
martedì 1 luglio 2008
"Comunismo e Comunità" numero 1

sabato 7 giugno 2008
Indovina chi (Seconda parte)
Voglio dare qualche indizio per la soluzione.
L'autore è:
1 Gobineau
2 Schopenhauer
3 Hitler
4 Nietzsche
5 Anonimo As.sur.dista.
Lascio a voi la soluzione.
Prima di concludere però una notarella importante.
Nel post pubblicato precedentemente è stato lasciato "in sospeso" il contenuto a cui si riferisce il testo. Voglio ora dare una sorta di "completamento" che vi permetterà anche di individuare il "famoso" scrittore.
Per codesto personaggio la categoria di uomo in quanto tale è strettamente connessa a quella di egalitè, la quale continua a stimolare rovinosi sconvolgimenti : "l'uguaglianza della persona" è il presupposto del "socialismo", che però incorre in un errore colossale presupponendo" che molti uomini siano persone". In realtà "i più non sono nessuna persona" bensì semplici "portatori, strumenti di trasmissione".
Con la sua "agitazione individualista", il socialismo mira a "rendere possibili molti individui", ma quella di "individuo" non è in alcun modo una caratteristica che competa ad ogni essere umano in quanto tale: la civiltà e il dominio presuppongono "un bisogno di schiavitù" e "dove c'è schiavitù, gli individui non sono che pochi". Non ha alcun senso voler appiattire in un'unica categoria individui in senso forte e strumenti di trasmissione (gli schiavi).
Una riflessione: allora eliminare la schiavitù è impossibile, giacchè anche nell'era capitalista, "civile", il bisogno di produrre ha sempre maggior bisogno di manodopera da sfruttare e, quindi, il "progresso" porta con sè, per necessaria conseguenza, la schiavitù, e cioè masse di individui estrapolabili sia dalle colonie (Africa, Asia, etc) che dagli stessi paesi occidentali a costituire il cosìdetto "esercito industriale di riserva".
Parole quali "diritto al lavoro", "uguaglianza", "liberazione dalla schiavitù" etc, si configurano allora quale gergo dei "dominanti" che assolve la funzione di "coprire" ciò che in realtà la società moderna capitalista sempre abbisogna, e cioè sfruttamento intensivo dell'uomo.
Butto allora qui una domanda, sperando che il lettore la vaglierà in tutte le sue conseguenze: per arrestare lo sfruttamento dell'uomo occorre allora arrestare la "modernità", e cioè lo spirito incessante di "trasformazione" mai sazio?
Occorre allora voler a tutti costi una "rivoluzione" "antimoderna"?
mercoledì 4 giugno 2008
Indovina chi
La scoperta dell’autore la lascio a voi come consuetudine.
“Se la società compenetrata fin negli strati infimi d’una siffatta cultura a poco a poco freme sotto ribollimenti e bramosie sensuali, se la fede nella felicità terrena di tutti gli uomini, se la fede nella possibilità di una cultura scientifica universale si muta lentamente nella minacciosa esigenza d’una terrena soddisfazione alessandrina […]. Si noti! la cultura alessandrina ha, per poter durare, bisogno della schiavitù; ma nell’ottimistica sua concezione dell’esistenza, nega la necessità degli schiavi, e perciò, quando l’effetto delle sue belle parole corruttrici e acquietanti di «dignità umana» e di «dignità del lavoro» si è esaurito, va adagio adagio incontro a una spaventevole catastrofe. Non esiste nulla di più terribile che una classe barbarica di schiavi la quale abbia imparato a considerare la sua condizione come un’ingiustizia e si prepari a prendere vendetta non soltanto per sé, bensì per tutte le generazioni”.
venerdì 30 maggio 2008
Idealismo e materialismo
Copio ed incollo dal sito di Eduard Gans questo bellissimo post su Hegel. Buona lettura.
La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo
Die theoretische Arbeit, überzeuge ich mich täglich mehr, bringt mehr zustande in der Welt als die praktische; ist erst das Reich der Vorstellung revolutioniert, so hält die Wirklichkeit nicht aus.
(lettera di Hegel a Niethammer, 28.X.1808 – Briefe von und an Hegel, a cura di Johannes Hoffmeister, Hamburg: Felix Meiner Verlag, 1952 – vol. I, 253) Il lavoro teorico, me ne convinco ogni giorno di piu’, produce nel mondo di piu’ di quello pratico; non appena il regno della rappresentazione e’ rivoluzionato, la realta’ effettuale non regge piu’ (traduzione italiana in: Hegel, Epistolario, a cura di Paolo Manganaro, Napoli: Guida Editori, 1983 – vol. I, 375)
Nel suo libro sulla brevissima esperienza giornalistica di Hegel a Bamberga, Wilhelm Raimund Beyer si sofferma ampiamente sulla citazione sopra riportata, tratta da una delle ultime lettere che il filosofo di Stoccarda scrisse al suo amico Niethammer dalla cittadina della Franconia settentrionale (Zwischen Phänomenologie und Logik, Frankfurt a. M.: G. Schulte-Bulmke Verlag, 1955). La considera come una delle sintesi meglio riuscite dell'intera filosofia hegeliana, un'espressione felice e ben trovata. D'accordo con lui, una lunghissima schiera di studiosi continua a fare riferimento a queste poche righe, servendosene di solito come ottima frase di chiusura a dotte - e spesso lunghe e convolute - dissertazioni sul rapporto idealismo/realismo in Hegel. L'ultimo in ordine di tempo (o piuttosto di mia lettura), Otto Pöggeler (Hegels Kritik der Romantik, München: Wilhelm Fink Verlag, 1998).
Ed effettivamente, lo stile certo non lineare ed il piu' delle volte opaco ed oscuro di Hegel sembra aver trovato - nell'occasione informale costituita dalla stesura di una cordialissima lettera ad un amico e protettore - una leggerezza quasi sorprendente. E, grazie ad essa, ci ha lasciato una testimonianza inestimabile: un'interpretazione "autentica" del suo pensiero che ci accompagnera', quale chiave di lettura indispensabile, attraverso i testi piu' difficili, scritti cioe' in un registro linguistico meno accessibile.
Il contesto dell'affermazione hegeliana - gia' lo abbiamo brevemente accennato - e' quello informale di una lettera a Niethammer. Si tratta di uno scritto carico di riconoscenza e di entusiasmo da parte di Hegel, che ha ricevuto dall'amico la conferma del suo [di Hegel] incarico quale rettore dell' Aegydiumgymnasium di Norimberga, incarico procuratogli dallo stesso Niethammer. Hegel, oltre a ringraziare implicitamente Niethammer per il prezioso interessamento, manifesta da subito alcune idee sulla sua futura attivita'. In questa cornice, egli inserisce la famosa riflessione sull'importanza del "lavoro teorico"; la lettera prosegue poi su un tono ancor piu' familiare: richiamandosi scherzosamente al lavoro pratico, Hegel loda la sensibilita' della moglie di Niethammer in termini di arredamento domestico, ricordando la sfacchinata che lo aspetta nel cercare di mettere su casa nella citta' in cui dovra' trasferirsi.
La lettura del testo hegeliano puo' a prima vista incoraggiare il luogo comune di tanta deteriore letteratura marxista sull'inguaribile "idealismo" del filosofo di Stoccarda.
Ma si tratterebbe di una interpretazione riduttiva. In realta' le poche righe citate contengono in nuce una chiara anticipazione della tesi gramsciana dell'egemonia, mettendo giustamente l'accento sul ruolo indispensabile della "presa di coscienza" per l'avvio e l'inevitabile concretizzazione del cambiamento sociale rivoluzionario.
Nessun cambiamento nella struttura della morta positivita' della realta' esistente sarebbe possibile senza una "rivoluzione" nella maniera di rappresentarsi tale realta' col pensiero. L'analisi storica puo' essere utilizzata per comprovare quanto affarmato da Hegel.
