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lunedì 23 giugno 2008

Dono per il primo anno as.sur.dista.

Il 16 giugno dell’anno scorso pubblicavamo qui il nostro primo post. Per festeggiare, anche se in evidente ritardo, vi proponiamo la lettura di un regalo che ci ha fatto Marino Badiale, il quale, in una forma a lui inconsueta, ci presenta la nostra non-società. Essendo il testo scritto in forma di discorso abbiamo ritenuto opportuno non scinderlo in pezzi. Buona lettura a tutti!

"Io ho paura"

A: Io ho paura.

B: Prego?

A: Ho paura. Per il mio futuro, per quello di mia figlia. Per quello che sarà la sua vita. Per questo paese.

B: Così pessimista? D’accordo, molti parlano da tempo del declino dell’Italia. Sarà anche vero che stiamo declinando. Ma non mi pare che si stia poi così male, in questo paese. Nel declino ci arrangeremo, come abbiamo fatto tante altre volte. In questo, la nostra bravura sembra certa. E’ il nostro vantaggio competitivo, direbbe un economista. Del resto, non è detto che il declino sia una catastrofe. La Grecia al tempo dell’Impero Romano era certo declinata, rispetto alla Grecia classica o anche a quella ellenistica, eppure non credo si vivesse peggio lì che nelle altre parti dell’Impero.

A: Altri tempi. L’Italia oggi è un paese sovrapopolato, sfiduciato, senza una classe dirigente credibile, con un terzo del territorio nazionale controllato o fortemente condizionato dalla criminalità organizzata. In un simile contesto, quale può essere l’effetto di una seria crisi economica, che porti ad una crisi della struttura statale? Io penso alla Jugoslavia.

B: Addirittura! Ma lì c’erano in gioco odii etnici antichi e radicati, che si sono inseriti nella crisi economica e politica…

A: Sarà, non conosco a fondo la storia della dissoluzione jugoslava, ma ho come l’impressione che si sia parlato molto degli odii etnici antichi e radicati, e meno di come essi siano stati sfruttati da gruppi di potere di vario tipo, mezzi mafiosi mezzi no, per i loro giochi e scontri di potere. Ne parla, fra gli altri, Mary Kaldor[1].

B: In ogni caso, qui in Italia gli odii etnici di quel tipo non ci sono, e non possono essere usati.

A: Si possono creare, non è così difficile. Pensa a come è stato facile criminalizzare i rom. E’ passata come una cosa del tutto banale la creazione dei commissari per la questione rom. Immaginati se in una qualsiasi città europea venisse creato il commissario per la questione ebraica…

B: Cosa vuoi farci, il senso comune è sempre attento a prevenire i mali già successi, è sempre in ritardo di un genocidio..

A: e non è neanche questo, perché il genocidio dei rom c’è già stato. Ma torniamo all’Italia. Cosa succederebbe in Italia di fronte ad una crisi economica grave, che rendesse impossibile la vita quotidiana cui siamo abituati e il funzionamento dello Stato? Cosa succederebbe, in particolare, nelle zone già adesso controllate dalle varie mafie? E’ ovvio: le mafie hanno già il controllo del territorio e la complicità, attiva o passiva, della maggioranza della popolazione, hanno la ricchezza economica, hanno la forza militare. Di fronte ad una ritirata dello Stato la gente si rivolgerebbe a loro. Il loro potere diventerebbe manifesto, fino ad ambire alla sovranità sul territorio. E comincerebbero a regolare i loro conflitti con scontri militari aperti, con guerre o guerriglie. Dopodiché nella stampa internazionale si vedrebbero apparire pensosi articoli sugli odii secolari che da sempre hanno contrapposto campani e pugliesi…

B: stai scherzando, naturalmente…

A: naturalmente, rido per non piangere, per esorcizzare le mie paure… Ma ti faccio solo una domanda: vent’anni fa, quindici anni fa, dieci anni fa una prospettiva di questo tipo poteva immaginarsela solo un pazzo, oggi non sarà la cosa più probabile, ma nemmeno mi sembra così completamente assurda. Lo è?

B: Forse no.

A: Il che significa che in dieci o venti anni la nostra situazione è drasticamente peggiorata. Vedi segnali di miglioramento?

B: No, direi di no. Ma non sono neanche sicuro che la crisi di cui hai paura sia una prospettiva tanto probabile…

A: Non lo so neppure io, per una volta lasciami esprimere con le viscere, per così dire. Avremo tempo e modo per le discussioni teoriche, le analisi strutturali socioeconomiche, i dibattiti sulla congiuntura…. E’ una vita che facciamo queste cose, che ci sforziamo di essere freddi e razionali. Per una volta, lasciami smettere questi panni e fammi ripetere semplicemente: io ho paura.

B: D’accordo, d’accordo. Però devi anche spiegare perché qualcun altro dovrebbe prendere sul serio le tue paure..

A: Del declino italiano hanno parlato un po’ tutti, lo si diceva prima. Per fare solo un esempio recente, “L’Espresso” ha pubblicato un’intervista a Heiner Flassbeck[2].

B: E chi è?

A: Capo economista dell’agenzia dell’Onu che si occupa di commercio e sviluppo internazionale, ex capo economista dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, ex viceministro delle Finanze del governo Schroeder.

B: Capisco, non proprio un bolscevico, o uno svitato dedito a propagandare teorie bislacche in internet. E cosa dice l’esimio economista tedesco?

A: Che con la creazione della zona euro e con l’euro forte l’economia italiana è destinata a perdere nel confronto con quella tedesca, che l’Italia dovrebbe poter svalutare la sua moneta ma con l’euro non lo può fare, che in questa situazione “non c’è modo che l’Italia possa riguadagnare competitività”, infine che “in una unione monetaria questa situazione pone le premesse per il disastro. Prima o poi il sistema collasserà. In 5, 10 o 15 anni, non so. Ma il sistema monetario, con questi enormi divari fra aziende italiane e tedesche, cadrà di sicuro”. E poi..

B: che altro?

A: Fa esplicitamente il paragone con l’Argentina. E io ti ripeto: una crisi come quella dell’Argentina, in un paese come l’Italia contemporanea, a cosa può portare?

B: Forse questo non è più un problema economico.

A: Certamente non lo è. E’ il problema di come sia ridotta oggi la fibra morale di questa nazione.

B: Immagino che tu abbia un’idea precisa a proposito.

A: Marcio. Questo paese è marcio. E’ questo il problema. Un paese sano può sopportare crisi peggiori. Durante la Seconda Guerra Mondiale abbiamo subito occupazioni, stragi, bombardamenti, distruzioni, una guerra civile, ma ci siamo risollevati. Perché la fibra morale di questo paese era ancora sana, nonostante vent’anni di fascismo, e per questo abbiamo potuto esprimere quel raggio di luce che è stata la Resistenza.

B: che tu non consideri superata..

A: è superata nel senso che oggi non c’è più un pericolo fascista, quindi l’antifascismo non ha più ragione di esistere. Ciò che non è e non sarà superato è contenuto in questa semplice affermazione: la Resistenza è una delle pochissime cose, nella storia dell’Italia unita, della quale gli italiani possono essere orgogliosi.

B: Ma torniamo all’oggi. D’accordo, c’è un problema, chiamiamolo “morale”, in mancanza di parole migliori. Proviamo a sintetizzare di cosa si tratta?

A: Si tratta in sostanza del fatto che si è del tutto persa di vista la dimensione del “bene comune”. Ciascuno insegue, con maggiore o minore efficacia, il proprio interesse. E lo fa, se può, nel più totale disprezzo delle leggi, delle regole, e degli altri.
Non c’è più molto a tenere assieme gli abitanti di questo paese, se non una certa inerzia delle strutture storiche profonde, e il fatto che per il momento, come ricordavi poc’anzi, si sta ancora piuttosto bene. In questa situazione, alla prima crisi seria questo paese si rompe in mille pezzi.

B: la tua analisi sembra descrivere abbastanza bene i ceti dominanti, in particolare i politici…

A: Chi lo sa se vale ancora la pena di parlarne, dei politici. Cos’altro aggiungere alle infinite cose già dette contro la Casta? Non se ne può più di ripetere la descrizione del loro marciume, della loro nullità intellettuale e morale, del loro pensare esclusivamente ai propri affari, delle loro malefatte, dei loro accordi dietro le quinte. No, non serve più parlarne. Ha mille volte ragione Beppe Grillo: si può solo dirgli “vaffa…”.

B: questo è volgare, e a te la volgarità non piace…

A: Qualcosa del genere doveva pur essere detto. Perché bisogna liberarsi dall’idea che con quella gente si possa discutere, si possa mediare. Il senso del messaggio non è volgare, ed è: “per voi solo odio e disprezzo, e, appena possibile, la galera”.

B: Ma immagino che il problema non sia solo la Casta politica.

A: Ovviamente no. Una delle cose più stupide che si sono sentite ripetere in questo paese è la contrapposizione fra paese legale e paese reale, fra ceto politico e società civile. Cerchiamo di dirlo in maniera sintetica: in una democrazia un popolo ha i politici che si merita.

B: Drastico, ma sensato.

A: Sono convinto che sia vero, almeno sul lungo periodo, perfino per le dittature, figuriamoci se non è vero per le democrazie. In ogni caso, per l’Italia di oggi questo significa che l’incapacità di pensare al bene comune che è tipica dei politici è in realtà diffusa nel corpo della società civile.

B: Certo, a pensare a come siano comuni evasione fiscale e raccomandazioni, sembrerebbe così.

A: E il bello è che ormai non lo si nasconde nemmeno più. Il trucco c’è, si vede, e non gliene importa nulla a nessuno, diceva Altan. Solo un paio di esempi: a inizio 2008, dopo che le indagini della magistratura hanno cominciato a coinvolgere Mastella e il suo gruppo, alla moglie di Mastella sono imposti gli arresti domiciliari…

B: capisco cosa vuoi dire: e una grande folla va ad accoglierla per esprimerle la sua solidarietà.

A: già, e quella era la famosa “società civile”, il famoso “paese reale”. Un’altra, più recente: Berlusconi decide che è ora di proibire le intercettazioni telefoniche per le indagini della magistratura…

B: misura discutibile..

