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martedì 1 luglio 2008

"Comunismo e Comunità" numero 1


Finalmente è uscito il numero 1 di "Comunismo e Comunità". Visto che siamo noi i distributori della rivista nella zona di Milano chi fosse interessato a riceverla può richiedercela o tramite mail o tramite commento diretto a questo post. Grazie in anticipo a chi ci aiuterà a praticare questa 'silenziosa' ma convinta opposizione al sistema spettacolo.
Qui sotto trovate il link per vedere tutti gli scritti presenti in quest'ultimo numero.

giovedì 26 giugno 2008

La mantide berluscosa

Sarà banale o già sentito tante volte ma riteniamo non faccia per nulla male sentirlo una volta ancora di più. Sia destra sia sinistra sono sterco: lo diciamo solo per il diritto di informazione! Tutto è così realmente as.sur.do. amici miei!

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lunedì 23 giugno 2008

Dono per il primo anno as.sur.dista.

Il 16 giugno dell’anno scorso pubblicavamo qui il nostro primo post. Per festeggiare, anche se in evidente ritardo, vi proponiamo la lettura di un regalo che ci ha fatto Marino Badiale, il quale, in una forma a lui inconsueta, ci presenta la nostra non-società. Essendo il testo scritto in forma di discorso abbiamo ritenuto opportuno non scinderlo in pezzi. Buona lettura a tutti!

"Io ho paura"

A: Io ho paura.

B: Prego?

A: Ho paura. Per il mio futuro, per quello di mia figlia. Per quello che sarà la sua vita. Per questo paese.

B: Così pessimista? D’accordo, molti parlano da tempo del declino dell’Italia. Sarà anche vero che stiamo declinando. Ma non mi pare che si stia poi così male, in questo paese. Nel declino ci arrangeremo, come abbiamo fatto tante altre volte. In questo, la nostra bravura sembra certa. E’ il nostro vantaggio competitivo, direbbe un economista. Del resto, non è detto che il declino sia una catastrofe. La Grecia al tempo dell’Impero Romano era certo declinata, rispetto alla Grecia classica o anche a quella ellenistica, eppure non credo si vivesse peggio lì che nelle altre parti dell’Impero.

A: Altri tempi. L’Italia oggi è un paese sovrapopolato, sfiduciato, senza una classe dirigente credibile, con un terzo del territorio nazionale controllato o fortemente condizionato dalla criminalità organizzata. In un simile contesto, quale può essere l’effetto di una seria crisi economica, che porti ad una crisi della struttura statale? Io penso alla Jugoslavia.

B: Addirittura! Ma lì c’erano in gioco odii etnici antichi e radicati, che si sono inseriti nella crisi economica e politica…

A: Sarà, non conosco a fondo la storia della dissoluzione jugoslava, ma ho come l’impressione che si sia parlato molto degli odii etnici antichi e radicati, e meno di come essi siano stati sfruttati da gruppi di potere di vario tipo, mezzi mafiosi mezzi no, per i loro giochi e scontri di potere. Ne parla, fra gli altri, Mary Kaldor[1].

B: In ogni caso, qui in Italia gli odii etnici di quel tipo non ci sono, e non possono essere usati.

A: Si possono creare, non è così difficile. Pensa a come è stato facile criminalizzare i rom. E’ passata come una cosa del tutto banale la creazione dei commissari per la questione rom. Immaginati se in una qualsiasi città europea venisse creato il commissario per la questione ebraica…

B: Cosa vuoi farci, il senso comune è sempre attento a prevenire i mali già successi, è sempre in ritardo di un genocidio..

A: e non è neanche questo, perché il genocidio dei rom c’è già stato. Ma torniamo all’Italia. Cosa succederebbe in Italia di fronte ad una crisi economica grave, che rendesse impossibile la vita quotidiana cui siamo abituati e il funzionamento dello Stato? Cosa succederebbe, in particolare, nelle zone già adesso controllate dalle varie mafie? E’ ovvio: le mafie hanno già il controllo del territorio e la complicità, attiva o passiva, della maggioranza della popolazione, hanno la ricchezza economica, hanno la forza militare. Di fronte ad una ritirata dello Stato la gente si rivolgerebbe a loro. Il loro potere diventerebbe manifesto, fino ad ambire alla sovranità sul territorio. E comincerebbero a regolare i loro conflitti con scontri militari aperti, con guerre o guerriglie. Dopodiché nella stampa internazionale si vedrebbero apparire pensosi articoli sugli odii secolari che da sempre hanno contrapposto campani e pugliesi…

B: stai scherzando, naturalmente…

A: naturalmente, rido per non piangere, per esorcizzare le mie paure… Ma ti faccio solo una domanda: vent’anni fa, quindici anni fa, dieci anni fa una prospettiva di questo tipo poteva immaginarsela solo un pazzo, oggi non sarà la cosa più probabile, ma nemmeno mi sembra così completamente assurda. Lo è?

B: Forse no.

A: Il che significa che in dieci o venti anni la nostra situazione è drasticamente peggiorata. Vedi segnali di miglioramento?

B: No, direi di no. Ma non sono neanche sicuro che la crisi di cui hai paura sia una prospettiva tanto probabile…

A: Non lo so neppure io, per una volta lasciami esprimere con le viscere, per così dire. Avremo tempo e modo per le discussioni teoriche, le analisi strutturali socioeconomiche, i dibattiti sulla congiuntura…. E’ una vita che facciamo queste cose, che ci sforziamo di essere freddi e razionali. Per una volta, lasciami smettere questi panni e fammi ripetere semplicemente: io ho paura.