Ad esempio: l'istituto della schiavitu' ereditato dal Mondo Antico e' scomparso man mano che nel corso dei secoli l'essere umano ha compreso che il concetto di umanita' in quanto tale include in se stesso la nozione di liberta'. La schiavitu' - che per ragioni di natura socio-economica o politiche continua a persistere nella realta' positiva - nel "regno della rappresentazione" che ogni uomo, per cultura ed educazione, si fa della realta' in cui vive, la schiavitu' si manifesta per cio' che e': un'insanabile contraddizione, che solo il mutamento rivoluzionario potra' spazzare via.
Perche' cio' realmente avvenga, tuttavia, e' indispensabile che la maggior parte di coloro che partecipano a questo sistema socio-economico-culturale, nel ruolo di liberi ed anche in quello di schiavi, abbiano "rivoluzionato" il proprio modo di interpretare il reale, facendo si' propria la nozione di umanita' di cui prima si e' fatto cenno, ma non solo in maniera esterna, cosi' come si apprende a memoria un testo scolastico: bensi' acquisendo coscienza di se' (Selbstbewußtsein) in quanto uomini, partecipi del concetto di umanita' e pertanto necessariamente partecipi - soggettivamente ed oggettivamente - di quello di liberta'.
In altri termini, nella mia rappresentazione della realta' avro' coscienza del fatto che solo se tutti gli altri uomini uomini saranno liberi, il concetto della mia stessa, personale umanita' sara' pienamente realizzato. Ed e' solo questa rappresentazione che assicurerebbe il successo dell'eventuale rivolta che dovesse scoppiare per liberare definitivamente coloro che sono schiavi.
Un esempio storico concreto di quanto sopra descritto e' costituito dalla celebre rivolta di Spartaco, nella Roma antica: una rivolta che non poteva essere coronata dal successo, perche' l'obiettivo di Spartaco non era - e non poteva essere in quel periodo storico - l'abolizione dell'istituto della schiavitu' in quanto tale, in quanto insanabile contraddizione; bensi' la liberazione sua personale e del manipolo di schiavi che lo seguivano. Spartaco non contestava l'essere schiavo in se' e per se': contestava solo il suo particolare essere schiavo in quel determinato momento.

La filosofia hegeliana diventa cosi' strumento al servizio del mutamento delle condizioni materiali della societa': del presunto "solipsismo panlogista", di cui Hegel e' stato piu' volte a torto accusato, rimane veramente ben poco.
Se quest'accusa reggesse, peraltro, ci si dovrebbe chiedere come mai le dottrine cristiane reazionarie ed irrazionaliste (a cominciare da Kierkegaard e scendendo in basso fino a Rosmini) si siano a piu' riprese scagliata contro la filosofia hegeliana, da essa considerata la piu' grave forma di hybris antireligiosa che l'uomo abbia mai concepito. L'animosita' di questi bigotti contro il prometeismo hegeliano si giustifica solamente se esso viene interpretato per quello che realmente e': la formulazione piu' completa dell'unione dialettica fra teoria e prassi, Sein e Sollen, finito ed infinito; ed allo stesso tempo, corollario indispensabile, l'eliminazione di ogni orizzonte escatologico volgare, di ogni Aldila' o Terra Promessa.
sabato 24 maggio 2008
Giornata a Verona
Tutto ha inizio così: “i giovani vedono male la poesia in questa società”, afferma un professore liceale, e il docente universitario ribatte che inevitabilmente essi comunque la cercano o la cercheranno “perché la poesia fornisce risposte”.
Ora tocca a me: la poesia è qualità, qualità che si pone in una posizione radicalmente antitetica rispetto questa società della quantità e del senso comune. La poesia è un albero che si staglia alto e vigoroso, che si erge dal terreno della quotidianità ridando valore e senso all’aridità diffusa.
Ma perché tanto amore per la qualità? C’è un’umana pulsione verso l’immortalità e solo le parole restano, parole scritte su un qualche supporto. Farsi sentire per creare: solo le tematiche qualitative permangono mentre quelle quantitative si dissolvono nel loro essere transitorio.
Lo so che fare poesia è difficile e faticoso ma non scoraggiatevi perché molto più complesso è divenire ed essere poeta. Poeta infatti non è colui che vive semplicemente nella poesia ma è colui che vive nel mondo e tra gli uomini ogni giorno poeticamente. La poesia è attendere l’altro, abbracciarlo col gesto e farsi prassi.
Allora osiamo andare oltre: cosa dunque significa vivere poeticamente? Questa è la scommessa dell’uomo, del poeta. È l’indicibile, l’irrafigurabile, è la parola qualitativa che diviene atto nel reale. Il poeta è per questo una soglia, una figura non schematizzabile che sussiste nella e per la perenne tensione tra scrittura e atto intersoggettivo, vitale e storico.
Allora professore che ieri tanto andavi fiero nel dire che la poesia è oggi cercata, e sempre lo sarà, perché dà risposte, non hai capito la tenda che sta in mezzo tra noi e la parola poetica. La poesia è un domandare che se si svela ritrova dietro la sua maschera la domanda stessa che l’ha smascherata. Non c’è bisogno di risposta alcuna nella domanda profonda. E se la poesia risponde o i suoi quesiti sono frivoli o è una narcisistica pratica lessicale e metrica, ossia la fiera della vanità, della qualità negata, rovesciata e ridicolizzata.
La poesia non è né parola sacra né mito e proprio per questo è tragicamente adorabile.
sabato 17 maggio 2008
Frammenti sullo spettacolare (Prima parte)
Voglio offrirvi oggi queste mie riflessioni (assai incomplete) su ciò che è oggi l'ideologia vincente. Ho cercato di riflettere solo su un aspetto di essa, quello forse più evidente. Riflessioni, spunti, critiche, sono sempre ben accette.
I
Lo spettacolare, nella sua generalità spinta all'estremo, raggiunge la sua opera mistificatrice completa allorché lo statuto della rappresentazione assurge da medium qual'era tra la realtà e il soggetto a fine a sé stante. Lo spettacolare, così definito, è allora il capovolgimento stesso dell'essenza di una rappresentazione; che in sé stessa considerata è un mezzo, ma che nello spettacolare si trasforma dialetticamente in fine, in scopo in sé.
Da queste prime considerazioni si può allora capire perché lo spettacolare è pura "immagine astratta", nel senso di ab-soluta, essendo che essa ha perso completamente la rispondenza tra ciò che è la "copia" e ciò che è "l'originale" rispetto alla realtà che essa stessa rappresenta.
Tutto allora è interpretazione nello spettacolare.
Il vero è trattato alla stregua del falso e il falso alla stregua del vero.
L'immagine astratta è quindi il suo ideale.
II
Il rapporto tra uomo e realtà è sempre stato un rapporto mediato. Il linguaggio, infatti, colto nella sue generalità descrittiva, non è altro che un mezzo per adeguare le parole al mondo.
Anche il cammino della scienza altro non è stato che questo: cercare il più possibile di adeguare il pensiero alla realtà, alla verità. Non è un caso ad esempio che il significato della parola “idea” in greco derivi dal verbo vedere. Infatti, il “vedere”, percezione dei sensi, permette di sapere ciò che è “davanti agli occhi”. Quindi permette di sapere “la verità”.
Il "problema" quindi dello spettacolare non è tanto quello del linguaggio, ma è un problema più generale che riguarda anche il linguaggio e quindi ogni rappresentazione.
La rappresentazione dello spettacolo, quella che egli fa di sé, è perciò una rappresentazione non più mediata rispetto alla realtà, ma è una rappresentazione a sé stante , dove il rapporto stesso con la realtà si è perso; e quindi tutto diviene doxa.
III
Il funzionamento dello spettacolare è perciò comune ad ogni forma di ideologia storicamente esistita. Infatti, l'ideologia altro non è che un concetto performativo: è la realtà che deve adeguarsi al pensiero e non viceversa. Se tutto diventa perciò pensiero, l'indagine sulla realtà e il suo rapporto viene a mancare. La visione soggettiva priva di rapporto con ogni altra visione soggettiva viene meno, così essa diventa da soggettiva a totalità astratta, dato che viene escluso ogni rapporto con l'altro-da-sé.