A: certo, ma adesso voglio solo farti notare questo: dove va a dare l’annuncio di questa sua intenzione? A un convegno di magistrati, a un incontro di avvocati, magari in una conferenza stampa?

B: Dove, invece?

A: Ad un convengo dei giovani industriali. Sei capace di tradurre il messaggio?

B: Qualcosa del tipo “ragazzi, so che avete questo problema, ma tranquilli che adesso ci penso io”.

A: Esattamente. E secondo i giornali si rivolge alla platea dicendo “alzi la mano chi di voi non ha il timore di essere ascoltato ogni volta che parla al telefono”. Secondo te cosa significa tutto questo?

B: E secondo te?

A: Significa che l’attività economica in questo paese è normalmente accompagnata da corruzione e illeciti di vario tipo, significa che tutti lo sanno, significa che la cosa non importa a nessuno.

B: Sei troppo drastico: ci sono magistrati che indagano, giornalisti che fanno inchieste, cittadini che protestano in vari modi.

A: D’accordo, cerco di essere più preciso. La corruzione e la degradazione non sono un problema per i ceti dirigenti, perché anzi essi su quelle costruiscono le loro fortune e il loro potere, e non lo sono per la maggioranza del popolo italiano, che accetta la lenta distruzione del paese pensando che sia l’unico modo per conservare un livello di vita e di consumi che è sempre più minacciato.

B: Cosa intendi per “ceti dirigenti”? la Casta politica?

A: Ma non solo, naturalmente. La stragrande maggioranza dei giornalisti, capaci solo di fare le grancasse del potere. Gli imprenditori, che hanno accettato senza problemi il ruolo di corruttori corrotti. E si potrebbe continuare, ma il problema vero non è questo.

B: Sarebbe invece?

A: Quello che dicevo prima: un popolo ha i politici che si merita, e posso aggiungere che ha i giornali che si merita e ha gli imprenditori che si merita. Alla fine siamo sempre noi a decidere.

B: Discorsi già sentiti, e che da tempo sono stati accusati di moralismo.

A: Parole vuote. Cosa vuol dire moralismo?

B: Adesso tocca a me cercare di essere più preciso. L’accusa di moralismo solleva due punti: da una parte si vuol dire che quel tipo di discorsi sembrano implicare una qualche superiorità morale, tutta da dimostrare, da parte di chi li fa. Dall’altra, appaiono privi di efficacia pratica: se tutto il paese è corrotto sembra non ci sia nulla da fare se non ritirarsi in un eremo.

A: Bene, a una critica razionale si può rispondere in modo razionale. E in realtà la risposta alle due critiche è in sostanza la stessa. Non si tratta di decidere che Tizio è più onesto di Caio. Si tratta di capire che così non si può andare avanti, che questo paese sta cadendo a pezzi. E’ un fatto, e capirlo non ha nulla a che fare con l’essere moralmente superiori. Nel momento in cui questo fosse chiaro alla maggioranza, la cosa da fare sarebbe semplice.

B: Cioè?

A: Tiremo un striso, si direbbe dalle mie parti. Tiriamo un rigo. E’ andata come è andata, d’ora in poi si cambia. Facciamo come Togliatti che firmò l’amnistia per i fascisti, perché il fascismo era sconfitto e si trattava di ricostruire l’Italia. Mica potevano metterli in galera tutti, no?

B: ovviamente no, visto che tutti o quasi erano stati fascisti.

A: oggi è lo stesso. La grande maggioranza del popolo italiano è coinvolta, chi più chi meno, nel degrado morale del paese. Così non si può andare avanti. D’ora in poi si cambia, e sul passato tiriamo un rigo.

B: tiriamo un rigo sul passato? Immagino la felicità della Casta…

A: no, quelli no. Anche col fascismo, prima dell’amnistia c’era stato Piazzale Loreto.

B: paragone un po’ inquietante..

A: voglio dire che il fascismo prima bisognava sconfiggerlo, per fare l’amnistia. E per sconfiggerlo definitivamente bisognava colpirne i principali dirigenti. Oggi bisogna sconfiggere il degrado morale del paese, e per questo bisogna colpire i ceti dirigenti attuali, che ne sono i principali responsabili. Con questi non c’è amnistia che tenga. Devono essere combattuti senza tregua. Parlando di “tirare un rigo” mi riferivo a quelle che potremmo chiamare, con Mao, le contraddizioni in seno al popolo.

B: Bene, hai perfino una proposta storico-politica! Condita dalla citazione di Mao, che è sempre chic. Passata la paura, allora?

A: No. Ci vuol altro. Il declino del paese, la potenzialità della sua disgregazione sono ormai penetrate in profondità, nella stessa vita quotidiana.

B: Cos’è, il terzo livello? Abbiamo parlato dell’economia, abbiamo parlato del problema morale, adesso di cosa stiamo parlando?

A: Della tensione diffusa, quotidiana. Di come viviamo male. I rapporti quotidiani si svolgono lungo i binari prefissati dalle relazioni di lavoro, dalle tradizioni, dalle norme dell’educazione, ma appena qualcosa blocca gli automatismi subito scattano tensione, aggressività, insofferenza..

B: un po’ generico.

A: Ti è mai capitato di percepire la tensione e l’insofferenza diffuse quando si fa una fila, per esempio alla posta o per fare un biglietto? Hai presente come venga odiato chiunque crei il minimo problema, in quel contesto?

B: A nessuno piace fare la fila, tu per primo reprimi a malapena l’irritazione.

A: sì, sì, ma ascolta questo: una volta ho visto in televisione un servizio sull’Afghanistan. C’era un camion di aiuti che venivano distribuiti, e un gruppo di donne velate che si accalcavano intorno. Erano, evidentemente, persone bisognose, che in più si beccavano qualche bastonata dai soldati che proteggevano il camion. Sai cosa mi colpì, di quella scena?

B: Cosa?

A: La calma. Non c’era clamori o litigi, al massimo qualche spinta. Probabilmente, per quelle donne riuscire ad afferrare oppure no un pacco con gli aiuti significava riuscire a dar da mangiare, oppure no, alla propria famiglia. Eppure non litigavano, non alzavano la voce.

B: Morale?

A: Pensa a una scena del genere in Italia. Pensa al nervosismo e all’aggressività che percepisci durante una fila alle Poste, e pensa di fare una fila non per spedire una raccomandata ma per avere la cena per te e per i tuoi figli. Cosa succederebbe in questo paese?

B: Ci prenderemmo a coltellate, è questo che vuoi dire. Però non ti seguo, capisco l’importanza dell’economia o del problema morale, ma, se anche sono vere, queste cose che importanza hanno?

A: Sono il modo in cui si manifesta la disgregazione del paese. La tensione e l’aggressività latenti, che per il momento diventano aggressioni concrete solo in casi limitati (contro i rom per esempio, come si diceva prima) sono un effetto, e le cause sono quelle che dicevamo prima: siamo tutti in tensione perché facciamo sempre più fatica a vivere. Il nostro declino economico si traduce nella fatica sempre maggiore per conservare il livello di vita al quale siamo abituati, la diffusa inosservanza delle regole genera continuamente problemi che ciascuno affronta individualmente, con le proprie forze. Siamo sempre più stanchi e tesi. Non ci si capisce più. Un amico mi raccontava che un giorno è salito al volo su un autobus che stava partendo. Ha detto “grazie” ad alta voce all’autista. Lo fa sempre quando riesce a prendere un autobus al volo, perché pensa “non so se l’autista mi ha aspettato oppure no, in ogni caso se lo ringrazio non sbaglio”. L’autista ha pensato che lo stesse prendendo in giro, ha fermato l’autobus e lo ha redarguito di fronte a tutti.

B: Sarà stato stanco, e poi forse chi sale al volo si mette in pericolo. Magari se succedeva qualcosa al tuo amico ci andava di mezzo l’autista.

A: Ma sì, ma sì, non si sono capiti, il mio amico voleva essere gentile, l’autista ha pensato che lo prendesse in giro. Non ti sto dicendo che qualcuno è buono e qualcun altro è cattivo.

B: E cosa mi stai dicendo, allora?

A: Ti sto dicendo: siamo un paese in cui non ci si capisce più nemmeno a dirsi “grazie”. Possiamo durare?

B: Non so. Tu cosa dici?

A: Che vorrei un paese dove “grazie” vuol dire “grazie”.

B: O anche, per esplicitare la tua citazione nascosta,

A: dal finale di “Miracolo a Milano”,

B: “un paese dove buongiorno voglia veramente dire buongiorno”.

[1] M.Kaldor, Le nuove guerre, Carocci, Roma 2001.
[2] L’Espresso, 12 giugno 2008, pagg. 128-130.

Marino Badiale, Genova, giugno 2008.

giovedì 19 giugno 2008

Uno sguardo disincantato su Cinema e Televisione

In questo articolo intelligente si parla del modo diverso in cui televisione e cinema rappresentano la "realtà".
Notevole è l'accento posto, a questo proposito, sulla differenza tra possibilità di "interrogazione" e impossibilità di "interrogazione", rispettivamente del cinema ( che è un'arte) e della televisone: infatti, la dove il cinema con il suo sguardo ci proietta sempre in una dimensione plurisignificante, la televisione limita il nostro sguardo, cristalizzando , senza alcuna via di uscita, la nostra stessa possibilità di "significare".
Creando l'impossibilità di un "controcampo", di un luogo "oltre" l'immagine, la televisione impedisce di essere interrogata, di essere "distanziata" dallo spettatore; da qui la sua perversità, da qui la creazione del niceano "uomo del risentimento": lo spettatore.