B: D’accordo, d’accordo. Però devi anche spiegare perché qualcun altro dovrebbe prendere sul serio le tue paure..

A: Del declino italiano hanno parlato un po’ tutti, lo si diceva prima. Per fare solo un esempio recente, “L’Espresso” ha pubblicato un’intervista a Heiner Flassbeck[2].

B: E chi è?

A: Capo economista dell’agenzia dell’Onu che si occupa di commercio e sviluppo internazionale, ex capo economista dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, ex viceministro delle Finanze del governo Schroeder.

B: Capisco, non proprio un bolscevico, o uno svitato dedito a propagandare teorie bislacche in internet. E cosa dice l’esimio economista tedesco?

A: Che con la creazione della zona euro e con l’euro forte l’economia italiana è destinata a perdere nel confronto con quella tedesca, che l’Italia dovrebbe poter svalutare la sua moneta ma con l’euro non lo può fare, che in questa situazione “non c’è modo che l’Italia possa riguadagnare competitività”, infine che “in una unione monetaria questa situazione pone le premesse per il disastro. Prima o poi il sistema collasserà. In 5, 10 o 15 anni, non so. Ma il sistema monetario, con questi enormi divari fra aziende italiane e tedesche, cadrà di sicuro”. E poi..

B: che altro?

A: Fa esplicitamente il paragone con l’Argentina. E io ti ripeto: una crisi come quella dell’Argentina, in un paese come l’Italia contemporanea, a cosa può portare?

B: Forse questo non è più un problema economico.

A: Certamente non lo è. E’ il problema di come sia ridotta oggi la fibra morale di questa nazione.

B: Immagino che tu abbia un’idea precisa a proposito.

A: Marcio. Questo paese è marcio. E’ questo il problema. Un paese sano può sopportare crisi peggiori. Durante la Seconda Guerra Mondiale abbiamo subito occupazioni, stragi, bombardamenti, distruzioni, una guerra civile, ma ci siamo risollevati. Perché la fibra morale di questo paese era ancora sana, nonostante vent’anni di fascismo, e per questo abbiamo potuto esprimere quel raggio di luce che è stata la Resistenza.

B: che tu non consideri superata..

A: è superata nel senso che oggi non c’è più un pericolo fascista, quindi l’antifascismo non ha più ragione di esistere. Ciò che non è e non sarà superato è contenuto in questa semplice affermazione: la Resistenza è una delle pochissime cose, nella storia dell’Italia unita, della quale gli italiani possono essere orgogliosi.

B: Ma torniamo all’oggi. D’accordo, c’è un problema, chiamiamolo “morale”, in mancanza di parole migliori. Proviamo a sintetizzare di cosa si tratta?

A: Si tratta in sostanza del fatto che si è del tutto persa di vista la dimensione del “bene comune”. Ciascuno insegue, con maggiore o minore efficacia, il proprio interesse. E lo fa, se può, nel più totale disprezzo delle leggi, delle regole, e degli altri.
Non c’è più molto a tenere assieme gli abitanti di questo paese, se non una certa inerzia delle strutture storiche profonde, e il fatto che per il momento, come ricordavi poc’anzi, si sta ancora piuttosto bene. In questa situazione, alla prima crisi seria questo paese si rompe in mille pezzi.

B: la tua analisi sembra descrivere abbastanza bene i ceti dominanti, in particolare i politici…

A: Chi lo sa se vale ancora la pena di parlarne, dei politici. Cos’altro aggiungere alle infinite cose già dette contro la Casta? Non se ne può più di ripetere la descrizione del loro marciume, della loro nullità intellettuale e morale, del loro pensare esclusivamente ai propri affari, delle loro malefatte, dei loro accordi dietro le quinte. No, non serve più parlarne. Ha mille volte ragione Beppe Grillo: si può solo dirgli “vaffa…”.

B: questo è volgare, e a te la volgarità non piace…

A: Qualcosa del genere doveva pur essere detto. Perché bisogna liberarsi dall’idea che con quella gente si possa discutere, si possa mediare. Il senso del messaggio non è volgare, ed è: “per voi solo odio e disprezzo, e, appena possibile, la galera”.

B: Ma immagino che il problema non sia solo la Casta politica.

A: Ovviamente no. Una delle cose più stupide che si sono sentite ripetere in questo paese è la contrapposizione fra paese legale e paese reale, fra ceto politico e società civile. Cerchiamo di dirlo in maniera sintetica: in una democrazia un popolo ha i politici che si merita.

B: Drastico, ma sensato.

A: Sono convinto che sia vero, almeno sul lungo periodo, perfino per le dittature, figuriamoci se non è vero per le democrazie. In ogni caso, per l’Italia di oggi questo significa che l’incapacità di pensare al bene comune che è tipica dei politici è in realtà diffusa nel corpo della società civile.

B: Certo, a pensare a come siano comuni evasione fiscale e raccomandazioni, sembrerebbe così.

A: E il bello è che ormai non lo si nasconde nemmeno più. Il trucco c’è, si vede, e non gliene importa nulla a nessuno, diceva Altan. Solo un paio di esempi: a inizio 2008, dopo che le indagini della magistratura hanno cominciato a coinvolgere Mastella e il suo gruppo, alla moglie di Mastella sono imposti gli arresti domiciliari…

B: capisco cosa vuoi dire: e una grande folla va ad accoglierla per esprimerle la sua solidarietà.