IV
Il pensiero ideologico è sempre un pensiero che si pensa in sé stesso. Esso è un pensiero-circolo, un pensiero che nascendo in se stesso muore pure in se stesso. Non ha aperture fuori di sé. La sua è un'eterna e noiosissima pratica continua di ermeneutica. Il pensiero ideologico infatti in sé non può mai criticarsi ma al massimo “purificarsi”.
V
Il problema dello spettacolo inoltre non riguarda il problema dell'interpretazione o del relativismo. Si sa che l'uomo è sempre vissuto nella doxa e quindi nell'interpretazione della realtà.
Tuttavia questa doxa può essere più o meno reale, più o meno vicina alla realtà. Questo presuppone sempre un confronto tra la doxa e ciò che è reale, o, meglio, tra un'opinione più veritiera ed una meno veritiera rispetto alla verità.
Nello spettacolo invece questa vicinanza più o meno forte alla "verità" non si pone nemmeno, poiché nello spettacolare verità e falsità sono trattate alla stessa stregua, non essendo esso una "mediazione" con la realtà, bensì una rappresentazione che con la realtà non ha più niente a che fare.
La rappresentazione qui ha preso il sopravvento.
L'immagine staccata priva di contenuto, la forma vuota, prevale su tutto.
VI
Il paradigma dello spettacolare è il seguente: tutto è interpretazione e ogni interpretazione può essere trattata alla stregua di ogni altra.
Non c'è un'interpretazione più o meno valida poiché esiste solo interpretazione e nulla più.
Il punto centrale della questione è però che se tutto è interpretazione ciò che emerge da questo caposaldo è la rappresentazione che lo spettacolare dà di se stesso, che è la sua chiave di lettura della realtà, la sua Weltenschauung. In poche parole: tutto viene interpretato alla luce di un certo relativismo dove "tutte le vacche sono nere" ad esclusione però della propria ideologia e del proprio pensiero che così diviene tendenzialmente Assoluto. E qual'è questo pensiero? L'assoluzione dello stato presente delle cose.
VII
Il funzionamento della macchina spettacolare ha come fine quello di spezzare ogni differenziazione tra reale e virtuale, tra opinione e verità, tra bene e male , tra giusto ed ingiusto. Il suo fine è quello di sedare ogni possibile azione relativa alle precedenti discriminazioni. Infatti, se non esiste più discriminazione tra giusto ed ingiusto e tra reale e virtuale, come si potrebbe avere azione? Il nichilismo deteriore di cui si riveste lo spettacolare ha come fine perciò l'inerzia e l'impotenza. Creare una società dello spettacolo significa innanzitutto sedare il “vizio” della riflessione, figlia della realtà, creando un mondo di opinioni fini a se stesse. In questo modo si impedisce l'azione e quello che viene assolto è perciò di fatto lo stato presente delle cose.
Impotenza e nichilismo sono sempre andati a braccetto.
VIII
Particolare funzionamento quello dello spettacolare. Bell'oggetto scovabile dialetticamente. La rappresentazione diventa fine a sé stante, attuando di fatto una rappresentazione a suo uso e consumo del mondo, ma allo stesso tempo essa vira in meccanismo di controllo della conservazione dello stato presente delle cose. Il punto di congiunzione tra queste due antitesi è: sedare ogni azione.
IX
Possiamo determinare all'interno dell'ideologia spettacolare diverse categorie che assumono connotati differenti rispetto a ciò che rappresentavano nel passato.
La categoria del tempo , ad esempio, diviene una categoria che con la passata sua concezione "progressista" non ha più niente a che fare. Se nel passato (ottocento-novecento) il tempo era concepito come flusso tendente sempre verso un miglioramento delle condizioni umane, oggi questa ideologia del tempo non esiste più: esiste piuttosto una concezione che ricorda molto da vicino quella niceana dell'eterno ritorno dell'identico. Facile qui constatare il perché certe ideologie da "fine della storia" alla Fukuyama abbiano avuto tanto successo. In effetti, in esse, il coprimento attuato sulla realtà storica si dimostra molto efficace per assolvere l'unica possibile "storia" che abbia senso e che perciò, con la fine stessa della storia dell'umanità, diventa essa stessa storia eternamente cristallizzata dell'Unica Società Possibile, dell'Unica Forma-Mondo Possibile, quella dell'Impero americanomorfo.
Ogni Impero, infatti, si è sempre costituito su categorie temporali, creando una storia dell'umanità a suo uso e consumo; e cioè la storia stessa appariva come il risultato di quello stesso Impero e che la dove esso si realizzava, ecco che allora la storia finiva divenendo pura metafisica: ogni Impero si pensa sempre Eterno.
La storia, col suo divenire sconvolgente, con la sua capacità di modificare, di cambiare e dare nuovi corsi a tutti i mondi possibili, la storia come creazione, come arte vivente, come arte dello sconvolgimento di "leggi eterne", è sempre stata nemica di ogni Impero, di ogni società che si pensava immune dal flusso temporale. Ed è per questo stesso motivo che queste forme cercavano e cercano di esorcizzare questo pericolo attuando la perversione di pensarsi "eterne", di pensarsi come compimento finale della storia dell'umanità.
Il divenire fa paura a tutti. L'ideologia spettacolare compie pienamente questo misfatto metafisico.
X
Stessa sorte è toccata all'arte. Essa nel passato era considerata forma che rendeva possibile l'impossibile, sguardo che si alzava dalla mera quotidianità, dalla mera effettualità, per volgersi verso “altri mondi possibili”. L'arte era creazione. Era perciò storia.
Oggi essa non assolve più questo compito, poiché diventa sempre più tutt'uno con la mera rappresentazione dello stato presente delle cose. Essa non sconvolge più, semplicemente “diletta”, diviene puro spettacolo, e cioè mera constatazione passiva della realtà presente.
Storia dell'arte dalla modernità ad oggi: di come dall'arte moderna , arte come rappresentazione, si sia passati alla rappresentazione dell'arte, alla realtà in sé e per sé divenuta arte in sé stessa.
XI
Facile è per lo spettacolare confondere un contenuto con un'altro dato che, se tutto viene concepito orizzontalmente come interpretazione, ogni contenuto può essere intercambiato e spacciato per quello che non è.
Abbiamo visto in precedenza di come lo spettacolo è un'ideologia, e di come essa attui uno stacco molto forte tra verità e falsità, tra mondo reale e pensiero. Questa è la definizione di "forma vuota", di forma cristallizzata e a-storica. Qui non abbiamo più niente a che fare con la realtà, ma piuttosto con la metafisica.
Al contrario di ciò che pensano i deleuziani, attuare uno stacco tra "copia" ed "originale" non porta ad una assoluta immanenza, bensì ad una metafisica ancora più potente della precedente, poiché così quel che viene ad emergere è che tutto a questo punto diviene opinione e tutto perciò viene appiattito sulla realtà presente. Non c'è più storia a questo punto, poiché la riflessione, il pensiero, che ha sempre bisogno di avere un rapporto con la realtà, con il giusto e lo sbagliato, con ciò che la realtà è e ciò che non è non esiste più , ed allora lo stato presente delle cose, e l'ideologia dominante che lo conferma, non sono più contrastabili. Se ogni opinione è al di là del giusto o dello sbagliato, ne consegue allora che l'unica forma di verità possibile è la volontà di potenza . In questo modo il pensiero, che ha sempre a che fare con il reale, viene sostituito dall'ideologia. Con ciò ne consegue che quel pensiero che ha dalla sua parte più mezzi per imporsi, diviene pensiero egemone, mentre gli altri divengono semplicemente inutili. Saranno allora i dominanti ad avere più mezzi per farsi valere ideologicamente; non certo i perdenti, i dominati. Lo scontro allora a livello delle riflessione sarà regno specifico delle classi dominanti, ed i dominati saranno alienati da quell'ideologia che avrà più mezzi per imporsi. Si capisce solo così il pericolo che il nichilismo accattone dell spettacolare può portare: l'orizzontalità dell'opinione a tout court porta solo ad una forma di autoritarismo e non certo ad una liberazione dalla metafisica. Infatti, qual'è sempre stato il fine preciso di ogni metafisica, se non quello di difendere con categorie "eterne" lo stato presente delle cose?