Non è difficile scorgere da questa analisi ciò che quarant'anni orsono il grande poeta Pasolini diceva a proposito della televisione, e cioè un mezzo che non si distingueva di molto ( anzi, era lo stesso) dall'essenza propria di ogni potere ( in particolare secondo Pasolini del potere fascista) : la creazione di un solco di incomunicabilità tra lo spettatore e il mezzo mediatico ottenuto per il tramite di una gerarchia basata sull'impossibilità di un contradditorio.
Secondo Pasolini, la televisione era paragonabile ad una sorta di "duce" che, dall'alto della sua posizione, imponeva le sue scelte al suddito, il quale altro non poteva fare che accettarle ex post.
Così infatti agisce la televisione: le sue notizie, oltre ad essere traviate da scelte che nulla hanno a che fare con qualche specie di obiettività ( questo vero e proprio "rifugio delle canaglie"), sia in sede di scelta delle notizie sia in sede di esposizione, sono poste quali "fatti" colti nello stesso momento in cui sono ormai passati e quindi irrimediabili.
Fatti che , per come sono esposti, suscitano nello spettatore passività e, quindi, angoscia impotente.
Come mezzo per passivizzare le masse è unico ed irripetibile: nel momento stesso in cui il fatto viene confezionato, lo spettatore viene indotto a pensare che un fatto accaduto è pure sempre un fatto accaduto; e che ci penserà sempre “chi di dovere” a risolvere il caso, se il caso deve essere risolto.

Diverso il discorso per il cinema.

Arte propriamente “storica”, dialettica dell' immagine in divenire, immagine che raccoglie sempre un “al di là”, il cinema fa comunella con il fondamento stesso di ogni arte rivoluzionaria, e cioè la possibilità sempre presente di un andare oltre “il presente” verso un ipotetico mondo, verso una situazione diversa e possibile.

Il cinema, come arte della possibilità, è capace infatti di portare avanti uno scarto rispetto al “mondo così com'è”; visione che si innalza oltre l'esistente, grazie al suo potere critico dissacrante ed anche immaginativo, è capace di innalzare lo sguardo dello spettatore verso il possibile, verso l'utopico.

Come la poesia , il cinema è propriamente arte rivoluzionaria.

E' vero comunque che non tutto il cinema è propriamente così: c'è il cinema ideologico, che ha la funzione di cristallizzare il presente e renderlo “eterno” ed immodificabile, e c'è il cinema propriamente rivoluzionario, quello che, oltre a “immaginare” altri mondi possibili, è anche capace di “disturbare” lo spettatore richiamandolo addirittura all'azione possibile ( a questo proposito mi viene in mente il cinema di Jean Luc Godard o del grande e compianto Guy Debord).
Ma ora veniamo all'articolo di oggi.


Partendo dalla campagnia mediatica costruita ad hoc sulla "insicurezza" delle nostre città, l'articolo si conclude con una considerazione tragica e perversa allo stesso tempo: il media televisivo sta sempre di più sostituendo la realtà con la "sua" realtà.

Buona lettura!



L’insicurezza del fuori campo:
riflessioni tra violenza, politica e informazione

di Simone Ghelli

Da un po’ di tempo a questa parte ho fatto una tale indigestione delle stesse immagini da averne il disgusto. Sento insomma la necessità di vomitarle fuori. Queste mie riflessioni non avranno perciò la pretesa di fornire un’appropriata analisi di campo, né tanto meno d’essere un’indagine sociologica. Prendetele per quello che sono: il tentativo, forse un po’ velleitario, di portare quelle immagini altrove, di spiazzarle, poiché non riesco a togliermele dalla testa. Soprattutto le parole. Quelle sprecate in queste ultime settimane sono un numero impressionante, tanto da indurmi a rivedere la mia posizione sulla natura dell’apparecchio televisivo: da scatola visiva a scatola sonora.
Ma veniamo ai giorni nostri.
Prima sono arrivati i pirati della strada, poi le aggressioni e gli stupri. I colpevoli, sempre più spesso, sono stati identificati come rom, rumeni o extracomunitari irregolari o meno. Date queste premesse non si può nascondere che ognuno di noi, al sentire tali notizie, dia in qualche modo per scontato di chi sia la responsabilità, poiché sembra che ormai soltanto alcuni tipi di crimini abbiano il diritto di comparire sul pubblico patibolo dell’informazione. È vero, succede sempre così quando c’è qualche caso eclatante su cui forzare la mano; succede che improvvisamente si verificano più situazioni simili in una volta, come se il caso si fosse ingegnato d’incastrare i fatti in un disegno tanto perfetto quanto perverso. È vero, ma non si può negare che nell’ultimo mese ci sia stato un vero e proprio bombardamento mediatico ai danni dei cittadini italiani. Man mano che ci siamo avvicinati a quest’ultima campagna elettorale, sui telegiornali si è infatti combattuta una vera e propria guerra, in cui vinceva chi gridava più forte allo scandalo. Violenza esibita, mostrata, urlata come uno slogan. L’obiettivo erano sempre loro, gli stranieri, il capro espiatorio su cui far ricadere le colpe di uno stato, quello italiano, in cui la disaffezione dalla politica è sempre più evidente. Una politica che non viene più intesa come partecipazione degl’individui alla cosa pubblica, bensì come somma delle pretese accampate dai singoli nei confronti dello stato. Da questa prospettiva ciò che conta diviene in primo luogo la difesa del bene individuale, non la condivisione delle rispettive abilità. Chi più promette, più voti ottiene. È una questione di offerta, allo stesso modo di quella che regola l’auditel dei canali televisivi. In questo modo il fuori campo viene limitato a uno spazio invisibile in cui relegare le competenze, tecniche e intellettuali, che perdono il proprio valore di scambio all’interno di quest’economia del potere. Nel fuoricampo non vi è nessuna sicurezza, così come accade per tutti quei conflitti che non rientrano mai tra gl’interessi dell’informazione.
Il culmine di quest’aggressione mediatica si è registrato nelle giornate che hanno preceduto il ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma. “Sicurezza” è stata la parola d’ordine che ha intasato tutti i canali dell’informazione, usurpando addirittura il posto alla “monnezza” di Napoli, che improvvisamente è scomparsa dagli schermi. Qualcuno si sarà persino convinto che forse il problema dei rifiuti fosse stato improvvisamente risolto, poiché ciò che non entra nella televisione non esiste, o quasi. Proviamo a pensare ai pensionati che non escono di casa se non per fare la spesa o poco altro. Che cosa possono saperne, loro, della violenza che dilaga nelle strade, quando non vedono altro che la propria strada? L’emergenza esibita in televisione è diventa in questo caso traccia di un pericolo reale (sarebbe interessante a tal proposito fare una statistica delle percentuali di voto in base alla fascia d’età, e non soltanto in relazione alla classe sociale di appartenenza), un pericolo da arginare, così come si cerca inutilmente di arginare l’arrivo degli stranieri. Nonostante tutti i tentativi di isolarlo, il fuori campo è però qualcosa che preme sull’immagine per dilatarne i confini, almeno che quest’immagine non contempli altro che se stessa.
Ed eccoci dunque a una prima fondamentale constatazione: al contrario del cinema, che tende a costruire un mondo e a renderlo abitabile, la televisione si sostituisce al mondo, così come sta accadendo con Internet. Con una differenza però, che la rete per sua stessa natura consente un controcampo e soprattutto un fuoricampo (o quanto meno la possibilità di desiderarlo, di costruirlo) mentre in televisione il fuoricampo non è consentito, se non casualmente come fonte sonora. Il punto di vista è occultato con precisione quasi chirurgica, tanto che il ruolo del fuoricampo viene delegato al commento, che funge da inserto rafforzativo dell’immagine. Si pensi alla prassi ormai consolidata di far accompagnare la notizia dalle interviste ai diretti interessati (la famiglia o gli amici della vittima) mentre l’immagine si avvicina sempre più ai volti, entra nella loro intimità e ne raccoglie le parole. L’informazione in questo modo violenta due volte le persone coinvolte, poiché nega loro lo spazio e il tempo necessari all’elaborazione del lutto. Ma la cosa che più lascia stupefatti è la leggerezza con cui queste vittime si lasciano violentare dall’obiettivo, come se l’apparire mediatico venga considerato una sorta di rivalsa sociale, l’unico modo per dare voce alla propria disperazione, sempre più rabbiosa e sempre più orientata verso la logica dell’occhio per occhio e dente per dente.
L’analogia, che può apparire bizzarra, tra l’inserto televisivo e il contratto a progetto sta proprio qua: consiste nel creare uno spazio in cui chi accetta condizioni eticamente inaccettabili occupa il posto di un’altra persona. Si tratta cioè di un sistema basato sulla capacità di sopportazione, dove per resistere si deve sottostare a condizioni sempre più inumane (proprio come dimostra il proliferare di reality che prevedono prove sempre più estreme. Il mostrare senza pudore il proprio dolore) o, allo stesso modo, esporre il proprio corpo (ma qua dovremmo aprire un altro capitolo, che è quello della progressiva mercificazione del corpo femminile in televisione) non è così differente dallo svendere le proprie competenze. In un caso o nell’altro l’individuo viene preso in un rapporto di scambio in cui ha perso la propria capacità contrattuale, la propria volontà di scelta – l’unica scelta possibile è forse quella di tirarsene fuori e diventare in qualche modo “invisibile”, rifiutando qualsiasi forma di contratto. Non a caso in questi ultimi anni si è avuto come uno strano cortocircuito, poiché se inizialmente i format televisivi si sono adeguati ai notiziari (far incontrare di nuovo persone che non si vedevano da anni e raccontare le loro storie), successivamente essi hanno influenzato il modo di proporre le notizie. Lo zoom (inteso come contatto attraverso il quale lo spettatore entra nella televisione, che si sostituisce così al mondo) da visivo è diventato anche e soprattutto sonoro. Ciò che sembra assolutamente prioritario è infatti l’annullamento della sfera privata, modalità alla quale si è recentemente adeguata anche la sfera politica – si pensi ad esempio agli scandali legati alle intercettazioni telefoniche. La cosa pubblica è diventata dominio della televisione anziché della politica, tant’è vero che in televisione non si guarda niente, ma si parla sempre troppo, poiché lo schermo ha bisogno di essere riempito per nascondere un’immagine che è sempre uguale a se stessa. La tragedia dell’11 settembre è stata in questo caso sintomatica. La ripetizione ossessiva delle stesse immagini ha contribuito a creare un vuoto, nell’immagine, ancora più grande di quello lasciato dal crollo delle torri gemelle. In quel caso c’era dietro tutta una serie di film catastrofici hollywoodiani che aveva preparato il pubblico all’approssimarsi di tale evento, anche se il suo impatto emotivo è andato oltre ogni più logica aspettativa. Eppure, anche nel caso della fobia tutta nostrana nei confronti dei delinquenti stranieri, ha giocato un ruolo fondamentale la ripetizione, come un ritornello che ci entra in testa e che cominciamo involontariamente a canticchiare. Loro malgrado gli stranieri hanno letteralmente ostruito l’informazione nel nostro paese. Ostruito perché per giorni siamo stati bombardati dalle notizie sulle aggressioni, come se non stesse succedendo nient’altro, come se attraverso la notizia si dovesse contribuire a creare l’attesa nello spettatore, che ogni giorno doveva accendere il televisore aspettandosi di trovarvi proprio quella notizia.
E questa è una seconda importante distinzione: il cinema si presenta sempre come un’esperienza unica e irripetibile, poiché allarga i limiti dello sguardo, del nostro sguardo, mentre la televisione si basa su una coercizione a ripetere, del mezzo e dello spettatore.
Anche nel caso dei dibattiti politici (questa grande farsa in cui si promette di dire finalmente qualcosa) la questione non cambia, poiché quello che può apparire un controcampo (passare la parola a turno agli esponenti politici) non ha niente a che vedere con le funzioni di raccordo tipiche del linguaggio cinematografico, ma è piuttosto la figura più efficace per prendere il telespettatore nelle maglie di una strategia votata esclusivamente all’ottenimento del consenso. Poiché la televisione non ha sguardo, ma pretende di guardare tutti contemporaneamente. È un occhio vitreo dietro al quale l’apparato si nasconde, si ritrae sempre più, fino al paradosso di entrare in campo (sempre più spesso s’inquadrano i cameraman, ad esempio) per mimare quel desiderio irrealizzabile di ogni telespettatore: entrare dentro il congegno, essere dall’altra parte dell’immagine.
Per concludere e tornare ai giorni nostri, va sottolineato che il modo in cui è stata strumentalizzata la notizia degli stupri e delle aggressioni subite da alcune donne a Roma è stato a dir poco disgustoso. Da una parte e dall’altra è iniziata una gara a chi trovava la soluzione più efficace al problema (si è parlato di braccialetti e di ronde di cittadini armati) ma non si è parlato del fatto che la nostra è statisticamente una delle capitali più sicure d’Europa, né che in rapporto al numero degli abitanti le aggressioni riscontrate a Milano sono di gran lunga superiori (guarda caso questa notizia è uscita su un importante telegiornale a campagna elettorale conclusa). Ma, soprattutto, non si è quasi mai dato voce a loro, alle dirette interessate, poiché nonostante la parola dell’informazione sia pervasiva e invasiva, essa lo stesso non ci dice niente, se non della volontà di convincerci di qualcosa. Questo qualcosa è la televisione stessa, il mondo che essa ci presenta, le paure che ci somministra. È sempre la stessa immagine, avrebbe detto Serge Daney. Ma cosa succede quando questa immagine diventa così invasiva da inglobare anche il suo fuori, da piegare il mondo alle proprie esigenze? È proprio quando il mondo sembra un film già visto che dovremmo aver paura del finale, e invece tendiamo a cambiare canale, a delegare il compito alla visione altrui, abdicando così alla scelta di poter verificare le coordinate di questo mondo.
È proprio quello che il cinema, interrogandosi sullo sguardo e sull’atto del vedere, per fortuna non cessa mai di fare.