A: già, e quella era la famosa “società civile”, il famoso “paese reale”. Un’altra, più recente: Berlusconi decide che è ora di proibire le intercettazioni telefoniche per le indagini della magistratura…

B: misura discutibile..

A: certo, ma adesso voglio solo farti notare questo: dove va a dare l’annuncio di questa sua intenzione? A un convegno di magistrati, a un incontro di avvocati, magari in una conferenza stampa?

B: Dove, invece?

A: Ad un convengo dei giovani industriali. Sei capace di tradurre il messaggio?

B: Qualcosa del tipo “ragazzi, so che avete questo problema, ma tranquilli che adesso ci penso io”.

A: Esattamente. E secondo i giornali si rivolge alla platea dicendo “alzi la mano chi di voi non ha il timore di essere ascoltato ogni volta che parla al telefono”. Secondo te cosa significa tutto questo?

B: E secondo te?

A: Significa che l’attività economica in questo paese è normalmente accompagnata da corruzione e illeciti di vario tipo, significa che tutti lo sanno, significa che la cosa non importa a nessuno.

B: Sei troppo drastico: ci sono magistrati che indagano, giornalisti che fanno inchieste, cittadini che protestano in vari modi.

A: D’accordo, cerco di essere più preciso. La corruzione e la degradazione non sono un problema per i ceti dirigenti, perché anzi essi su quelle costruiscono le loro fortune e il loro potere, e non lo sono per la maggioranza del popolo italiano, che accetta la lenta distruzione del paese pensando che sia l’unico modo per conservare un livello di vita e di consumi che è sempre più minacciato.

B: Cosa intendi per “ceti dirigenti”? la Casta politica?

A: Ma non solo, naturalmente. La stragrande maggioranza dei giornalisti, capaci solo di fare le grancasse del potere. Gli imprenditori, che hanno accettato senza problemi il ruolo di corruttori corrotti. E si potrebbe continuare, ma il problema vero non è questo.

B: Sarebbe invece?

A: Quello che dicevo prima: un popolo ha i politici che si merita, e posso aggiungere che ha i giornali che si merita e ha gli imprenditori che si merita. Alla fine siamo sempre noi a decidere.

B: Discorsi già sentiti, e che da tempo sono stati accusati di moralismo.

A: Parole vuote. Cosa vuol dire moralismo?

B: Adesso tocca a me cercare di essere più preciso. L’accusa di moralismo solleva due punti: da una parte si vuol dire che quel tipo di discorsi sembrano implicare una qualche superiorità morale, tutta da dimostrare, da parte di chi li fa. Dall’altra, appaiono privi di efficacia pratica: se tutto il paese è corrotto sembra non ci sia nulla da fare se non ritirarsi in un eremo.

A: Bene, a una critica razionale si può rispondere in modo razionale. E in realtà la risposta alle due critiche è in sostanza la stessa. Non si tratta di decidere che Tizio è più onesto di Caio. Si tratta di capire che così non si può andare avanti, che questo paese sta cadendo a pezzi. E’ un fatto, e capirlo non ha nulla a che fare con l’essere moralmente superiori. Nel momento in cui questo fosse chiaro alla maggioranza, la cosa da fare sarebbe semplice.

B: Cioè?

A: Tiremo un striso, si direbbe dalle mie parti. Tiriamo un rigo. E’ andata come è andata, d’ora in poi si cambia. Facciamo come Togliatti che firmò l’amnistia per i fascisti, perché il fascismo era sconfitto e si trattava di ricostruire l’Italia. Mica potevano metterli in galera tutti, no?

B: ovviamente no, visto che tutti o quasi erano stati fascisti.

A: oggi è lo stesso. La grande maggioranza del popolo italiano è coinvolta, chi più chi meno, nel degrado morale del paese. Così non si può andare avanti. D’ora in poi si cambia, e sul passato tiriamo un rigo.

B: tiriamo un rigo sul passato? Immagino la felicità della Casta…

A: no, quelli no. Anche col fascismo, prima dell’amnistia c’era stato Piazzale Loreto.

B: paragone un po’ inquietante..

A: voglio dire che il fascismo prima bisognava sconfiggerlo, per fare l’amnistia. E per sconfiggerlo definitivamente bisognava colpirne i principali dirigenti. Oggi bisogna sconfiggere il degrado morale del paese, e per questo bisogna colpire i ceti dirigenti attuali, che ne sono i principali responsabili. Con questi non c’è amnistia che tenga. Devono essere combattuti senza tregua. Parlando di “tirare un rigo” mi riferivo a quelle che potremmo chiamare, con Mao, le contraddizioni in seno al popolo.

B: Bene, hai perfino una proposta storico-politica! Condita dalla citazione di Mao, che è sempre chic. Passata la paura, allora?

A: No. Ci vuol altro. Il declino del paese, la potenzialità della sua disgregazione sono ormai penetrate in profondità, nella stessa vita quotidiana.

B: Cos’è, il terzo livello? Abbiamo parlato dell’economia, abbiamo parlato del problema morale, adesso di cosa stiamo parlando?

A: Della tensione diffusa, quotidiana. Di come viviamo male. I rapporti quotidiani si svolgono lungo i binari prefissati dalle relazioni di lavoro, dalle tradizioni, dalle norme dell’educazione, ma appena qualcosa blocca gli automatismi subito scattano tensione, aggressività, insofferenza..

B: un po’ generico.

A: Ti è mai capitato di percepire la tensione e l’insofferenza diffuse quando si fa una fila, per esempio alla posta o per fare un biglietto? Hai presente come venga odiato chiunque crei il minimo problema, in quel contesto?