XII
Con parole che forse possono risultare tremende alla pubblica opinione "politicamente corretta" degli ideologi delle classi dominanti, si può tranquillamente affermare che il pensiero niceano è quello che più di ogni altro ha attuato questa perversione metafisica, trasformando il pensiero, figlio della realtà, ad opinione politicamente corretta. "Al di là del Bene e del Male" è il suo paradigma più noto, e rappresenta il paradigma di pensiero che porta di fatto, trasformando tutto in mera opinione e volontà di potenza, alla perversione metafisica più potente che ci sia. Non è un caso che esso sia tanto adorato dagli accademici del pensiero sovvenzionati dalle classi dominanti.
Anche se questo filosofo aveva intuito il nichilismo, tuttavia l'unica via di uscita che era riuscito ad individuare era sostanzialmente una forma di masochismo.
Il tipico masochismo del carcerato che chiuso e costretto tra le mura della cella, legato mani piedi alle catene, immagina che la sua condizione non sia reale ma che tutto ciò andrebbe "necessitato".
In questo modo la sua impotenza attuale viene resa "potenza della volontà": così, accettando la necessità, in un passaggio pervertito dello spinozismo, si è liberi!
Ecco che ti ho scovato stoico!
Che aiuto può darci allora un pensiero del genere?
La verità è che la filosofia di Nietzsche (tanto cara agli accademici) è inutilizzabile per uscire dallo stato presente delle cose. Essa è solo una forma depravata di stoicismo, vero e proprio onanismo mentale.
Solo mettendo in luce questo aspetto della filosofia niceana si capisce del perché oggi questo filosofo, così cristiano, sia tanto adorato degli accademici, ed esso venga difeso sempre a spada tratta; e anche del perché libri di grande riflessione intellettuale come ad esempio il monumentale "Nietzsche, il ribelle aristocratico" del filosofo marxista Domenico Losurdo, vengano oscurati dai farisei del pensiero filosofico "politicamente corretto”.
giovedì 8 maggio 2008
Il dominio dell'ideologia pornografica
Gli autori di questo sito si rifiutano di vedere nel materiale pornografico sia un mezzo di liberazione della sessualità (maschile e femminile), sia un mezzo che rappresenterebbe la realtà in maniera neutra. Per noi, infatti, la pornografia è solo un mezzo con cui viene rappresentata in maniera degradante le donna, e questo viene effettuato per via di un sostrato fortemente "moralista", che si attua sempre dietro la rappresentazione pornografica.
Innanzitutto, due domande mi sorgono spontanee a proposito di alcune obiezioni che ci sono state rivolte: se la pornografia rappresenta la realtà, perchè allora si continua ad usufruire di materiale pornografico? Non basterebbe solo la realtà a soddisfare gli "appetiti" sessuali?
E poi: se il porno veicolasse davvero un messaggio neutrale sulla sessualità, perchè allora sono le industrie pornografiche a fare tanti soldi e non i sessuologi, che danno un contributo informativo e scientifico sulla sessualità?
Il fatto è che la pornografia non è niente di tutto ciò: essa rappresenta ancora il vecchio desiderio di potere maschile che si appoggia alla vecchia morale bacchettona, e cioè: la donna è solo un oggetto senza coscienza, liberamente disponibile al desiderio maschile.
Se la pornografia fosse veramente liberatoria, allora non si capisce perchè dopo più di trentanni di libera circolazione di materiale pornografico si continua ad usufruirne sempre di più: l'industria pornografica è l'industria più fiorente, insieme alla prostituzione, dell'intero mercato globale.
Dopo queste domande vi lascio alla recensione del libro. Prima però voglio dire che nessuno qui è favorevole alla censura del materiale pornografico. E questo per un motivo molto semplice: la censura avrebbe il potere di rafforzare ancora di più l'immagine della pornografia come mezzo liberatorio contro la morale repressiva.
Se si agisse in questo senso infatti si commetterebbe lo stesso errore che si è commesso per esempio con l'antiproibizionismo negli Stati Uniti: invece di sedare il fenomeno dell'alcolismo, lo si è raddoppiato; e questo è quello che tuttora avviene con le droghe leggere. Forse il fascino del proibito è ciò che agisce in primis dietro tutti questi fenomeni sociali . Il "tabù" infatti genera nell'uomo il desiderio di "trasgredirlo".
Per tutti questi motivi, sarebbe allora una cattiva politica sociale quella che si esplicherebbe nella pratica della censura del materiale pornografico. Bisogna invece educare alla sua lettura, capire i suoi meccansimi inconsci, capire perchè oggi si va sempre di più verso un suo vero e proprio dominio in molte realtà sociali: dalla pubblicità soft porn, trasmessa quotidianamente ad ogni ora del giorno dalla televisione, alle immagini pubblicitarie presenti in immensi cartelloni pubblicitari che campeggiano in ogni nostra città, alle adolescenti che a tredici anni si (s)vestono come delle vere e proprie "professionelle", al vero e proprio fenomeno pornografico in internet.
Non è una caso che se ne parli così poco del fenomeno pornografico. Uno di quei fenomeni più particolari che esistono, poichè più la sua presenza si fa pressante in ogni dove e meno se ne parla.
Facciamolo uscire allora dal tabù di cui si riveste e da cui deriva in primis il suo fascino "trasgressivo", affinchè, parafrasando Stanislaw J. Lec, moltiplicando le critiche si arrivi al punto di non avere più guardiani sufficienti a controllarle.
Ed ora la recensione del libro.
***
Annalisa Verza, Il dominio pornografico. Femminismo e liberalismo alla prova.
Napoli, Liguori, 2006
Recensione di Fabio Lelli – 09/01/20071. Un lungo percorso identificativo copre la prima parte del testo, una mossa preliminare alla strategia complessiva che l’autrice vuole mettere in atto sia per mettere alla prova alcuni limiti, o confini, del liberalismo e del femminismo, sia per operare un “disinnesco” della pornografia, non una sua banale e controproducente messa al bando. Si tratta evidentemente di un atteggiamento non neutrale nei confronti dell’oggetto analizzato, non motivato da moralismo ma da una precisa valutazione etico-politica.
Cosa è dunque la pornografia? Non la semplice esposizione di materiali sessualmente espliciti, ma anche e soprattutto la rappresentazione della “porné”, vale a dire della “puttana”, non certo della raffinata cortigiana, ma della donna dei postriboli, al più basso gradino della scala sociale; e ciò non avviene mettendo in scena storie di prostituzione (da notare come non venga mai raffigurato il pagamento della prestazione sessuale), ma pretendendo di raffigurare donne comuni, e quindi suggerendo, per sineddoche, che tutte le donne sono in realtà “porné”.
Ciò che è più grave in questo forma di diffamazione, è il suo nascondere una forma di dominio, un “potere erotizzato”, come sottolineato da Catherine MacKinnon: l’immagine della donna veicolata dalla pornografia è all’esatto opposto di quell’ideale di “costumatezza” che la stessa “comunità maschile”, creatrice e fruitrice della pornografia, ha imposto alle donne. La pornografia, quindi, rappresenta donne “svergognate”, degradate, che stanno inevitabilmente infrangendo il modello di comportamento che dovrebbero onorevolmente seguire. Si tratta in pratica di un doppio inganno: da un lato alla donna viene prescritto un certo modello di costumatezza, e dall’altro la stessa cultura maschile insinua per mezzo della pornografia che tutte le donne non possono mantenere questo codice di onorabilità.
Da questo raggiro, o meglio dalla sua incomprensione, nasce l’assurdità dei movimenti femministi “pro-sex” a difesa della pornografia, che possono vedere in essa o uno strumento di liberazione sessuale per l’intera società, o addirittura una rappresentazione di eguaglianza fra uomini e donne. In entrambi i casi si commette un grave errore: si scambia la pornografia con il sesso tout-court, cadendo nel suo inganno (la pornografia pretende di rappresentare la “reale” sessualità umana), avvalorando il modello di donna-porné (un’idea assolutamente maschile), per intraprendere una lotta contro la repressione sessuale, anch’essa di chiara derivazione maschile. La pornografia è dunque, nietzscheanamente, una menzogna che permette ad un certo gruppo (gli uomini) di dominarne un altro (le donne).