( link: frame on line)




domenica 1 giugno 2008

Due notiziuole interessanti

In occasione dell'arrivo in Italia del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad - che la prossima settimana sara' a Roma per la conferenza della Fao sulla crisi alimentare - l'ambasciata di Teheran in Italia ha organizzato martedi' pomeriggio un incontro sulle 'Possibilita' di sviluppo delle relazioni economiche' tra i due paesi: lo rende noto un comunicato della rappresentanza diplomatica iraniana.
All'incontro, che avra' luogo alle ore 18 in un albergo della capitale, parteciperanno i rappresentanti di alcune importanti aziende italiane. I rapporti economici e imprenditoriali sono uno degli aspetti salienti della visita di Ahmadinejad, vista l'importanza dei reciproci interessi economici tra Italia e Iran. (ANSA).

Mio commento: molto bene, sono felice di ciò. Ma perchè nessuna personalità politica importante andrà a ricevere il presidente iraniano? Frattini ha detto che non ci sarà così come altri personaggi.
E' ovvio che ciò è dovuto al fatto che i "nostri" non vogliono avere implicazioni con "il terrorista" iraniano (bollato come tale dall'Impero del Bene), essendo che noi italioti dobbiamo ubbidire a ciò che il suddetto Impero del Bene dice, dobbiamo ubbidire come servi fedeli!
Che schifo! Vergognatevi!
Anche nei rapporti economici dobbiamo far finta di niente. Facciamo un passettino , tiriamo il sassettino e poi tiriamo indietro la mano. Un pò come dire: vedete, Nostro Signore Impero, è lui, Ahmadinejad, che vuole venire da noi, ma noi non volevamo etc...
Intanto però non si può negare che il Presidente serve per far fare affari alle nostre aziende (sempre però nei limiti voluti dall'Impero del Bene). Ma quanta stucchevole ambiguità cattolica c'è in tutto questo? Tipico tratto italiota resistente nei secoli dei secoli... amen!


Ma veniamo ad un'altra cosuccia interessante: le dichiarazioni di un alto ufficiale Onu.
Leggetele e meditatele!
Scoprirete così che L'Europa altro non è che una meta turistica!


"Vecchia e nuova Europa, non significate nulla, non siete nulla.
Siete una colonia americana.
Tirate giù le vostre bandiere, esponete quella americana e riconoscete il vostro status coloniale.
Siete una destinazione turistica esotica. È l’unica cosa che siete in grado di fare".
Scott Ritter, ex-capo ispettore degli armamenti per le Nazioni Unite.


Commento: guardate, oggi come oggi, sulla televisione italiana, cosa vanno propagandando i "diffusori dell'inganno" in molteplici trasmissioni televisive: lardo di colonnata, il vino tal dei tali, il ben mangiare, il buon bere, etc
Se l'Europa tutta diventerà del tutto una meta turistica non lo so , quello che so invece è che l'Italia sta sempre più diventando una penisola enogastronomica con tanto di D.O.C.G.
Il made in Italy altro non è che ciò che ci permette di fare economicamente L'Impero del Bene. Questo, non vuole di certo che una loro colonia diventi autonoma economicamente e politicamente, perchè ciò andrebbe contro i suoi piani di dominio. Ecco perchè i "servi del sistema" di casa nostra (o non sarebbe più opportuno chiamarli di "cosa nostra"?) propagandano per televisione, per radio, per i giornali il cosìdetto made in Italy, il "piccolo è bello", il "lardo di colonnata", il vino di..., certo... l'importante è non dare fastidio all'Impero, osteggiare la Cina, stare dalla parte del Tibet (si legga Losurdo, qui, e si scoprirà perchè) bollare il Presidente dell'Iran come un mezzo terrorista, stare dalla parte dei sionisti assassini di popoli, etc... Ma non vi rendete ancora conto che tutto ciò che fa parte dell'ideologia dominante oggi a casa nostra altro non è che una derivazione dell'ideologia imperiale americana? Non vi accorgete della nostra totale alienazione?

sabato 24 maggio 2008

Giornata a Verona

Ieri a Verona passeggiata, premiazione e cena con tanto vino e tanti discorsi intelligenti. Ma non voglio parlare assolutamente di cronache o di esperienze particolari. Oggi, per l’ennesima volta, parlerò di poesia e cercherò di arrivare ad una pseudoconclusione per poter cercare con voi di crescere intellettualmente insieme.
Tutto ha inizio così: “i giovani vedono male la poesia in questa società”, afferma un professore liceale, e il docente universitario ribatte che inevitabilmente essi comunque la cercano o la cercheranno “perché la poesia fornisce risposte”.
Ora tocca a me: la poesia è qualità, qualità che si pone in una posizione radicalmente antitetica rispetto questa società della quantità e del senso comune. La poesia è un albero che si staglia alto e vigoroso, che si erge dal terreno della quotidianità ridando valore e senso all’aridità diffusa.
Ma perché tanto amore per la qualità? C’è un’umana pulsione verso l’immortalità e solo le parole restano, parole scritte su un qualche supporto. Farsi sentire per creare: solo le tematiche qualitative permangono mentre quelle quantitative si dissolvono nel loro essere transitorio.
Lo so che fare poesia è difficile e faticoso ma non scoraggiatevi perché molto più complesso è divenire ed essere poeta. Poeta infatti non è colui che vive semplicemente nella poesia ma è colui che vive nel mondo e tra gli uomini ogni giorno poeticamente. La poesia è attendere l’altro, abbracciarlo col gesto e farsi prassi.
Allora osiamo andare oltre: cosa dunque significa vivere poeticamente? Questa è la scommessa dell’uomo, del poeta. È l’indicibile, l’irrafigurabile, è la parola qualitativa che diviene atto nel reale. Il poeta è per questo una soglia, una figura non schematizzabile che sussiste nella e per la perenne tensione tra scrittura e atto intersoggettivo, vitale e storico.
Allora professore che ieri tanto andavi fiero nel dire che la poesia è oggi cercata, e sempre lo sarà, perché dà risposte, non hai capito la tenda che sta in mezzo tra noi e la parola poetica. La poesia è un domandare che se si svela ritrova dietro la sua maschera la domanda stessa che l’ha smascherata. Non c’è bisogno di risposta alcuna nella domanda profonda. E se la poesia risponde o i suoi quesiti sono frivoli o è una narcisistica pratica lessicale e metrica, ossia la fiera della vanità, della qualità negata, rovesciata e ridicolizzata.
La poesia non è né parola sacra né mito e proprio per questo è tragicamente adorabile.