B: A nessuno piace fare la fila, tu per primo reprimi a malapena l’irritazione.

A: sì, sì, ma ascolta questo: una volta ho visto in televisione un servizio sull’Afghanistan. C’era un camion di aiuti che venivano distribuiti, e un gruppo di donne velate che si accalcavano intorno. Erano, evidentemente, persone bisognose, che in più si beccavano qualche bastonata dai soldati che proteggevano il camion. Sai cosa mi colpì, di quella scena?

B: Cosa?

A: La calma. Non c’era clamori o litigi, al massimo qualche spinta. Probabilmente, per quelle donne riuscire ad afferrare oppure no un pacco con gli aiuti significava riuscire a dar da mangiare, oppure no, alla propria famiglia. Eppure non litigavano, non alzavano la voce.

B: Morale?

A: Pensa a una scena del genere in Italia. Pensa al nervosismo e all’aggressività che percepisci durante una fila alle Poste, e pensa di fare una fila non per spedire una raccomandata ma per avere la cena per te e per i tuoi figli. Cosa succederebbe in questo paese?

B: Ci prenderemmo a coltellate, è questo che vuoi dire. Però non ti seguo, capisco l’importanza dell’economia o del problema morale, ma, se anche sono vere, queste cose che importanza hanno?

A: Sono il modo in cui si manifesta la disgregazione del paese. La tensione e l’aggressività latenti, che per il momento diventano aggressioni concrete solo in casi limitati (contro i rom per esempio, come si diceva prima) sono un effetto, e le cause sono quelle che dicevamo prima: siamo tutti in tensione perché facciamo sempre più fatica a vivere. Il nostro declino economico si traduce nella fatica sempre maggiore per conservare il livello di vita al quale siamo abituati, la diffusa inosservanza delle regole genera continuamente problemi che ciascuno affronta individualmente, con le proprie forze. Siamo sempre più stanchi e tesi. Non ci si capisce più. Un amico mi raccontava che un giorno è salito al volo su un autobus che stava partendo. Ha detto “grazie” ad alta voce all’autista. Lo fa sempre quando riesce a prendere un autobus al volo, perché pensa “non so se l’autista mi ha aspettato oppure no, in ogni caso se lo ringrazio non sbaglio”. L’autista ha pensato che lo stesse prendendo in giro, ha fermato l’autobus e lo ha redarguito di fronte a tutti.

B: Sarà stato stanco, e poi forse chi sale al volo si mette in pericolo. Magari se succedeva qualcosa al tuo amico ci andava di mezzo l’autista.

A: Ma sì, ma sì, non si sono capiti, il mio amico voleva essere gentile, l’autista ha pensato che lo prendesse in giro. Non ti sto dicendo che qualcuno è buono e qualcun altro è cattivo.

B: E cosa mi stai dicendo, allora?

A: Ti sto dicendo: siamo un paese in cui non ci si capisce più nemmeno a dirsi “grazie”. Possiamo durare?

B: Non so. Tu cosa dici?

A: Che vorrei un paese dove “grazie” vuol dire “grazie”.

B: O anche, per esplicitare la tua citazione nascosta,

A: dal finale di “Miracolo a Milano”,

B: “un paese dove buongiorno voglia veramente dire buongiorno”.

[1] M.Kaldor, Le nuove guerre, Carocci, Roma 2001.
[2] L’Espresso, 12 giugno 2008, pagg. 128-130.

Marino Badiale, Genova, giugno 2008.

domenica 15 giugno 2008

Spunto di paradossalità

Portiamo avanti da sempre una mentalità dialettica e proprio per questo abbiamo mandato la seguente mail a Marino Badiale:

