotte dai mutamenti tecnologici. Inoltre il modello riformista si basa sullo sviluppo capitalistico e abbiamo detto che esso oggi genera sofferenze e quindi resistenze: ciò significa che la proposta di lotte per rilanciare una specie di “riformismo radicale” è condannata in partenza perché essa, per usare un linguaggio d’antan, genera “contraddizioni in seno al popolo”: con uno slogan, potremmo dire che tutti sono contenti che vengano costruiti centri commerciali, ma non tutti sono contenti che vengano costruite discariche o inceneritori; ma il centro commerciale, ovviamente, implica la discarica o l’inceneritore.
Infine, in presenza di un nuovo massiccio aumento dei consumi di massa, si farebbero sentire i vincoli ecologici dello sviluppo, che porterebbero un aumento di costi dovuto alla sempre maggiore difficoltà nel reperire risorse e alle spese per combattere l’inquinamento e le sue conseguenze. Tutto questo renderebbe alla fine poco sostenibile economicamente l’idea di un rilancio dei consumi di massa nelle forme tipiche del “trentennio dorato”.
Concludiamo: le idee tradizionali sulle quali si sono basate le forze anticapitalistiche di ispirazione marxista non hanno oggi nessuna possibilità concreta. La proposta di basare un nuovo anticapitalismo sull’idea della decrescita non ha alternative reali. Inoltre, quellla della decrescita è un’idea-forza perché consente di ottenere una redistribuzione della ricchezza sociale che le lotte salariali non sono più in grado di ottenere. Infatti lottare contro le grandi opere a favore di una capillare manutenzione del paese significa lottare anche per un aumento dei posti di lavoro necessari a tale manutenzione. Lottare contro il consumo distruttivo di territorio a favore di un suo uso funzionale ai bisogni delle comunità significa lottare per una politica di estesi servizi pubblici. Lottare per produzioni non intensive, distribuite a brevi distanze con basso consumo di energia, significa estendere l’area della piccola produzione indipendente. Ma più posti di lavoro, più erogazione di servizi pubblici, più piccole produzioni indipendenti, significano decrescita dei profitti e redistribuzione della ricchezza sociale in forma non di merci ma di beni e servizi.
10. Cosa può dare il pensiero di Marx alla decrescita.
Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato di indicare cosa può dare la decrescita all’anticapitalismo che si ispira a Marx. In questo paragrafo conclusivo cerchiamo di spiegare cosa può dare il pensiero di Marx alla decrescita.
In primo luogo, per poter impostare un programma di cambiamento sociale incentrato sulla decrescita, occorre avere chiaro quanto fin qui detto: la crescita, che è la nozione che nel linguaggio ufficiale traduce l’accumulazione del capitale, è indispensabile all’attuale sistema economico. Se non si capisce questo punto, l’adesione alla crescita appare unicamente come un errore intellettuale e morale, che si può quindi correggere con le argomentazioni e con l’esempio. Ora, la “religione della crescita” è sicuramente anche un errore inteIlettuale e morale, per combattere il quale occorrono tutte le argomentazioni teoriche elaborate dai pensatori della decrescita, e occorrono tutti i possibili esempi e iniziative pratiche prodotte dalle persone impegnate nella decrescita. Ma non si comprende la forza e la persistenza di questo errore intellettuale e morale se non si capisce che esso si incardina entro il rapporto sociale capitalistico e ne rappresenta l’espressione appunto intellettuale e morale. Perdendo di vista questa connessione le persone impegnate nella decrescita non arrivano a inquadrare la realtà del potere e della politica contemporanee, e in questo modo sembrano ridursi a sperare che dal sistema emergano prima o poi politici sensibili ai temi della decrescita, e che si possano convincere i ceti dirigenti della convenienza economica della decrescita. Queste sono illusioni che paralizzano l’azione politica. I politici attuali sono vincolati ad un sistema di potere che ha fatto della crescita la sua base vitale, né si può sperare di dimostrare la convenienza economica della decrescita, perché in effetti all’interno del capitalismo essa non è conveniente in termini macroeconomici.
Per fare un esempio su quest’ultimo punto, una tipica argomentazione dei teorici della decrescita è che le proposte di risparmio energetico sarebbero convenienti a livello economico, perché da una parte permetterebbero di ridurre certi costi sia per le imprese sia per le famiglie, e dall’altra una politica di risparmio energetico creerebbe nuovi posti di lavoro.
Ma chi argomenta in questo modo non tiene conto del fatto che nel capitalismo ciò che è costo per l’uno è guadagno per l’altro: il risparmio energetico favorirebbe certe imprese ma ne colpirebbe a morte altre, e ben più rilevanti, vale a dire quelle produttrici e distributrici di energia, quelle fornitrici dei mezzi necessari all’uso di energia, quelle che fabbricano le armi con cui l’imperialismo va ad appropriarsi delle risorse energetiche.
In sintesi, non si può pensare ad un mutamento radicale dell’organizzazione sociale senza che questo mutamento, se per caso si avviasse nella realtà, susciti l’opposizione di tutte le forze che hanno interessi al mantenimento dell’attuale organizzazione sociale. I marxisti hanno sempre saputo questa ovvietà, il movimento della decrescita non può sperare di rimuoverla.
In secondo luogo, i teorici della decrescita sembrano ritenere che il dogma dello sviluppo, e il potere politico-economico ad esso collegato, sia una specie di “ostacolo” tolto il quale la società potrà progredire “serenamente” e “felicemente” secondo linee più umane e sensate.
Non è così, purtroppo, e il problema sta nel fatto che il capitale è un rapporto sociale che si riproduce e allarga continuamente la sua sfera, e quindi incide sull’insieme dei rapporti sociali. Nei paesi occidentali esso si è instaurato da secoli ed ha ormai modificato in profondità la natura dei rapporti sociali, informando di sé l’intera compagine sociale. Oggi il capitalismo, come abbiamo detto, è diventato “assoluto”, non “domina” la società, ma la struttura. Se è così, è chiaro che la proposta della decrescita è destrutturante. Nel momento in cui il processo di accumulazione del plusvalore modella tutte le relazioni umane, tutte le sfere sociali, metterlo in questione significa disarticolare l’intera società, e generare quindi una crisi radicale dell’intera organizzazione sociale. Se si vuole realmente avviare le nostre società sulla strada della decrescita, occorre essere preparati a sconquassi sociali di grandi dimensioni. La decrescita non può pensarsi come un processo di sostituzione indolore dell’attuale società dissennata con una società più razionale, senza scosse né traumi. Non si può seriamente pensare ad una decrescita che sia solo “felice” o “serena”. Le nostre società saranno spinte sulla strada della decrescita, se mai lo saranno, certo anche dall’aspirazione ad una “serenità” e “felicità” che l’attuale sistema sociale non può dare, ma soprattutto dal rifiuto del continuo peggioramento della vita che la crescita capitalistica comporta, dallo spettacolo di degrado materiale e spirituale che il nostro mondo mostra con evidenza a chiunque voglia vedere. Lungo questa strada occorrerà affrontare da una parte la violenza dei poteri che si nutrono della degradazione prodotta dallo sviluppo, dall’altra le crisi e gli sconquassi prodotti sia dalla degradazione capitalistica stessa sia dai tentativi di sostituire alla logica necrofila dell’attuale sistema una logica di vita. Nessun risultato è garantito, l’unica certezza è quella della profonda crisi di civiltà e cultura alla quale l’attuale sistema ci sta portando.
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Genova-Pisa, inverno 2009-2010
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