giovedì 8 maggio 2008

Il dominio dell'ideologia pornografica

Questo blog si è sempre rifiutato di fare pubblicità ai libri. Tuttavia, qui farò un'eccezione, perchè il libro di cui vi offro una breve recensione oggi si ricollega molto bene alle discussioni avute in questo sito con un certo personaggio che difendeva a spada tratta la pornografia in quanto tale.
Gli autori di questo sito si rifiutano di vedere nel materiale pornografico sia un mezzo di liberazione della sessualità (maschile e femminile), sia un mezzo che rappresenterebbe la realtà in maniera neutra. Per noi, infatti, la pornografia è solo un mezzo con cui viene rappresentata in maniera degradante le donna, e questo viene effettuato per via di un sostrato fortemente "moralista", che si attua sempre dietro la rappresentazione pornografica.
Innanzitutto, due domande mi sorgono spontanee a proposito di alcune obiezioni che ci sono state rivolte: se la pornografia rappresenta la realtà, perchè allora si continua ad usufruire di materiale pornografico? Non basterebbe solo la realtà a soddisfare gli "appetiti" sessuali?
E poi: se il porno veicolasse davvero un messaggio neutrale sulla sessualità, perchè allora sono le industrie pornografiche a fare tanti soldi e non i sessuologi, che danno un contributo informativo e scientifico sulla sessualità?
Il fatto è che la pornografia non è niente di tutto ciò: essa rappresenta ancora il vecchio desiderio di potere maschile che si appoggia alla vecchia morale bacchettona, e cioè: la donna è solo un oggetto senza coscienza, liberamente disponibile al desiderio maschile.
Se la pornografia fosse veramente liberatoria, allora non si capisce perchè dopo più di trentanni di libera circolazione di materiale pornografico si continua ad usufruirne sempre di più: l'industria pornografica è l'industria più fiorente, insieme alla prostituzione, dell'intero mercato globale.
Dopo queste domande vi lascio alla recensione del libro. Prima però voglio dire che nessuno qui è favorevole alla censura del materiale pornografico. E questo per un motivo molto semplice: la censura avrebbe il potere di rafforzare ancora di più l'immagine della pornografia come mezzo liberatorio contro la morale repressiva.
Se si agisse in questo senso infatti si commetterebbe lo stesso errore che si è commesso per esempio con l'antiproibizionismo negli Stati Uniti: invece di sedare il fenomeno dell'alcolismo, lo si è raddoppiato; e questo è quello che tuttora avviene con le droghe leggere. Forse il fascino del proibito è ciò che agisce in primis dietro tutti questi fenomeni sociali . Il "tabù" infatti genera nell'uomo il desiderio di "trasgredirlo".
Per tutti questi motivi, sarebbe allora una cattiva politica sociale quella che si esplicherebbe nella pratica della censura del materiale pornografico. Bisogna invece educare alla sua lettura, capire i suoi meccansimi inconsci, capire perchè oggi si va sempre di più verso un suo vero e proprio dominio in molte realtà sociali: dalla pubblicità soft porn, trasmessa quotidianamente ad ogni ora del giorno dalla televisione, alle immagini pubblicitarie presenti in immensi cartelloni pubblicitari che campeggiano in ogni nostra città, alle adolescenti che a tredici anni si (s)vestono come delle vere e proprie "professionelle", al vero e proprio fenomeno pornografico in internet.
Non è una caso che se ne parli così poco del fenomeno pornografico. Uno di quei fenomeni più particolari che esistono, poichè più la sua presenza si fa pressante in ogni dove e meno se ne parla.
Facciamolo uscire allora dal tabù di cui si riveste e da cui deriva in primis il suo fascino "trasgressivo", affinchè, parafrasando Stanislaw J. Lec, moltiplicando le critiche si arrivi al punto di non avere più guardiani sufficienti a controllarle.
Ed ora la recensione del libro.
***

Annalisa Verza, Il dominio pornografico. Femminismo e liberalismo alla prova.
Napoli, Liguori, 2006

Recensione di Fabio Lelli – 09/01/2007


1. Un lungo percorso identificativo copre la prima parte del testo, una mossa preliminare alla strategia complessiva che l’autrice vuole mettere in atto sia per mettere alla prova alcuni limiti, o confini, del liberalismo e del femminismo, sia per operare un “disinnesco” della pornografia, non una sua banale e controproducente messa al bando. Si tratta evidentemente di un atteggiamento non neutrale nei confronti dell’oggetto analizzato, non motivato da moralismo ma da una precisa valutazione etico-politica.

Cosa è dunque la pornografia? Non la semplice esposizione di materiali sessualmente espliciti, ma anche e soprattutto la rappresentazione della “porné”, vale a dire della “puttana”, non certo della raffinata cortigiana, ma della donna dei postriboli, al più basso gradino della scala sociale; e ciò non avviene mettendo in scena storie di prostituzione (da notare come non venga mai raffigurato il pagamento della prestazione sessuale), ma pretendendo di raffigurare donne comuni, e quindi suggerendo, per sineddoche, che tutte le donne sono in realtà “porné”.

Ciò che è più grave in questo forma di diffamazione, è il suo nascondere una forma di dominio, un “potere erotizzato”, come sottolineato da Catherine MacKinnon: l’immagine della donna veicolata dalla pornografia è all’esatto opposto di quell’ideale di “costumatezza” che la stessa “comunità maschile”, creatrice e fruitrice della pornografia, ha imposto alle donne. La pornografia, quindi, rappresenta donne “svergognate”, degradate, che stanno inevitabilmente infrangendo il modello di comportamento che dovrebbero onorevolmente seguire. Si tratta in pratica di un doppio inganno: da un lato alla donna viene prescritto un certo modello di costumatezza, e dall’altro la stessa cultura maschile insinua per mezzo della pornografia che tutte le donne non possono mantenere questo codice di onorabilità.

Da questo raggiro, o meglio dalla sua incomprensione, nasce l’assurdità dei movimenti femministi “pro-sex” a difesa della pornografia, che possono vedere in essa o uno strumento di liberazione sessuale per l’intera società, o addirittura una rappresentazione di eguaglianza fra uomini e donne. In entrambi i casi si commette un grave errore: si scambia la pornografia con il sesso tout-court, cadendo nel suo inganno (la pornografia pretende di rappresentare la “reale” sessualità umana), avvalorando il modello di donna-porné (un’idea assolutamente maschile), per intraprendere una lotta contro la repressione sessuale, anch’essa di chiara derivazione maschile. La pornografia è dunque, nietzscheanamente, una menzogna che permette ad un certo gruppo (gli uomini) di dominarne un altro (le donne).

2. Se la pornografia fosse stata semplicemente identificata con un fenomeno di moralità privata (che coinvolge cioè unicamente adulti consenzienti), sarebbe stato estremamente difficile costruire e soprattutto giustificare quella strategia di “demistificazione” che viene proposta come alternativa alla mera censura. E sarebbe stato impossibile allontanarsi dalle prese di posizione di autori liberal come Ronald Dworkin, che difendono il diritto di espressione e che ritengono le usuali protezioni giuridiche sufficienti per affrontare gli eventuali abusi che possono essere originati dal fenomeno pornografico.

Il principio di Mill dell’harm to others quale limite e base fondamentale dell’etica e della politica liberale non deve essere scavalcato per poter agire contro la pornografia: la pornografia provoca effettivamente dei danni. Fra questi l’autrice ricorda la desensibilizzazione rispetto alla sessualità, l’imposizione sia agli uomini che alle donne di modelli di comportamento irraggiungibili e moralmente discutibili (l’esempio è l’ostentazione irresponsabile di ricchezza dei giornali patinati alla Playboy), e naturalmente gli abusi delle modelle, per le quali è poi estremamente difficoltoso dimostrare la mancanza di consenso. L’imposizione di una certa figura femminile, secondo alcune femministe fra cui Catherine MacKinnon e Andrea Dworkin, è causa inoltre della discriminazione del gruppo “donne”, e nei casi estremi anche di stupri. Le azioni legali condotte nel 1983 e nel 1984 ispirate alle tesi delle due femministe non si prefiggevano come obiettivo una censura preventiva, bensì un puro risarcimento per questi effettivi danni causati dal materiale pornografico.

Quello che qui interessa sottolineare, per rendere coerente la tesi di fondo del testo, è il danno intrinseco della pornografia, che consiste nel suo valore performativo: la pornografia è in quanto atto espressivo, una diffamazione ed uno svilimento, e quindi non può essere considerata, secondo l’autrice, alla pari di una qualsiasi altra libera espressione di un libero pensiero. Ecco perché occorre riflettere sulle strategie per affrontarla al di là delle mere “garanzie negative” e della problematica distinzione “pubblico/privato” propria della tradizione liberale. Ancora più complesso il problema del cosiddetto soft-porn, visto che nell’erotismo patinato spesso associato alla pubblicità si trasmette, sia pure in assenza di immagini sessualmente esplicite, la medesima mercificazione e svilimento della donna (e sempre di più anche dell’uomo) in modo ancora più subdolo, proprio a causa del suo non essere apertamente pornografico, privando quindi ogni eventuale fruitore della possibilità di evitarne la visione.

Si tratta, in ultima analisi, di un danno “di gruppo”, delle donne intese come gruppo; un danno estremamente grave se, come suggeriscono autori del calibro di Charles Taylor e di Joseph Raz, all’uguale rispetto e considerazione dei singoli cittadini è necessaria anche la protezione degli individui in quanto membri di gruppi specifici.

3. La pornografia si rivela in tal modo un banco di prova di grande efficacia, misurando “sul campo” i limiti estremi del classico ideale liberale della neutralità, e fungendo anche da discrimine per diverse forme di femminismo. Si può quindi leggere questo fenomeno, sempre più presente nella cultura e nell’immaginario, sia in senso negativo che in senso positivo, come un reagente eccezionale per rivelare i meccanismi interni delle ormai pacifiche idee di fondo della tradizione ben consolidata del liberalismo politico.


( da: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2007-04/verza.htm)


giovedì 1 maggio 2008

Memoria e azione. Una riflessione intelligente.