lei afferma «la fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma ormai di uso comune, viene chiamata “globalizzazione” o “neoliberismo” rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed emancipazione si separano e si contrappongono. Mentre fino a pochi decenni or sono lo sviluppo economico e tecnologico poteva davvero portare al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni, oggi sviluppo significa attacco ai redditi e ai diritti conquistati dai ceti subalterni nella fase precedente, significa attacco ai territori per le grandi opere necessarie allo sviluppo stesso, significa degrado ambientale e sociale. In questa situazione la posizione che definisce la sinistra, quella cioè di volere l’emancipazione dei ceti subalterni attraverso lo sviluppo, non è più possibile e appare come una contraddizione in termini. O si sceglie lo sviluppo, e allora, anche se ci si illude di essere progressisti o magari addirittura anticapitalisti, nella realtà si sceglie la de-emancipazione dei ceti subalterni e il degrado ambientale e sociale, oppure si sceglie l’emancipazione dei ceti subalterni, e in tal caso occorre combattere lo sviluppo fine a se stesso e porsi nell’ottica delle decrescita», e leggendo con calma il suo testo ci sembra di capire che lei opti per la seconda possibilità. Ma se anche così non fosse noi per una nostra innata ignoranza e per un nostro spirito di problematicità vogliamo entrare in contraddizione con il nostro tempo.
Se si ragiona così però si rischia facilmente, a nostro parere, di entrare in una dicotomia politico-esistenziale difficilmente risolvibile: l’individuo si troverebbe di fronte a due lotte necessarie ma a prima vista inconciliabili sul piano progettuale, ossia una lotta sul territorio (lotta per la decrescita) e una lotta più astratta ma intellettualmente più “efficace” contro l’imperialismo americano e soci (lotta per l’indipendenza).
Se si ragiona a fondo ci sembra di poter dire che la cosiddetta decrescita non può essere in grado di portare avanti alcuna politica di controtendenza, di opposizione, poiché porterebbe solo, visto lo “spirito” attuale del tempo, ad una sottomissione ancora più nefasta dell'Italia (ma anche dell'Europa in genere) al centro imperiale, luogo in cui per essenza la politica non potrà mai essere controprogressista ma anzi deve essere per il proprio corretto funzionamento strutturale e sovrastrutturale assolutamente “progressista” e basata sulla crescita economica. Così come avviene per le altre potenze emergenti ad est, lo “spirito del tempo” ci suggerisce anzi di tentare in un tutti i modi di creare una politica innanzitutto indipendente rispetto al centro USA, e questo lo si può fare solamente puntando sulla crescita economica e non sulla decrescita, che porterebbe davvero l'Italia sul baratro del fallimento sociale, culturale e politico e quindi la necessità di un compromesso-asservimento.
Con questo ragionamento la “modernità” di oggi diviene questa semplice parola, ricordiamocela: indipendenza. A sua volta questa si può creare solo tessendo in mille modi una politica di contrasto agli USA.
Ma è ciò possibile? Prima avevamo premesso che questo tipo di lotta è in sé più astratta e più lontana dal nostro quotidiano intendere la lotta. Eppure se si compie un passo ulteriore questo spettro consigliere di stasi immediatamente si dissolve: è forse concreto il potere? Esso si incarna nei suoi prodotti e nelle sue merci e sono proprio queste che noi dobbiamo combattere. Il discorso è complesso ma fondamentale per chi si pone in un’ottica di non-sottomissione.
Ciò non significa che la lotta ristretta sul territorio perda di significato e valore ma crediamo ne acquisti di più solo se riesce ad unirsi all’ottica di una lotta più generale ma che al tempo stesso è più necessaria: contro quante TAV dovremmo protestare se il sistema capitale permane saldo sui suoi meccanismi?
Il problema di oggi è di non entrare nuovamente in pericolosi circoli viziosi che permettano ai dominanti di prendere una distanza sempre maggiore dalle nostre possibilità-potenzialità rovescianti. Noi non parliamo di un bieco determinismo storico: in gioco è la scelta di poter divenire uomini.
Nella speranza di poter essere costruttivi, Movimento As.Sur.Do.


Ed ecco l’interessante ed utile risposta che Marino Badiale ci ha fornito:

Buongiorno,
grazie dell'interessamento al nostro scritto. La vostra obiezione mi sembra si basi su un assunto difficilmente difendibile, cioè che la crescita sia condizione necessaria per poter uscire dalla dipendenza dell'Italia da poteri esterni. Mi sembra sia vero il contrario. E' la crescita a costringerci alla sudditanza. Se si vuole la crescita c'è bisogno di fonti di materie prime (in primis energetiche) e di mercati di sbocco della produzione di merci. Ma oggi non è certo l'Italia ad avere il controllo delle materie prime, né è ragionevolmente pensabile una politica che la possa portare ad uscire da questa condizione. La crescita porta quindi ad essere dipendenti da chi controlla i rubinetti del petrolio o del gas, o le miniere di uranio. Certo, si può pensare ad una politica di alleanze fra chi intende sfidare il controllo Usa su queste fonti, ma questo ci porterebbe solo, date le condizioni oggettive, dalla sudditanza ad un imperialismo alla sudditanza ad un altro. Oltre a coinvolgerci in probabili guerre su vasta scala. Nel Novecento l'Italia ha fatto una guerra mondiale alleata con gli imperialismi anglosassoni contro quello tedesco, un'altra alleata col secondo contro i primi. In entrambi i casi, non mi sembra che ci abbiamo guadagnato molto in termini di indipendenza nazionale.
Per quanto riguarda i mercati, è probabile che uno dei motivi della sudditanza europea verso gli Usa (altrimenti quasi inspiegabile) sia proprio il fatto che il mercato Usa serve come "compratore in ultima istanza", come grande sbocco della produzione di merci. Anche qui, è proprio la crescita della produzione di merci a renderci dipendenti dall'esterno.
La decrescita tende a far diminuire la nostra dipendenza sia dalle fonti energetiche esterne sia dai mercati esterni, e quindi a farci guadagnare in termini di indipendenza nazionale.
Cordiali saluti, Marino Badiale.

mercoledì 11 giugno 2008

Prima che sia troppo tardi (Seconda parte)