2. Se la pornografia fosse stata semplicemente identificata con un fenomeno di moralità privata (che coinvolge cioè unicamente adulti consenzienti), sarebbe stato estremamente difficile costruire e soprattutto giustificare quella strategia di “demistificazione” che viene proposta come alternativa alla mera censura. E sarebbe stato impossibile allontanarsi dalle prese di posizione di autori liberal come Ronald Dworkin, che difendono il diritto di espressione e che ritengono le usuali protezioni giuridiche sufficienti per affrontare gli eventuali abusi che possono essere originati dal fenomeno pornografico.
Il principio di Mill dell’harm to others quale limite e base fondamentale dell’etica e della politica liberale non deve essere scavalcato per poter agire contro la pornografia: la pornografia provoca effettivamente dei danni. Fra questi l’autrice ricorda la desensibilizzazione rispetto alla sessualità, l’imposizione sia agli uomini che alle donne di modelli di comportamento irraggiungibili e moralmente discutibili (l’esempio è l’ostentazione irresponsabile di ricchezza dei giornali patinati alla Playboy), e naturalmente gli abusi delle modelle, per le quali è poi estremamente difficoltoso dimostrare la mancanza di consenso. L’imposizione di una certa figura femminile, secondo alcune femministe fra cui Catherine MacKinnon e Andrea Dworkin, è causa inoltre della discriminazione del gruppo “donne”, e nei casi estremi anche di stupri. Le azioni legali condotte nel 1983 e nel 1984 ispirate alle tesi delle due femministe non si prefiggevano come obiettivo una censura preventiva, bensì un puro risarcimento per questi effettivi danni causati dal materiale pornografico.
Quello che qui interessa sottolineare, per rendere coerente la tesi di fondo del testo, è il danno intrinseco della pornografia, che consiste nel suo valore performativo: la pornografia è in quanto atto espressivo, una diffamazione ed uno svilimento, e quindi non può essere considerata, secondo l’autrice, alla pari di una qualsiasi altra libera espressione di un libero pensiero. Ecco perché occorre riflettere sulle strategie per affrontarla al di là delle mere “garanzie negative” e della problematica distinzione “pubblico/privato” propria della tradizione liberale. Ancora più complesso il problema del cosiddetto soft-porn, visto che nell’erotismo patinato spesso associato alla pubblicità si trasmette, sia pure in assenza di immagini sessualmente esplicite, la medesima mercificazione e svilimento della donna (e sempre di più anche dell’uomo) in modo ancora più subdolo, proprio a causa del suo non essere apertamente pornografico, privando quindi ogni eventuale fruitore della possibilità di evitarne la visione.
Si tratta, in ultima analisi, di un danno “di gruppo”, delle donne intese come gruppo; un danno estremamente grave se, come suggeriscono autori del calibro di Charles Taylor e di Joseph Raz, all’uguale rispetto e considerazione dei singoli cittadini è necessaria anche la protezione degli individui in quanto membri di gruppi specifici.
3. La pornografia si rivela in tal modo un banco di prova di grande efficacia, misurando “sul campo” i limiti estremi del classico ideale liberale della neutralità, e fungendo anche da discrimine per diverse forme di femminismo. Si può quindi leggere questo fenomeno, sempre più presente nella cultura e nell’immaginario, sia in senso negativo che in senso positivo, come un reagente eccezionale per rivelare i meccanismi interni delle ormai pacifiche idee di fondo della tradizione ben consolidata del liberalismo politico.
( da: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2007-04/verza.htm)
giovedì 1 maggio 2008
Memoria e azione. Una riflessione intelligente.
Questo vuole essere un luogo di dialogo "socratico", una piccola piazza virtuale, un luogo per scambiare discorsi sul mondo "assurdo" in cui viviamo, cercando soprattutto di trovare pratiche per combatterlo (e non solo "resistenze" alla Foucault). L'intento di questo blog è trovare una prassi comune, creare un gruppo di dialogo, perciò il suo scopo non è il dialogo-con-se-stesso, ma un dialogo che lo porti da qui, dalla piazza "virtuale", alla realtà, all'incontro in "carne ed ossa", alla vita vera degli uomini.
A chi tutto questo non va bene, se ne può pure andare, ma eviti soprattutto di lasciare commenti idioti.
E con questo concludo.
Veniamo ora al post di oggi, trovato sul sito intelligente di un ragazzo che discute pacatamente del mondo odierno. Purtroppo, però, i suoi post sono fermi al 16 Febbraio 2006. Sotto vi ho lasciato il link per andarvi a leggere il post di questo sito, che ha il pregio di riflettere indirettamente sulla giornata della memoria del 25 Aprile con intento polemico senza però essere volgare.
Come introduzione alla sua lettura vi ho anche lasciato un bellissimo "pezzo" di Feuerbach. Questo "pezzo" vuole anche essere una sorta di risposta alle domande di Alessandro lasciate in sospeso nel post di qualche giorno fa: la memoria può essere di impaccio? Per superare la società inerziale di Oggi, occorre più memoria del passato o meno memoria? Una parziale risposta a questa domanda io l'ho trovata in una frase di Nietzsche (tratta, se non vado errato, dalla prima inattuale), di cui adesso non ricordo precisamente le parole, ma parafrasandola dice più o meno così: l'azione è nemica della memoria poichè per agire bisogna imparare a dimenticare...
Ma ora vi lascio al bel "pezzo" di Feuerbach e più sotto al link. Buona lettura.
"Se vuole dar vita ad una nuova epoca, l'umanita' deve rompere con il passato senza rimpianti; deve presupporre che quanto finora e' esistito sia un nulla. Solo grazie a questo presupposto l'umanita' acquista la forza e la volonta' di giungere a nuove creazioni. Ogni legame con le cose presenti paralizzerebbe il volo della sua forza creativa. Bisogna pertanto che l'umanita', di tanto in tanto, butti via il bambino insieme all'acqua sporca; l'umanita' deve essere ingiusta, partigiana. La giustizia e' un atto proprio della critica, ma la critica viene sempre solo dopo l'azione, e non perviene all'azione".
Ludwig Feuerbach (SW II, 378)
post: http://diploblog.splinder.com/post/7145986
blog: http://diploblog.splinder.com/
mercoledì 23 aprile 2008
Sulla moda e sull'impotenza
Comunque, prima di darvi la possibilità di leggerli, vorrei far notare all'autore dei due scritti che la pornografia non si discosta per nulla dalla sua criticata categoria di moda: pure il porno è una riproduzione incessante di immagini (contenitori pregni di alienazione) e quindi un mero prodotto-surrogato del sistema spettacolo. Niente di più di ciò!
http://www.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1208646211&archive=&start_from=&ucat=52,62
http://www.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1208738963&archive=&start_from=&ucat=52
Buona lettura!
sabato 19 aprile 2008
Analisi interessante
Iniziamo la costruzione di un pensiero oppositivo liberandoci da blocchi interni... liberiamoci dunque immediatamente dall'anti-pensiero di Toni Negri.
Non voglio sprecare il mio tempo e quindi, condividendolo in pieno, vi linko un post molto ben fatto e dettagliato che ci allontanerà definitivamente dal falso spettro dell'impero negriano.
Chi non vede il pericolo americano e difende sotto sotto il capitalismo io non lo vedo tanto uomo rivoluzionario… sarà la sua inefficacia pratica e la sua critica del compiacimento a fargli prendere tanti riconoscimenti dal mondo culturale?!
Se troverò altro lo diffonderò istantaneamente.