Le idee che noi abbiamo portato avanti in questo nostro piccolo e modesto blog, giuste o sbagliate che siano, coerenti o incoerenti che siano, intelligenti o stupide che siano, le abbiamo sempre portate avanti con l'intento che qualcuno ce le criticasse, o che le approfondisse, sempre però con intenzioni intelligenti. Purtroppo, in questi ultimi tempi, sta accadendo in questo blog quello che accade quotidianamente in molti altri blog, che però non hanno, come noi, nessuna idea di riflettere sul mondo in cui viviamo, ma che fanno del pettegolezzo, dello sfottò , della stupidità intellettuale e della polemica fine a se stessa il loro cavallo di battaglia. Ricordiamo perciò ai nostri amici che ci seguono, magari anche pochi, che noi non ci piegheremo a chi vuole fare del nostro blog un luogo di tenzoni inutili e di colpi bassi: a chi perciò non vuole dialogare con noi, e ci lascia nei post commenti idioti fini a se stessi, diciamo solo una cosa: andate da qualche altra parte a fare polemiche, noi non vi seguiremo!
Questo vuole essere un luogo di dialogo "socratico", una piccola piazza virtuale, un luogo per scambiare discorsi sul mondo "assurdo" in cui viviamo, cercando soprattutto di trovare pratiche per combatterlo (e non solo "resistenze" alla Foucault). L'intento di questo blog è trovare una prassi comune, creare un gruppo di dialogo, perciò il suo scopo non è il dialogo-con-se-stesso, ma un dialogo che lo porti da qui, dalla piazza "virtuale", alla realtà, all'incontro in "carne ed ossa", alla vita vera degli uomini.
A chi tutto questo non va bene, se ne può pure andare, ma eviti soprattutto di lasciare commenti idioti.
E con questo concludo.


V
eniamo ora al post di oggi, trovato sul sito intelligente di un ragazzo che discute pacatamente del mondo odierno. Purtroppo, però, i suoi post sono fermi al 16 Febbraio 2006. Sotto vi ho lasciato il link per andarvi a leggere il post di questo sito, che ha il pregio di riflettere indirettamente sulla giornata della memoria del 25 Aprile con intento polemico senza però essere volgare.
Come introduzione alla sua lettura vi ho anche lasciato un bellissimo "pezzo" di Feuerbach. Questo "pezzo" vuole anche essere una sorta di risposta alle domande di Alessandro lasciate in sospeso nel post di qualche giorno fa: la memoria può essere di impaccio? Per superare la società inerziale di Oggi, occorre più memoria del passato o meno memoria? Una parziale risposta a questa domanda io l'ho trovata in una frase di Nietzsche (tratta, se non vado errato, dalla prima inattuale), di cui adesso non ricordo precisamente le parole, ma parafrasandola dice più o meno così: l'azione è nemica della memoria poichè per agire bisogna imparare a dimenticare...
Ma ora vi lascio al bel "pezzo" di Feuerbach e più sotto al link. Buona lettura.

"Se vuole dar vita ad una nuova epoca, l'umanita' deve rompere con il passato senza rimpianti; deve presupporre che quanto finora e' esistito sia un nulla. Solo grazie a questo presupposto l'umanita' acquista la forza e la volonta' di giungere a nuove creazioni. Ogni legame con le cose presenti paralizzerebbe il volo della sua forza creativa. Bisogna pertanto che l'umanita', di tanto in tanto, butti via il bambino insieme all'acqua sporca; l'umanita' deve essere ingiusta, partigiana. La giustizia e' un atto proprio della critica, ma la critica viene sempre solo dopo l'azione, e non perviene all'azione".

Ludwig Feuerbach (SW II, 378)

post: http://diploblog.splinder.com/post/7145986


blog: http://diploblog.splinder.com/

mercoledì 23 aprile 2008

Sulla moda e sull'impotenza

Vi linko due interessanti post che cercano di esaminare la categoria moda giungendo a conclusioni di un certo tipo. Quello che qui mi interessa è che tali testi possano fungere da spunto per una profonda meditazione e una sana ricerca intellettuale di "soluzioni pratiche".
Comunque, prima di darvi la possibilità di leggerli, vorrei far notare all'autore dei due scritti che la pornografia non si discosta per nulla dalla sua criticata categoria di moda: pure il porno è una riproduzione incessante di immagini (contenitori pregni di alienazione) e quindi un mero prodotto-surrogato del sistema spettacolo. Niente di più di ciò!

http://www.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1208646211&archive=&start_from=&ucat=52,62

http://www.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1208738963&archive=&start_from=&ucat=52

Buona lettura!

sabato 12 aprile 2008

Stato vegetativo della politica: l'esempio dell'encomio da nausea

Manca un giorno alle elezioni e allora mi chiedevo come chiudere questo meraviglioso ed eccitante periodo di fregnacce?! Il fato ha risolto ogni mio problema e mi ha fatto trovare sul web questa fantastica intervista che se letta bene è possibile associarla a tutti quei fan, questo sono di fatto i votanti, che si imbevono di idee senza capire letteralmente 'na mazza di quello che sentono e che poi riferiscono come degli automi agli altri. E tristemente questo vale sia per i berlusconiani sia per i veltroniani sia per tutte le altre marionette di sinistra.
Allora se questa è la situazione dell'individuo impegnato, quello che la politica la segue e la capisce, allora stiamo tranquilli: domani sarà un'altra giornata che scriverà la storia del vegetale stato comatoso di questa appassita pianta oppiacea che è l'Italia.

Ecco per voi il link dell'illuminante intervista:

http://www.politicalink.it/interviste/zarri.htm

Buona decisa astensione!

domenica 30 marzo 2008

Contro il razzismo


"Il razzismo è una forma di alter-fobia, cioè di rifiuto di ammettere, non soltanto l'altro, ma la nozione anche di diversità. Ci sono secondo me due forme di razzismo, molto diverse ma convergenti. La prima è quella del razzismo classico, brutale e discriminatorio, che mira a dividere, a predominare, o sradicare gli altri per la sola ragione che sono diversi. La seconda, più sottile, consiste nel non ammettere l’Altro fino a che non sia stato riportato allo “Stesso”. Dire che "gli uomini sono tutti gli stessi", che ci sono "soltanto uomini come gli altri", può sembrare generoso. È effettivamente soltanto un modo di mostrare che si è incapaci di comprendere e riconoscere la diversità. Il punto comune di questi due razzismi è l'allergia alla differenza".
Alain De Benoist






Pubblico qui una serie di articoli che descrivono accuratamente cosa si deve intendere per razzismo, per discriminazione, per capro espiatorio, etc, etc.
Sono articoli di una chiarità cristallina che devono essere sempre tenuti a mente; soprattutto oggi, che viviamo il razzismo contro il popolo rumeno o contro il popolo rom o contro tutte le altre minoranze come una cosa normale su cui magari si può fare anche una battuta.
Contro tutto questo razzismo montante basterebbe la semplice frase "ciascuno di noi ha diritto a essere considerato un essere umano dall'individualità unica". Basterebbe davvero questo per fare scomparire rattamente tutti i pregiudizi razziali, per smontare ad una ad una tutte le falsità su cui il razzismo e il pregiudizio nei confronti del "diverso-da-me" poggiano.
A ragione Alessandro nel post di qualche giorno fa rifletteva sulla categoria di nemico come categoria indispensabile per il rafforzamento del potere. Riflettiamo su queste cose. E così sarà palese che dietro il razzismo montante di oggi ci sta sempre il potere di un certo ceto dirigente che per coprire le proprie nefandezze e le proprie incapacità usa le minoranze come capro espiatorio su cui far sfogare la rabbia della gente che altrimenti si sfogherebbe contro di lui.
E, allora, se abbiamo capito questo, prendiamocela invece con quel pattume umano che è la classe dominante italiana di oggi ( politici e , più in là, malfattori della peggiore risma, come una certa classe dirigente italiana indicata da La Grassa con la sigla G.F.&I.D.) e non contro il popolo rumeno o il popolo rom.
Basta con il razzismo! Combattiamolo sempre, su ogni linea. E che la nostra rabbia si abbatta contro chi detiene veramente le leve del comando e calpesta la vita degli italiani come quella dei rumeni e dei rom.
Vi lascio ora agli articoli. Buon proseguimento, augurandomi che queste riflessioni vi accompagnino nella vita sempre, in ogni situazione in cui vi trovate.

***



Stereotipi

Intendiamo qui per stereotipo una generalizzazione sul conto di una persona o di un gruppo di persone. Esso si sviluppa nel momento in cui non siamo capaci, o non abbiamo voglia, di ottenere tutte le informazioni necessarie per poter giudicare con equanimità persone o situazioni. In mancanza del quadro completo, gli stereotipi in molti casi ci permettono di "riempire le caselle vuote". La nostra società spesso crea e perpetua alcuni stereotipi innocentemente, ma anche in questo caso si può arrivare a una discriminazione ingiusta e alla persecuzione, se lo stereotipo è negativo.

Per esempio, se passiamo attraverso un parco a notte fonda e incontriamo tre persone anziane con la pelliccia e col bastone da passeggio, non abbiamo la stessa sensazione di pericolo che avremmo se incontrassimo tre adolescenti coi giubbotti di cuoio. Perché? In entrambi i casi generaliziamo. Queste generalizzazioni nascono da esperienze personali, da ciò che abbiamo letto sui libri o sui giornali, che abbiamo visto alla televisione o al cinema o che ci è stato raccontato da amici e famigliari. In molti casi una generalizzazione è abbastanza attendibile. Eppure, letteralmente ogni volta, ci affidiamo al pregiudizio per attribuire a una persona caratteristiche note da stereotipi, senza essere a conoscenza di tutti i fatti. Con le stereotipizzazioni diamo per scontato che una persona o un gruppo di persone sia in un certo modo. Molto spesso capita che si abbiano stereotipi su persone che appartengono a gruppi che non conosciamo direttamente.

La tv, i libri, i fumetti e il cinema sono fonte inesauribile di personaggi stereotipati. Per molto tempo, ad esempio, la cattiva industria cinematografica e la televisione hanno tratteggiato personaggi di romani indolenti e di buon cuore, di napoletani che cantano e mangiano gli spaghetti, di milanesi che pensano solo a fare i soldi, di siciliani mafiosi, di americani neri che parlano con tutti i verbi all'infinito, stupidi, pigri o violenti. Queste caratterizzazioni hanno incoraggiato i pregiudizi. Allo stesso modo le donne fisicamente attraenti sono state dipinte, e lo sono tuttora, come poco intelligenti, poco adatte all'attività intellettuale e di abitudini sessualmente promiscue.