3. Assi di riferimento.
Un primo punto è quello della difesa dei territori da progetti invasivi, e quindi il sostegno a tutti quei movimenti (NO TAV, NO ponte sullo stretto, NO rigassificatori ecc.) che nascono in opposizione a progetti economici invasivi e devastanti per gli equilibri del territorio stesso. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo.
Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, ma, questo è il punto cruciale, essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e una prospettiva generali. Al di fuori di tale prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese.
Una forza politica che intenda opporsi all’attuale sistema socioeconomico dovrebbe quindi assumere la critica allo sviluppo come asse fondamentale della propria azione. Si tratta di una scelta cruciale per ricollegarsi alle tante realtà di lotta che stanno sorgendo in Italia e che si diffonderanno sempre di più.
Un secondo punto si collega a un altro dato profondo della realtà contemporanea, cioè il progetto di dominio globale del pianeta, e in particolare delle zone rilevanti per il controllo delle risorse, progetto che gli USA hanno iniziato a mettere in atto a partire dagli ultimi anni dell’amministrazione Clinton, e in maniera evidente a tutti dopo l’11 settembre. Un simile progetto di dominio inevitabilmente genera resistenze, e nella situazione attuale la repressione delle resistenze comporta la messa in mora, nei paesi occidentali, della rete di diritti e garanzie che la civiltà borghese aveva elaborato come diritti del cittadino: l’habeas corpus, il diritto ad un giusto processo, l’indipendenza della magistratura. Sono tutti aspetti della civiltà giuridica borghese che la misure legislative adottate negli USA dopo l’11 settembre (dal “Patriot Act” in poi) hanno cominciato ad attaccare e indebolire. Analoghi fenomeni stanno avanzando negli altri paesi occidentali (si pensi alle “extraordinary renditions”). Non si tratta di una tendenza momentanea destinata a rientrare, ma di un aspetto profondo e fondamentale della realtà attuale. Se è così, allora una linea di resistenza è rappresentata dalla difesa dello Stato di diritto.
Un altro aspetto decisivo del capitalismo contemporaneo è l’ossessiva ricerca del profitto senza limiti e a breve e brevissimo termine. Questo non è possibile rimanendo nell’ambito della legge (della stessa legge borghese!): di qui il carattere criminale di una parte sempre più grande dell’economia capitalistica contemporanea. Criminale nel senso di essere legata a pratiche di truffa e di corruzione, e nel senso di lasciare uno spazio crescente all’economia delle grandi organizzazioni criminali, che si confonde sempre di più con quella “legale”. Gli esempi sono innumerevoli. Basti pensare ai collegamenti che si devono instaurare fra imprese industriali del nord e camorra per lo smaltimento illegale dei rifiuti, secondo le denuncie dell’ormai famoso “Gomorra” di Roberto Saviano. Basti pensare a come il commercio delle armi porti necessariamente ad analoghi collegamenti, visto che le armi iniziano con l’essere prodotte legalmente da rispettabili industrie e finiscono poi in mano a criminalità e gruppi armati di vario tipo. Basti pensare a quali devono essere i legami che rendono possibili la “ripulitura” dell’immenso fiume di denaro sporco prodotto da attività come appunto il commercio di armi o la droga, e a come questo fiume di denaro accresca, in questi tempi di capitalismo finanziario, il potere di chi, nel mondo dell’economia “ufficiale”, riesce a sfruttarlo. E si potrebbe continuare notando come la corruzione sia ormai un aspetto strutturale dell’economia contemporanea. Tutto ciò implica che i ceti dominanti nel mondo contemporaneo hanno sempre più bisogno di disattivare il controllo di legalità sui grandi crimini economici. Anche in questo caso, dunque, la richiesta di difendere lo Stato di diritto ha un carattere di resistenza e ostacolo al dispiegamento della logica dell’attuale sistema sociale ed economico.
E’ probabile che all’analisi appena svolta venga mossa, specie da persone di formazione marxista, l’obiezione che nei caratteri da noi sottolineati non c’è nulla di nuovo. I ceti dominanti dei paesi occidentali avanzati, si dirà, hanno sempre sospeso i diritti individuali quando si trattava di reprimere movimenti che li attaccassero seriamente, e hanno sempre intrallazzato ai limiti della legalità, o anche oltre tali limiti, quando questo appariva possibile e conveniente. Questa obiezione manifesta secondo noi una profonda incomprensione della realtà attuale. Il pensiero che la ispira appare analogo a quello di chi affermi che, poiché da che mondo è mondo gli esseri umani hanno sempre usato strumenti omicidi per farsi la guerra, e hanno sempre cercato di inventare l’arma migliore e più efficace, allora l’invenzione della bomba atomica non cambia nulla di sostanziale, perché si tratta in fondo pur sempre dell’invenzione di un’altra arma. Allo stesso modo, è verissimo che i caratteri di crisi della legalità, che noi abbiamo individuato nella fase attuale, si possono ritrovare in fasi precedenti delle società capitalistiche, ed è pure vero che gli aspetti fondamentali del rapporto sociale capitalistico sono sempre gli stessi, ma le dimensioni in cui si presentano oggi quei caratteri ne fanno qualcosa di inedito che inaugura appunto una fase nuova. Oggi la sospensione dei diritti individuali non è una risposta estrema ad una crisi imminente o in atto, ma si pone esplicitamente come dato permanente delle nostre società, senza che al loro interno si levino movimenti di protesta. La simbiosi fra economia legale ed economia illegale non è un dato episodico o legato a situazioni locali, ma è diventata la normale modalità di funzionamento dell’economia contemporanea.
Possiamo concludere che una forza politica che voglia contrastare la folle e distruttiva direzione di marcia della nostra società dovrebbe, oggi in Italia, scegliere come assi di riferimento la difesa del territorio e la difesa dello Stato di diritto. A questi assi di riferimento non sarebbe poi difficile collegare la difesa complessiva dei diritti conquistati dai ceti subalterni nella fase “socialdemocratica” del capitalismo del secondo dopoguerra.
La tesi che vogliamo affermare con forza a questo punto è che il miglior quadro possibile in cui inquadrare questo indirizzi è, in Italia, quello rappresentato dai valori e dai principi che sono stati sintetizzati nella nostra Costituzione.