Questo è il link:
http://www.wolfstep.cc/index.php?subaction=showfull&id=1207096044&archive=&start_from=&ucat=45,54,64
Buona lotta... visto che essa inizia sempre con una genealogica e disinfettante lotta con se stessi, con la propria ideologia alienata e con il proprio amor-di-sé: solo dopo questa fase difficilissima ci si potrà battere autenticamente contro il potere!
mercoledì 16 aprile 2008
A caldo... eppur meditato con coerenza
Finalmente la Sinistra l’Arcobaleno (SA) è affondata (sia per motivi astensionistici, sia per interni fattori strutturali, sia per la campagna del voto utile) e con il suo momentaneo fallimento sprofondano nel baratro l’occludente Bertinotti e tutti gli interessi dei compagnucci. In Italia, o meglio nel parlamento di questa splendida nazione, il falso movimento marxista sparisce e mediante ciò il pensiero sovversivo si libera dal principale e disgregante gruppo di riferimento. Il vincolo si è spezzato e si dovrà riuscire a non seguire il primo profeta che passerà per queste malsane strade.
Il paese è in mano alla destra e con la vittoria della Lega Nord è ormai evidente che la non-cultura, puramente razzista ed alienata, ha completamente attecchito nelle varie classi sociali e tende ormai con veemenza a trasformarsi in una reale anti-cultura facilmente e velocemente diffondibile tra le varie fasce di reddito che vivono immerse in questo sistema di produzione e nelle sue regole take-away.
Perché allora dovrei io essere “ottimista”? Per il semplice fatto che sono un realista e ho fatto miei certi insegnamenti. Proprio in questo momento storico della disfatta diviene più forte la possibilità di poter costruire un reale e grande movimento di opposizione radicale. La parziale, seppur ripetuta, vittoria del capitalismo spettacolare e del suo non-pensiero creano quella base sociale-ideologica che rende realmente concepibile una lotta aperta contro un nemico incarnatosi nell’ignoranza e nei suoi manifesti obiettivi: americanizzazione del sistema Italia, imperialismo culturale ed economico, annientamento dell’individuo e del gruppo… Cosa possiamo e dobbiamo fare? Di quali responsabilità ci dobbiamo fare carico?
1_ Liberarci per prima cosa della marcia etichetta di sinistra e di tutti i suoi intrinseci compromessi e fallimenti organizzati. Da queste ceneri dobbiamo riuscire a far sorgere, come già accennavo sopra, un movimento di opposizione politica di stampo marxista libero da ogni vincolo partitico o da orientamenti ideologici prefabbricati;
2_ di conseguenza è necessario iniziarsi a battere per creare un fronte che sia in grado di ridare quella vitalità culturale da cui sia possibile far scaturire dal basso della popolazione un senso critico in grado di svelare la quotidiana truffa democratica che dal dopoguerra si è andata consolidando nel nostro bel paese e che con il ’68 ha raggiunto la sua statica investitura;
3_ superare le lacerazioni che ci hanno portato alla deriva e che ci hanno separato tra di noi nell’illusione delle nostre rispettive differenze di finalità e scopo e che i molti interessati a imbavagliarci hanno sempre definito come inevitabili problemi di in movimento troppo numeroso… ora questo problema non sembra sussistere più;
4_ rendere “popolare” il comunitarismo, ossia farlo fuoriuscire dai quei meri discorsi teorici che facciamo tra di noi e che rimangono solo per noi in modo inefficace per divulgarlo concretamente con delle prassi che rendano evidente che esso è la soluzione al problema storico-filosofico del nostro tempo e non questa gretta circolarità politica che in Italia è un non-moto che fa il gioco del resto dell’Europa e degli Stati Uniti (ricordiamoci del debito pubblico qualche volta, argomento troppo facilmente dimenticato persino nella fanta-campagna elettorale);
5_ riuscire noi ad essere il primo esempio lampante per gli altri di tutto quello che ho detto sopra eliminando quell’altezzosità del pensiero che troppo spesso ci fa perdere tempo in ottusi litigi e che di conseguenza ci distoglie lo sguardo dalla nostra autentica vocazione rivoluzionaria. Dobbiamo diventare maturi amici miei ed essere in grado di ascoltare apertamente le opinioni e le proposte altrui: la nostra non è una gara intellettuale per decretare chi è il più bravo di tutti… chi lotta per tale fine è solamente un patetico “imprenditore di sinistra”. La comunità vive sul dialogo e sul dibattito (su questo punto si fonda pure il concetto, ormai così tristemente sfruttato, di cultura). Abbandoniamo il dogmatismo anti-praxis agli ammuffiti centri sociali di vecchio e nostalgico stampo e a quei falsi partiti come la Sinistra Critica, il Partito Comunista dei Lavoratori e soci vari.
Il mio sarà un discorso banale ma volevo farlo perché troppo spesso si inizia dal complesso senza accorgersi che un pensiero senza una forte, seppur ovvia, base non avrà mai vita lunga. Credo vivamente che il gruppo astensionista possa trasformarsi in qualcosa di altro-da-sé e se ciò sarà fatto in modo propositivo ed innovativo noi lo appoggeremo completamente.
Scontriamoci totalmente con questo vecchio e insalubre Occidente. Invito soprattutto i nostri amici delle Comunità Proletarie Resistenti e di Kelebek a partecipare attivamente, come già hanno fatto e continuano a fare, a questo discorso-progetto e non ad aspettare, come questa società desidera che sia fatto dalla moltitudine desiderante, che sia sempre qualcun altro a farlo al posto nostro. Costruiamo insieme la “dissoluzione dell’immagine”. Sono convinto che capirete e che ci metteremo tutto in gioco come un unico arto.
P.s. A Milano oggi è spuntato il sole… lo prendo come un buon segno per il futuro e come un forte input per continuare convinto la mia lotta politica-“artistica” in questa metropoli dilaniata dal perenne inquinamento retorico-spettacolare. Buona lotta a tutti!
sabato 5 aprile 2008
Sull'evento poetico
La poesia non è di possesso del poeta anzi il suo fine è proprio quello di essere sempre per altri e mai propria: perché altrimenti perderemmo tempo a mettere su carta i nostri pensieri, le nostre emozioni, la nostra stessa vita?! Se allora accettiamo ciò ci rendiamo subito conto del suo valore comunitario e per nulla consumistico: ci dà forse qualcosa di materiale la poesia?! Dunque è proprio per ciò che la poesia è qualità e perciò opposizione. Finché qualcuno si cimenterà nel suo impero il quantitativo non offuscherà completamente le nostre fragili menti... ma nel momento stesso in cui il verso diverrà muto e stasi riprodotta non solo la quantità avrà vinto la sua intrinseca guerra contro l'essere umano ma addirittura non vi sarà più alcun essere umano. Essere uomini è essere poeti, sia che ciò sia latente sia che ciò sia pienamente confermato dal giudizio altrui.
Per ora mi fermo qui.
Il mio prossimo impegno sarà a Verona venerdì 23 Maggio alle ore 18. Per chi volesse venire a sentire un po' di sana poesia visiti l'indirizzo sotto riportato:
http://www.premiodepalchiraiziss.it/
Buona lotta miei cari amici!
domenica 30 marzo 2008
Contro il razzismo
Alain De Benoist
Pubblico qui una serie di articoli che descrivono accuratamente cosa si deve intendere per razzismo, per discriminazione, per capro espiatorio, etc, etc.
Sono articoli di una chiarità cristallina che devono essere sempre tenuti a mente; soprattutto oggi, che viviamo il razzismo contro il popolo rumeno o contro il popolo rom o contro tutte le altre minoranze come una cosa normale su cui magari si può fare anche una battuta.
Contro tutto questo razzismo montante basterebbe la semplice frase "ciascuno di noi ha diritto a essere considerato un essere umano dall'individualità unica". Basterebbe davvero questo per fare scomparire rattamente tutti i pregiudizi razziali, per smontare ad una ad una tutte le falsità su cui il razzismo e il pregiudizio nei confronti del "diverso-da-me" poggiano.
A ragione Alessandro nel post di qualche giorno fa rifletteva sulla categoria di nemico come categoria indispensabile per il rafforzamento del potere. Riflettiamo su queste cose. E così sarà palese che dietro il razzismo montante di oggi ci sta sempre il potere di un certo ceto dirigente che per coprire le proprie nefandezze e le proprie incapacità usa le minoranze come capro espiatorio su cui far sfogare la rabbia della gente che altrimenti si sfogherebbe contro di lui.