Gli stereotipi nascono anche dal timore nei confronti di persone appartenenti a minoranze. Per esempio, molti ritengono che un malato di mente commetta facilmente atti violenti. La statistica non conforta questa teoria: le persone con malattie mentali non sono più violente del resto della popolazione. Forse i pochi casi, isolati ma assai pubblicizzati, di persone con disturbi mentali che compiono atti di violenza in stato di raptus hanno gettato il seme di questa credenza.
Probabilmente è così che sono nati in origine alcuni stereotipi: una serie di azioni compiute da un membro isolato di un gruppo viene ingiustamente attribuita al carattere del gruppo nel suo insieme.



Discriminazione

Quando giudichiamo persone o gruppi in base ai nostri pregiudizi o stereotipi, e per questo li trattiamo diversamente, compiamo un atto di discriminazione. Quest'ultimo può presentarsi in molte forme. Si può esercitare una pressione, subdola o dichiarata, in modo da scoraggiare gli appartenenti a una data minoranza dal prendere alloggio in un determinato quartiere. Appartenenti a minoranze o donne sono talvolta vittime di discriminazioni per ciò che riguarda il lavoro, l'istruzione e i servizi sociali. Può accadere che ci teniamo lontani da persone che in passato hanno sofferto di malattie mentali perché abbiamo paura che ci possano far del male. Le donne e le minoranze sono spesso tenute lontane da posizioni elevate nel mondo degli affari. Molti club americani hanno statuti di appartenenza che escludono ebrei, neri, donne o altri.

A causa della discriminazione vi sono stati casi in cui la giustizia civile e penale non è stata uguale per tutti. Per esempio alcuni studi provano che un afroamericano accusato di omicidio colposo ha significativamente più probabilità di essere condannato a morte di un bianco accusato dello stesso crimine.



Razzismo

Generalmente gli antropologi e gli scienziati che studiano l'uomo e le sue origini accettano che sia possibile dividere la specie umana in razze basate sulla complessione fisica e genetica. Molti, ma certamente non tutti gli afroamericani, sono fisicamente diversi dal tipo caucasico, anche al di là della pelle scura: hanno i capelli crespi, per esempio. Tutti gli studiosi sono d'accordo nell'affermare che non vi è alcuna prova credibile che una razza sia culturalmente o psicologicamente diversa da un'altra, o che una razza sia superiore a un'altra. Studi compiuti in passato che siano giunti a conclusioni del genere si sono rivelati gravemente difettosi da un punto di vista metodologico, oppure intrinsecamente preconcetti.

Tuttavia, nonostante tutte le prove scientifiche che dimostrano il contrario, vi sono persone che ritengono che la propria razza sia superiore a tutte le altre. Queste persone, collettivamente denominate "razzisti", sono quelle che più facilmente compiranno atti di discriminazione, persecuzione e violenza contro coloro che essi ritengano appartenere a razze "inferiori".

Nell'Europa del secolo XIX, gli ebrei erano considerati una razza inferiore con caratteristiche somatiche e di personalità precise. Alcuni pensatori teorizzavano il fatto che queste particolarità sarebbero sparite nel momento in cui gli ebrei avessero ottenuto l'emancipazione politica e sociale e fossero stati integrati nella società. Altri credevano che questi tratti fossero trasmessi geneticamente, e che fossero immutabili. La teoria razziale, distorta in una pseudo-scienza, accreditava stereotipi ereditati dall'antisemitismo classico e cristiano (vedi L'antisemitismo moderno). Una crescente enfasi nazionalistica additava inoltre gli ebrei come "elemento straniero", che poteva contaminare stirpe e cultura locali, e, in potenza, soggiogare economicamente e politicamente la popolazione indigena (vedi Adolf Hitler). Questa storia pregressa fu il terreno fecondo su cui poterono fiorire l'ideologia nazista e il programma di genocidio.

Gli stereotipi razzisti in Italia sono moltissimi: il più noto e ormai classico è quello del Nord "che lavora" contro il Sud "che non fa niente e si mangia tutti i soldi del Nord". Ma, dopo molti decenni di vita in comune nelle grandi città industriali, esso è forse andato attenuandosi: molti ex "terroni" si sono integrati, e possono a loro volta esercitare, insieme con gli abitanti del Nord, il proprio razzismo sui nuovi "terroni", gli extracomunitari che a partire dagli anni Ottanta hanno raggiunto il nostro paese. Ben presto sono nati gli stereotipi: marocchini ("sporchi, non hanno voglia di far niente"), somali ed eritrei ("non è colpa loro, ma hanno una pelle che puzza"), filippini ("sono le colf più brave di tutte, ma i mariti non hanno voglia di lavorare"), persone dell'Est europeo ("tutte puttane"), nigeriane (idem), albanesi ("tutti violentatori"), peruviani ("tutti ladri") ecc. Vi sono stati, in alcuni quartieri delle grandi città del Nord, soprattutto a Torino e a Genova, veri e propri episodi di guerriglia urbana fra bande di cittadini e di immigrati.

I neri giunsero nell'America del Nord dall'Africa come schiavi, e i loro discendenti sopportarono secoli di oppressione. Durante la guerra civile gli schiavi furono liberati e ottennero la cittadinanza. La discriminazione continuò. Nel Sud le leggi "Jim Crow" imponevano loro gabinetti, autobus e case di cura separati.
Il razzismo contro gli afroamericani è ancora presente negli Stati Uniti. Nonostante le leggi e i meccanismi di tutela contro la discriminazione, i neri d'America hanno ancora problemi di integrazione per ciò che riguarda la casa, l'occupazione e l'istruzione; inoltre esistono organizzazioni razziste quali il Ku Klux Klan che, benché contino pochi membri effettivi, si muovono attivamente per reclutare gente ai raduni di massa tenuti in Pennsylvania e altri stati allo scopo di diffondere il messaggio d'odio contro neri, ebrei, cattolici e altre minoranze.
A livello locale, amministrativo e federale sono state promulgate leggi sui diritti civili, per combattere il razzismo, le persecuzioni e le discriminazioni che il razzismo incoraggia. Se il Primo Emendamento della Costituzione americana protegge il diritto di ciascuno a riunirsi pacificamente e a parlare liberamente, il messaggio razzista provoca sempre una reazione di condanna da parte dei membri responsabili delle comunità in cui i razzisti vanno a predicare.


Il concetto di capro espiatorio

La politica del capro espiatorio consiste nel dare la colpa a un individuo o a un gruppo di persone di un insuccesso, reale o immaginario, dovuto ad altri. Il termine è di origine biblica. Il sommo sacerdote poneva la propria mano sul capo di una capra, trasferendo così i peccati della comunità sull'animale che veniva lasciato libero nel deserto.

Accade non di rado di incolpare qualcun altro dei nostri fallimenti, e specialmente di dare la colpa a quelli che non vogliono, o non possono, difendersi. Accade non di rado che siano le minoranze a fare da capro espiatorio. In primo luogo esse sono spesso isolate all'interno di una società: sono quindi un bersaglio facile. Chi sta nel gruppo di maggioranza è facilmente convinto delle caratteristiche negative di un gruppo di persone con cui non ha alcun contatto diretto. Violenze, persecuzioni e genocidio possono accadere perché si dà la colpa di qualche disagio sociale a una minoranza. Disoccupazione, inflazione, carenza di cibo, peste, delinquenza per le strade sono tutti esempi di mali che nei secoli sono stati attribuiti a questa o quella minoranza.



Demagogia e propaganda

Alcuni tipi di pregiudizio vengono tramandati di generazione in generazione. Quello contro gli ebrei, detto antisemitismo, è documentato da più di duemila anni. Generalmente, tuttavia, l'odio violento contro le minoranze viene risvegliato da leader carismatici che sfruttano passioni latenti ai propri fini politici. Questi capi sono detti "demagoghi", e le loro armi a questo scopo sono la propaganda e la disinformazione (ovvero l'azione di fornire informazioni volutamente errate). Essi generalmente hanno successo perché alla gente piace credere che i propri problemi siano di semplice soluzione. Mediante tecniche propagandistiche si creano argomenti persuasivi atti a dimostrare che questo o quel gruppo ha la colpa di tutto, e che i problemi scomparirebbero "se non fosse per quei... (e qui si riempie lo spazio col nome della minoranza prescelta)". Più un popolo è istruito, meno è facile convincerlo con questi sistemi. In un società libera, in cui vi è libero accesso all'informazione, diventa ancor più difficile.



Reazioni positive al pregiudizio e agli stereotipi

Per combattere pregiudizi, stereotipi, discriminazioni e la politica del capro espiatorio, per prima cosa bisogna capirli. Tutti noi abbiamo pregiudizi su individui di gruppi diversi dal nostro. Dovremmo però ammettere che non agiamo secondo giustizia se per questi motivi trattiamo le persone diversamente. Ciascuno di noi ha diritto a essere considerato un essere umano dall'individualità unica.

Nel suo discorso al Lincoln Memorial nel 1963, noto come "Io ho un sogno", Martin Luther King Junior, combattente per i diritti civili, disse: «Io ho un sogno: che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non verranno giudicati per il colore della loro pelle ma per le loro qualità morali». Egli spese la sua vita a lottare contro l'intolleranza e i pregiudizi. Il suo messaggio era rivolto non solo ai neri d'America, ma a tutte le minoranze oppresse. A causa delle sue posizioni coraggiose contro l'odio razziale egli subì gravi torti personali, fino a quando fu assassinato da un sicario razzista. Eppure il suo messaggio di fratellanza, di comprensione, di dialogo fra gruppi diversi, di resistenza non violenta all'ingiustizia, non è morto con lui. Negli Stati Uniti il suo compleanno è una festa nazionale.