4. Perché la Costituzione.
La Costituzione della Repubblica italiana, formalmente (ma soltanto formalmente) tuttora in vigore, è nata come alto compromesso tra le tre grandi forze ideali, culturali e politiche che avevano alimentato la lotta antifascista, vale a dire quella laico-risorgimentale (rappresentata dai partiti liberale, repubblicano e d’azione), quella marxista (rappresentata dai partiti socialista e comunista), e quella cattolica (rappresentata dalla democrazia cristiana). Il terreno del compromesso è stato, trattandosi di una Costituzione, quello istituzionale, nel senso che aspirazioni laiche, cattoliche e marxiste dovevano trovare una espressione curvata sul piano giuridico ed una reciproca limitazione nelle norme regolatrici delle nuove istituzioni statuali che dovevano venire edificate.
Il compromesso allora perseguito nell’Assemblea costituente risultò alla fine, quando un lungo e schietto applauso quasi generale sottolineò l’approvazione della carta costituzionale il 22 dicembre 1947, riuscito sul piano dei principi ed avanzato sul piano sociale e culturale.
La riuscita del compromesso istituzionale sul piano dei principi risulta evidente da una semplice lettura degli articoli della carta, i cui principi da un lato lasciano trasparire una specifica genesi ideale (ad esempio, liberale per l’articolo 13, cattolica per l’articolo 29, marxista per l’articolo 43), ma dall’altro sono incorporati in prescrizioni normative non ascrivibili univocamente ad un determinato indirizzo ideologico e politico, ed accettabili da diverse angolazioni sulla base di pure ragioni di giustizia.
La natura storicamente avanzata del compromesso costituzionale appare chiara dalla contestualizzazione della Costituzione della Repubblica italiana nel suo tempo storico. Essa entra in vigore il 1° gennaio 1948, sette mesi dopo la fine dei governi di unità nazionale con l’estromissione totale dei comunisti e dei socialisti, tre mesi e mezzo prima della disfatta elettorale del Fronte popolare, e nell’ambito di un periodo di controffensiva padronale nelle fabbriche che inchioda la classe operaia ad un duro sfruttamento e allarga grandemente la disoccupazione al suo interno. In questo contesto storico una carta costituzionale che esige, oltre all’eguaglianza formale di fronte alla legge, anche elementi di eguaglianza sostanziale, che vieta l’iniziativa economica privata quando sia in contrasto con l’utilità sociale, che prevede numerosi casi di possibile statalizzazione delle attività economiche, esprimeva statuizioni più avanzate dei rapporti di forza allora esistenti, tanto è vero che rimase fin dall’inizio in larga misura inattuata. Per fare un altro esempio, si pensi a come il partito dei cattolici, conquistata nel 1948 la maggioranza assoluta in Parlamento, si sia trovato di fronte al limite di articoli costituzionali che prevedono la scuola pubblica in ogni ordine e grado, il divieto di finanziamenti statali delle scuole private, la tutela dei figli nati fuori dal matrimonio.
Se il compromesso costituzionale era nel 1948 più avanzato della situazione sociale, politica e culturale coeva, oggi è a un livello semplicemente incommensurabile, in termini di civiltà, di giustizia, di tutela della persona, rispetto a quello in cui si colloca il concreto esercizio dei poteri dello Stato e dell’economia, al punto che, nel contesto dell’attuale organizzazione sociale ed economica e delle miserabili caste partitiche che la servono, l’attuazione della carta costituzionale configurerebbe una vera e propria rivoluzione economica, sociale e politica. L’incapacità di capire questo punto decisivo è indice di profondi limiti da parte delle realtà politiche e culturali (oggi disperse e minoritarie) che vogliono opporsi alla dinamica distruttiva del mondo contemporaneo. Come si potrebbe altrimenti rinunciare a presidiare una trincea così avanzata come quella della carta costituzionale? Certo, occorrerebbe farlo senza minimamente confondersi con quei difensori della Costituzione che, insistendo solo sui principi di funzionamento ed equilibrio dei poteri dello Stato conformi alle norme della seconda parte del documento, tralasciano il rispetto dei principi della prima parte. In questo modo la pretesa difesa della Costituzione si riduce ad una intransigenza antiberlusconiana piuttosto grottesca, quando si coniuga, ad esempio, con il supporto, o comunque la non opposizione, alla partecipazione alla guerra infinita statunitense e alla spesa militare per sistemi d’arma di chiara valenza offensiva, in spregio all’articolo 11 della carta. Certo, occorre non coltivare illusioni giuridiciste: oggi non servono, alla difesa della Costituzione, le cosiddette istituzioni di garanzia, come la Corte costituzionale, la commissione affari costituzionali del parlamento, la Presidenza della Repubblica. La partita non si gioca sul terreno giuridico, dato che chi dovrebbe garantire su quel terreno è interno a quelle stesse oligarchie partitocratiche che hanno manomesso la Costituzione.
Quel che servirebbe sarebbe incoraggiare e promuovere lotte in difesa dei diritti del lavoro (contro il precariato, la sottoretribuzione, gli orari eccessivi, i sistemi di appalto), in difesa della vivibilità del territorio (contro le cementificazioni speculative, le opere dissestanti, le emissioni avvelenatrici, la valanga dei rifiuti), per la demercificazione dell’economia (con più beni conviviali e locali, meno consumo di merci e di energia, e quindi meno produzione di rifiuti), per la definanziarizzazione dell’economia (contro lo strapotere di banche e società speculative), per un più rapido esito dei processi penali e civili (senza barriere di accessibilità e di costo per i soggetti socialmente deboli), contro mafie e corruzioni, inscrivendo tutti questi obiettivi nell’attuazione della nostra Costituzione.
I vantaggi di una simile impostazione sarebbero molteplici e rilevanti: 1) proporre obiettivi di giustizia sociale e di salvaguardia ambientale sotto forma di principi costituzionali da attuare sottrarrebbe tali obiettivi alle definizioni e agli schieramenti correlati allo spettro politico esistente ed a cascami di ideologie oggi vuote di contenuti (liberalismo, cattolicesimo sociale, fascismo “di sinistra”, comunismo), rendendoli maggiormente capaci di saldarsi alle ragioni effettive di malcontento, a esperienze vive di lotta, al rifiuto della Casta che serpeggia nel paese. 2) La carta costituzionale è, sia pure soltanto formalmente, legge dello Stato, anzi legge fondamentale dello Stato, cui tutta la legislazione ordinaria sarebbe tenuta a conformarsi. Ovviamente ciò non è in alcun modo determinante, ma altrettanto ovviamente chi lotta per obiettivi prescritti da una legge almeno formalmente in vigore è meno svantaggiato di chi lotta per obiettivi preclusi dalla legge. 3) I principi costituzionali sono talmente avanzati rispetto allo stato attuale dei rapporti di forza fra le classi ed al livello culturale delle masse in via di impoverimento, e così contrari alla logica di funzionamento della società contemporanea, che la loro prassi attuativa sarebbe insieme legalitaria e rivoluzionaria. Basti pensare a come, basandosi sulla Costituzione, sia possibile rivendicare il diritto di ogni cittadino al lavoro retribuito, da parte dello Stato se i privati e il loro “mercato” mantengono la disoccupazione (articolo 4), oppure la tutela da parte dello Stato della salute non di ogni cittadino, ma di ogni individuo umano, (articolo 32), oppure il diritto di ogni lavoratore ad una retribuzione che gli assicuri un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36), o la piena parità di trattamento del lavoratore e della lavoratrice (articolo 37), o la soppressione dell’iniziativa economica privata là dove essa leda o la sicurezza o la dignità del lavoratore (articolo 41). E si potrebbero fare altri esempi.
Quale dovrebbe essere il modo concreto di utilizzare le potenzialità insite nella nostra Costituzione? Non si tratta, a nostro avviso, di creare una associazione per la difesa della Costituzione o dello Stato di diritto. Questo per due motivi. Il primo è che si difende qualcosa che più o meno è presente e sotto attacco, mentre la Casta ha ormai completato l’opera di svuotamento della Costituzione, per quanto essa resti formalmente vigente. E’ ben noto che la Costituzione è rimasta largamente disapplicata fin dall’inizio, specie per quanto riguarda i suoi aspetti più avanzati sul piano sociale. Negli ultimi decenni questo processo di esautoramento sostanziale è arrivato a compimento: basti pensare a come l’Italia venga ormai normalmente coinvolta in teatri di guerra, in spregio all’articolo 11, o a come vengano stravolti perfino gli aspetti di equilibrio istituzionale, per esempio esautorando il potere del Presidente della Repubblica di scegliere la persona alla quale affidare l’incarico per la formazione del governo2. Oppure basti pensare a come, nei decenni del dopoguerra, l’obiettivo della piena occupazione (che, senza essere esplicitamente inserito nel testo costituzionale, è chiaramente sottinteso negli articoli che riguardano il tema del lavoro) sia stato effettivamente uno degli obiettivi dell’azione di governo, e come invece oggi la disoccupazione, al di là di esercizi retorici, sia nella sostanza accettata come un dato di fatto.
Il secondo motivo è che una “associazione per la difesa di” ha senso quando si parla di questioni in qualche modo settoriali, mentre i principi che hanno ispirato la Costituzione hanno oggi un valore generale.
Quello che ci sembra necessario oggi non è dunque una “associazione per la Costituzione”, ma un movimento politico che si ispiri ai principi della Costituzione e ne sappia trarre un programma politico. Gli articoli della prima parte della Costituzione non sono un tale programma, ma i principi che li ispirano possono fornire i valori e stabilire i vincoli di un programma politico.