E, allora, se abbiamo capito questo, prendiamocela invece con quel pattume umano che è la classe dominante italiana di oggi ( politici e , più in là, malfattori della peggiore risma, come una certa classe dirigente italiana indicata da La Grassa con la sigla G.F.&I.D.) e non contro il popolo rumeno o il popolo rom.
Basta con il razzismo! Combattiamolo sempre, su ogni linea. E che la nostra rabbia si abbatta contro chi detiene veramente le leve del comando e calpesta la vita degli italiani come quella dei rumeni e dei rom.
Vi lascio ora agli articoli. Buon proseguimento, augurandomi che queste riflessioni vi accompagnino nella vita sempre, in ogni situazione in cui vi trovate.
***
Stereotipi
Intendiamo qui per stereotipo una generalizzazione sul conto di una persona o di un gruppo di persone. Esso si sviluppa nel momento in cui non siamo capaci, o non abbiamo voglia, di ottenere tutte le informazioni necessarie per poter giudicare con equanimità persone o situazioni. In mancanza del quadro completo, gli stereotipi in molti casi ci permettono di "riempire le caselle vuote". La nostra società spesso crea e perpetua alcuni stereotipi innocentemente, ma anche in questo caso si può arrivare a una discriminazione ingiusta e alla persecuzione, se lo stereotipo è negativo.
Per esempio, se passiamo attraverso un parco a notte fonda e incontriamo tre persone anziane con la pelliccia e col bastone da passeggio, non abbiamo la stessa sensazione di pericolo che avremmo se incontrassimo tre adolescenti coi giubbotti di cuoio. Perché? In entrambi i casi generaliziamo. Queste generalizzazioni nascono da esperienze personali, da ciò che abbiamo letto sui libri o sui giornali, che abbiamo visto alla televisione o al cinema o che ci è stato raccontato da amici e famigliari. In molti casi una generalizzazione è abbastanza attendibile. Eppure, letteralmente ogni volta, ci affidiamo al pregiudizio per attribuire a una persona caratteristiche note da stereotipi, senza essere a conoscenza di tutti i fatti. Con le stereotipizzazioni diamo per scontato che una persona o un gruppo di persone sia in un certo modo. Molto spesso capita che si abbiano stereotipi su persone che appartengono a gruppi che non conosciamo direttamente.
La tv, i libri, i fumetti e il cinema sono fonte inesauribile di personaggi stereotipati. Per molto tempo, ad esempio, la cattiva industria cinematografica e la televisione hanno tratteggiato personaggi di romani indolenti e di buon cuore, di napoletani che cantano e mangiano gli spaghetti, di milanesi che pensano solo a fare i soldi, di siciliani mafiosi, di americani neri che parlano con tutti i verbi all'infinito, stupidi, pigri o violenti. Queste caratterizzazioni hanno incoraggiato i pregiudizi. Allo stesso modo le donne fisicamente attraenti sono state dipinte, e lo sono tuttora, come poco intelligenti, poco adatte all'attività intellettuale e di abitudini sessualmente promiscue.
Gli stereotipi nascono anche dal timore nei confronti di persone appartenenti a minoranze. Per esempio, molti ritengono che un malato di mente commetta facilmente atti violenti. La statistica non conforta questa teoria: le persone con malattie mentali non sono più violente del resto della popolazione. Forse i pochi casi, isolati ma assai pubblicizzati, di persone con disturbi mentali che compiono atti di violenza in stato di raptus hanno gettato il seme di questa credenza.
Probabilmente è così che sono nati in origine alcuni stereotipi: una serie di azioni compiute da un membro isolato di un gruppo viene ingiustamente attribuita al carattere del gruppo nel suo insieme.
Discriminazione
Quando giudichiamo persone o gruppi in base ai nostri pregiudizi o stereotipi, e per questo li trattiamo diversamente, compiamo un atto di discriminazione. Quest'ultimo può presentarsi in molte forme. Si può esercitare una pressione, subdola o dichiarata, in modo da scoraggiare gli appartenenti a una data minoranza dal prendere alloggio in un determinato quartiere. Appartenenti a minoranze o donne sono talvolta vittime di discriminazioni per ciò che riguarda il lavoro, l'istruzione e i servizi sociali. Può accadere che ci teniamo lontani da persone che in passato hanno sofferto di malattie mentali perché abbiamo paura che ci possano far del male. Le donne e le minoranze sono spesso tenute lontane da posizioni elevate nel mondo degli affari. Molti club americani hanno statuti di appartenenza che escludono ebrei, neri, donne o altri.
A causa della discriminazione vi sono stati casi in cui la giustizia civile e penale non è stata uguale per tutti. Per esempio alcuni studi provano che un afroamericano accusato di omicidio colposo ha significativamente più probabilità di essere condannato a morte di un bianco accusato dello stesso crimine.
Razzismo
Generalmente gli antropologi e gli scienziati che studiano l'uomo e le sue origini accettano che sia possibile dividere la specie umana in razze basate sulla complessione fisica e genetica. Molti, ma certamente non tutti gli afroamericani, sono fisicamente diversi dal tipo caucasico, anche al di là della pelle scura: hanno i capelli crespi, per esempio. Tutti gli studiosi sono d'accordo nell'affermare che non vi è alcuna prova credibile che una razza sia culturalmente o psicologicamente diversa da un'altra, o che una razza sia superiore a un'altra. Studi compiuti in passato che siano giunti a conclusioni del genere si sono rivelati gravemente difettosi da un punto di vista metodologico, oppure intrinsecamente preconcetti.
Tuttavia, nonostante tutte le prove scientifiche che dimostrano il contrario, vi sono persone che ritengono che la propria razza sia superiore a tutte le altre. Queste persone, collettivamente denominate "razzisti", sono quelle che più facilmente compiranno atti di discriminazione, persecuzione e violenza contro coloro che essi ritengano appartenere a razze "inferiori".
Nell'Europa del secolo XIX, gli ebrei erano considerati una razza inferiore con caratteristiche somatiche e di personalità precise. Alcuni pensatori teorizzavano il fatto che queste particolarità sarebbero sparite nel momento in cui gli ebrei avessero ottenuto l'emancipazione politica e sociale e fossero stati integrati nella società. Altri credevano che questi tratti fossero trasmessi geneticamente, e che fossero immutabili. La teoria razziale, distorta in una pseudo-scienza, accreditava stereotipi ereditati dall'antisemitismo classico e cristiano (vedi L'antisemitismo moderno). Una crescente enfasi nazionalistica additava inoltre gli ebrei come "elemento straniero", che poteva contaminare stirpe e cultura locali, e, in potenza, soggiogare economicamente e politicamente la popolazione indigena (vedi Adolf Hitler). Questa storia pregressa fu il terreno fecondo su cui poterono fiorire l'ideologia nazista e il programma di genocidio.
Gli stereotipi razzisti in Italia sono moltissimi: il più noto e ormai classico è quello del Nord "che lavora" contro il Sud "che non fa niente e si mangia tutti i soldi del Nord". Ma, dopo molti decenni di vita in comune nelle grandi città industriali, esso è forse andato attenuandosi: molti ex "terroni" si sono integrati, e possono a loro volta esercitare, insieme con gli abitanti del Nord, il proprio razzismo sui nuovi "terroni", gli extracomunitari che a partire dagli anni Ottanta hanno raggiunto il nostro paese. Ben presto sono nati gli stereotipi: marocchini ("sporchi, non hanno voglia di far niente"), somali ed eritrei ("non è colpa loro, ma hanno una pelle che puzza"), filippini ("sono le colf più brave di tutte, ma i mariti non hanno voglia di lavorare"), persone dell'Est europeo ("tutte puttane"), nigeriane (idem), albanesi ("tutti violentatori"), peruviani ("tutti ladri") ecc. Vi sono stati, in alcuni quartieri delle grandi città del Nord, soprattutto a Torino e a Genova, veri e propri episodi di guerriglia urbana fra bande di cittadini e di immigrati.