Tutti noi conosciamo lo stato di angoscia provocato da una battuta di spirito che mette in ridicolo una particolare minoranza. Ci vuole coraggio per rifiutare queste battute o questi soprannomi e per lottare attivamente contro i pregiudizi e l'intolleranza ch'essi generano.È importante combattere l'ingiustizia, smascherare discriminazioni, stereotipi e cacce alle streghe che fanno da sfondo alle persecuzioni, alle violenze e al genocidio.

giovedì 20 marzo 2008

Sul "bullismo"

Si sente parlare spesso in televisione di "bullismo" cercando le spiegazioni più improbabili a questo fenomeno. Ma nessuno si è mai chiesto che ciò è il risultato della cultura italiana, che da sempre ha schernito l'uomo colto, la persona intelligente? Già Leopardi ne parlava nel suo Zibaldone, di questo cinismo tutto italico nei confronti della persona colta. Il bullismo non è che il riflesso di questo sottofondo culturale presente da secoli nella ignorante ed involuta società italiana.
Perciò, avendo in mente tutte queste considerazioni riguardo tale fenomeno "giovanile", che i giornalisti italioti sembrano accorgersene solo adesso, quanto piacere mi ha fatto leggere questo piccolo stralcio di Alfio Squillaci trovato su una bella rivista di internet intitolata "la frusta"( titolo omonimo di una rivista settecentesca). L'articolo è molto bello e invito voi tutti a leggerlo .


***

Il disprezzo per i secchioni
La spinta a conformarsi verso il basso, a scegliere come modello di eccellenza il più indisciplinato, il più caciarone, il più somaro, è molto evidente nella società italiana. Andrebbe trattata come un paragrafo della sindrome di arretratezza socio-culturale del nostro paese. Che il primo della classe venga schernito, insultato, vilipeso, o addirittura spinto al suicidio (come purtroppo è successo a Porto Ercole nel gennaio 2008 e a Ischia nell’autunno 2007) è un’indicazione preziosa di quella che è la moral basis della società italiana. Premesso che il ricco e il furbo (spesso ricco perché furbo) desta la massima ammirazione come modello, non sfugge invece il persiflage, lo sfottò, per usare il termine canonico leopardiano, verso il merito e l’eccellenza. C’è un controllo sociale feroce degli incolti verso le persone colte (spesso guardate con sospetto), nulla di quella ammirazione compunta che la società francese riserva ai savants, a les itellos etc, un desiderio di ridurli al proprio livello, il più infimo possibile.
Non è un caso che Mike Bongiorno furbescamente abbia determinato la propria fortuna mostrandosi sempre al di sotto di ogni sapere medio, sbagliando a bella posta i congiuntivi o le nozioni più elementari, per mettersi “allo stesso livello” dei telespettatori, col preciso intento di non irritarli, di non disturbarli; allo stesso modo il cantante Celentano mena vanto della propria semplicità non proprio francescana, ma furba, bertoldesca, dichiarandosi “il re degli ignoranti”. Di questo fenomeno ci hanno avvertiti sia Umberto Eco col suo Diario minimo, sia Luciano Bianciardi, che scriveva acutamente «I nostri presentatori della televisione avevano successo, e lo hanno, in quanto riassumono ed esprimono certi difetti, certe tare nazionali. Mike Bongiorno ne riassumeva più di tutti, ed ecco perché lo possiamo stimare il più mediocre, quindi il più bravo» («L' antimeridiano», di Luciano Bianciardi, volume secondo, è edito da Isbn Edizioni e ExCogita (pagine 1938, €69)
C’è un sacro terrore in Italia a presentarsi in società facendo mostra di sapere. Il cazzeggio si scatenerebbe crudelmente annichilendo chiunque. «Parla come mangi»! Ma nessuno di loro però si azzarderebbe a mangiare come parla: ah no! A tavola gli italiani sono dei signori, dei Lorenzo il Magnifico!
«Da noi, scrive Massimo Palmarini Piattelli sul Corriere del 13 dic. 2007 “secchione”, “superdotato” e “primo della classe” (che dovrei piuttosto scrivere al femminile, dato che le femmine, ovunque nei Paesi avanzati, superano oramai in media i maschi) sono insulti, non attributi di merito. Invece, i primi della classe (sì, i cosiddetti secchioni), sono tesori da coltivare, investimenti insostituibili per il nostro futuro e dovrebbero essere circondati dalla stessa ammirazione riservata, per esempio, ai migliori atleti».

mercoledì 16 gennaio 2008

Sulla pornografia

Vogliamo ora parlare di pornografia. Voi vi chiederete perchè in un blog che parla molto spesso di politica sceglie di parlare di un argomento che con la sfera politica centra abbastanza poco. Vi chiederete: che , forse , se sono ammattiti?? - No, non ci siamo ammattiti. Siccome infatti questo blog si propone di indagare anche l'immaginario, e l'immaginario ha anche a che fare con il tutto, cioè con la politica, con l'ideologia, con la società, poichè nulla è separato ( come lo spettacolare vuole farci credere) ma tutto è unità, tutto è - per usare una terminologia deleuziana - "macchina desiderante", flusso che collega macchine desideranti a macchine desideranti, monadi a monadi, desiderio a desiderio, etc, ecco allora che oggi scegliamo di parlarvi di un argomento che appartenendo all'immaginario di conseguenza diventa anch'esso parte di quel tutt'uno che noi definiamo società occidentale. Noi consideriamo che dietro il porno si nasconda qualcos'altro, che non è casuale, ma che è intimamente legato all'ideologia dominante. E l'ideologia dominante - niceanamente - altro non è che quella volontà di potenza che nella sua battaglia storica è riuscita ad imporsi sulle altre "verità" diventando così " La verità". L'ideologia dominante è, infatti, secrezione del potere delle classi dominanti in una determinata età storica.


I
La pornografia è solo un'apparente distruzione di una rappresentazione;cioè di una significazione qualsiasi, infatti essa svela il rivelarsi come "vero" di un mondo assolutamente immaginario ed ideale. E' il rivelarsi come "vero" del simulacro.

II
La pornografia fa inoltre tutt'uno con una prepotente forza storica che mira tutta raccolta in diversi campi alla distruzione teorica e pratica del "negativo", dell'oppositorio. Essa infatti immagina un mondo assolutamente ideale, dove il bisogno fa tutt'uno con la sua soddisfazione , dove il volere è tutt'uno con il potere , dove la libido trova in sè sùbita estrinsecazione non trovando davanti a sè alcun ostacolo.
Quello che descrive il porno è un mondo assolutamente idealizzato, quasi onirico, un mondo che teoricamente aspira a superare qualsiasi contrapposizione: bene e male, giusto e ingiusto, etc.
Un mondo insomma dove domina l'orgiastico perfettamente unitario: il sogno del bambino nel ventre materno.
Per questo motivo il porno non può che produrre di riflesso l'onanismo; segno di una sessualità non matura, che si crea nello stesso tempo nell'inerzia, nell'impossibilità di realizzare nel mondo una simile utopia. Esso crea così il virtuale essendo esso stesso virtuale.

III
Essendo in linea pratica utopia, il porno non può che produrre "inerzia", vista la sua impossibilità applicativa. Il bambino pauroso di vivere, l'infantile adulto è il dono più "reale" che il porno può recarci.
Come sogno utopico perciò , il porno si colloca pienamente nel solco tracciato dalla vera ideologia dominante di questa età storica, il nichilismo, essendo concretizzazione reale di una impossibilità di fondo di un cambiamento portato nella prassi. Non è un caso infatti che oggi giorno esso sia , nello spettacolo imperante, una delle ideologie più apprezzate e sia presente un pò ovunque. Esso infatti è assolutamente innocuo: crea solo onanismi solitari.

IV
La sua utopia è immaginata anche e soprattutto attraverso il sogno maschile di dominio assoluto sul non-io; dominio su tutto ciò che si pone in antitesi rispetto a questa volontà necessitata da questa libido maschile che vuole realizzarsi all'infinito.
Ma l'infinitamente ir-realizzabile si configura (si raffigura) nella riproduzione monotamente uguale ( sempieterna) delle stesse identiche rappresentazioni.
In questo senso esso è semplicemente quantitativo, e non può tollerare alcun qualitativo: dato che il qualitativo creerebbe una contrapposizione; creerebbe cioè freno all'esplicitarsi di questa libido geometrica e matematica che tende all'infinito.
Per questo dunque il bando del qualitativo, e l'accettazione invece ininterrotta di un quantitativo monotamente infinito e quindi tedioso mortalmente, proprio perchè, assolutamente, riproduce la stessa identica scena all'infinito.Il bando del qualitativo porta a questo.
Sicchè la sua riproposizione infinita diventa "rito infinito", unica risorsa possibile nell'insoddisfazione continuamente rigenerata, specchiata, da questo fallo infinitamente piangente, che va alla ricerca utopica di un qualunque appagamento sostanziale in questo mondo assolutamente insoddisfacente nella sua continua e deprimente e spleenetica riproposizione infinita delle stesse immagini.
In questo il porno è angoscia esistenziale, spleen infinitamente specchiato su sè stesso; anzi, meglio, spleen riprodotto farsescamente, rappresentazione cioè dell'infinita noia del mondo di oggigiorno, cumulo di immagini uguali.

sabato 12 gennaio 2008

Nichilismo come ordine del sistema

Pubblico qui un articolo ben radicale, che spero venga criticato da voi altri. Vuole essere solo uno spunto per una discussione ben più approfondita. Analizzando l'eutanasia e l'aborto, da una certa prospettiva ( non assolutamente clericale),mi sono accorto che entrambi possono anche essere letti come ideologie che mirano alla conservazione dell'ordine esistente. Buona critica!



NICHILISMO E' CAPITALISMO


il capitalismo crea l'odio dell'uomo per l'uomo”

(anonimo )

1
Aborto ed eutanasia possono essere entrambe lette sotto la lente di una concezione della vita negativa, come entrambi prodotti di una cultura che ha fatto del pensiero del non-essere il fulcro e la base del suo interesse di classe.

Un interesse, questo, teso a mantenere di fatto una disuguaglianza strutturale all'interno del sistema- un modo per perpetuarsi materialmente, riproducendo così la mentalità del non essere nelle menti della maggioranza degli uomini che vivono all'interno di questa nuova società feudale.

Come pensiero radicalmente nichilista, l'aborto e l'eutanasia instillano infatti nella coscienza dei sudditi la consapevolezza che nulla si può fare per cambiare effettivamente e letteralmente “l'ordine” delle cose esistenti- preferendo così piuttosto il non mettere al mondo una persona o ucciderla al posto di opporsi e rendere questo mondo piÃ