I neri giunsero nell'America del Nord dall'Africa come schiavi, e i loro discendenti sopportarono secoli di oppressione. Durante la guerra civile gli schiavi furono liberati e ottennero la cittadinanza. La discriminazione continuò. Nel Sud le leggi "Jim Crow" imponevano loro gabinetti, autobus e case di cura separati.
Il razzismo contro gli afroamericani è ancora presente negli Stati Uniti. Nonostante le leggi e i meccanismi di tutela contro la discriminazione, i neri d'America hanno ancora problemi di integrazione per ciò che riguarda la casa, l'occupazione e l'istruzione; inoltre esistono organizzazioni razziste quali il Ku Klux Klan che, benché contino pochi membri effettivi, si muovono attivamente per reclutare gente ai raduni di massa tenuti in Pennsylvania e altri stati allo scopo di diffondere il messaggio d'odio contro neri, ebrei, cattolici e altre minoranze.
A livello locale, amministrativo e federale sono state promulgate leggi sui diritti civili, per combattere il razzismo, le persecuzioni e le discriminazioni che il razzismo incoraggia. Se il Primo Emendamento della Costituzione americana protegge il diritto di ciascuno a riunirsi pacificamente e a parlare liberamente, il messaggio razzista provoca sempre una reazione di condanna da parte dei membri responsabili delle comunità in cui i razzisti vanno a predicare.
Il concetto di capro espiatorio
La politica del capro espiatorio consiste nel dare la colpa a un individuo o a un gruppo di persone di un insuccesso, reale o immaginario, dovuto ad altri. Il termine è di origine biblica. Il sommo sacerdote poneva la propria mano sul capo di una capra, trasferendo così i peccati della comunità sull'animale che veniva lasciato libero nel deserto.
Accade non di rado di incolpare qualcun altro dei nostri fallimenti, e specialmente di dare la colpa a quelli che non vogliono, o non possono, difendersi. Accade non di rado che siano le minoranze a fare da capro espiatorio. In primo luogo esse sono spesso isolate all'interno di una società: sono quindi un bersaglio facile. Chi sta nel gruppo di maggioranza è facilmente convinto delle caratteristiche negative di un gruppo di persone con cui non ha alcun contatto diretto. Violenze, persecuzioni e genocidio possono accadere perché si dà la colpa di qualche disagio sociale a una minoranza. Disoccupazione, inflazione, carenza di cibo, peste, delinquenza per le strade sono tutti esempi di mali che nei secoli sono stati attribuiti a questa o quella minoranza.
Demagogia e propaganda
Alcuni tipi di pregiudizio vengono tramandati di generazione in generazione. Quello contro gli ebrei, detto antisemitismo, è documentato da più di duemila anni. Generalmente, tuttavia, l'odio violento contro le minoranze viene risvegliato da leader carismatici che sfruttano passioni latenti ai propri fini politici. Questi capi sono detti "demagoghi", e le loro armi a questo scopo sono la propaganda e la disinformazione (ovvero l'azione di fornire informazioni volutamente errate). Essi generalmente hanno successo perché alla gente piace credere che i propri problemi siano di semplice soluzione. Mediante tecniche propagandistiche si creano argomenti persuasivi atti a dimostrare che questo o quel gruppo ha la colpa di tutto, e che i problemi scomparirebbero "se non fosse per quei... (e qui si riempie lo spazio col nome della minoranza prescelta)". Più un popolo è istruito, meno è facile convincerlo con questi sistemi. In un società libera, in cui vi è libero accesso all'informazione, diventa ancor più difficile.
Reazioni positive al pregiudizio e agli stereotipi
Per combattere pregiudizi, stereotipi, discriminazioni e la politica del capro espiatorio, per prima cosa bisogna capirli. Tutti noi abbiamo pregiudizi su individui di gruppi diversi dal nostro. Dovremmo però ammettere che non agiamo secondo giustizia se per questi motivi trattiamo le persone diversamente. Ciascuno di noi ha diritto a essere considerato un essere umano dall'individualità unica.
Nel suo discorso al Lincoln Memorial nel 1963, noto come "Io ho un sogno", Martin Luther King Junior, combattente per i diritti civili, disse: «Io ho un sogno: che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non verranno giudicati per il colore della loro pelle ma per le loro qualità morali». Egli spese la sua vita a lottare contro l'intolleranza e i pregiudizi. Il suo messaggio era rivolto non solo ai neri d'America, ma a tutte le minoranze oppresse. A causa delle sue posizioni coraggiose contro l'odio razziale egli subì gravi torti personali, fino a quando fu assassinato da un sicario razzista. Eppure il suo messaggio di fratellanza, di comprensione, di dialogo fra gruppi diversi, di resistenza non violenta all'ingiustizia, non è morto con lui. Negli Stati Uniti il suo compleanno è una festa nazionale.
Tutti noi conosciamo lo stato di angoscia provocato da una battuta di spirito che mette in ridicolo una particolare minoranza. Ci vuole coraggio per rifiutare queste battute o questi soprannomi e per lottare attivamente contro i pregiudizi e l'intolleranza ch'essi generano.È importante combattere l'ingiustizia, smascherare discriminazioni, stereotipi e cacce alle streghe che fanno da sfondo alle persecuzioni, alle violenze e al genocidio.
venerdì 29 febbraio 2008
Moventi di un astensionismo di sinistra
1_ Astenersi è un atto politico. Esso possiede un proprio significato e uno specifico peso sociale: è una dichiarazione di rifiuto e di presa di posizione, è un annuncio di sfida che avvia verso il viale della lotta reale, è un’opposizione radicale mediante la quale ferocemente e completamente ci si colloca contro questa dislessica forma di non-politica.
2_ Astenersi implica l’ammissione che nessun partito ha come proprio fine il superamento (rivoluzionario) del modo di produzione capitalistico: non è evidente che manca un partito che rappresenti i dominati e l’anti-capitalismo?! Ma possiamo dire di più: la lotta autentica non è una questione partitica ma di un movimento associativo sì profondamente organizzato ma allo stesso tempo radicalmente dissociato dal potere-immagine. L'vento astensione diviene perciò qualcosa di più: è la presa di coscienza che parassitari i partiti sussistono propriamente soltanto in e per questo preciso sistema di sfruttamento e di alienazione disuguagliante. Astenersi diviene pertanto il passo decisivo verso lo scontro concreto e un reale messaggio della rottura del trattato di pace venutosi a creare con l’illusione del diffuso benessere, della completa apertura e mobilità dei ruoli sociali e del fittizio spettacolo della felicità del facile consumo organizzato.
3_ Astenersi è ridare voce al malessere diffuso dell’uomo, quel malessere che dal ’68 è stato strozzato dalla stessa sinistra conformista. Contemporaneamente è ridare visibilità all’esistenza della classe dominata, quella stessa classe che nell’oscurità manovra e ci manovra con le sue scelte e le sue decisioni egoistiche ed individualiste.
4_ Astenersi è riconsegnare funzione al particolare, quel particolare celato dagli strilli dell’universale celebrato dalla campagna elettorale e dai funzionari organici del sistema. Ma non fermiamoci all'apparenza: l’universale è antitetico al capitalismo stesso, è l’ideologia portante l'imbroglio, è il falso che lacera l’evidenza della truffa, è la contraddizione attraverso la quale noi dobbiamo aprire gli occhi e guardare fuori dalla caverna. L’universale qui ed ora è menzogna irrealizzabile.
Vorrei concludere con un’importante precisazione: l’interesse strategico del nostro ragionamento in fondo non risiede tanto nell’astenersi stesso ma in questo nostro parlarne intensamente come possibilità concreta. I giorni dopo le elezioni l’astenuto e i suoi motivi saranno silenzio ininfluente, i dati parleranno di tutto ciò che non riguarda la percentuale dell’astensionismo, nessuno si chiederà il motivo che ha spinto una certa parte a rinunciare al suo diritto e dovere di voto… allora è proprio ora il momento di alzare la voce e farsi sentire. Invitiamo tutti i blog interessati a unirsi al nostro coro e alla nostra volontà di rendere manifeste le motivazioni che ci hanno spinto a questa scelta esistenziale.
Buona lotta ragazzi!