2 E’ il risultato del fatto che nelle recenti elezioni gli schieramenti indicavano sulla scheda il nome del candidato premier. Senza dilungarci in questioni giuridico-istituzionali, facciamo solo notare che si tratta si una innovazione che rafforza l’esecutivo a scapito degli altri poteri istituzionali, introducendo squilibri che prevedibilmente verranno risolti con ulteriori rafforzamenti dell’esecutivo.

5. Prima che sia troppo tardi.
Il nostro paese sta attraversando una crisi gravissima. Non si tratta solo del declino dell’economia ma del degrado sociale, del predominio della criminalità, del peggioramento di ogni aspetto della vita sociale. Questo degrado è una conseguenza dei meccanismi distruttivi dell’attuale organizzazione economica e sociale, che va quindi combattuta da chi si ispiri a ideali di giustizia, emancipazione e solidarietà. Il principale nemico contro cui combattere è, oggi in Italia, la Casta politica. La lotta contro la Casta e, dietro essa, contro l’attuale sistema economico e sociale, può essere fatta con qualche speranza di successo da un movimento politico che abbandoni ogni richiamo a ideologie ormai prive di agganci con la realtà (come il comunismo) e che si ispiri invece ai principi e ai valori della nostra carta costituzionale. Solo in questo modo c’è almeno la speranza di uscire dalla sterile contrapposizione fra estremismo ultraminoritario e accettazione dell’esistente, e di incontrare le esigenze e le speranze dei tanti che vivono il degrado sulla propria pelle, con rabbia e angoscia impotente. Non c’è molto tempo. L’acuirsi del degrado porterà necessariamente alla crescita del malessere. Se le forze che si ispirano a giustizia, solidarietà, emancipazione non riescono a dare uno sbocco a questo malessere, possiamo ipotizzare una crisi dagli esiti imprevedibili nei particolari, ma complessivamente negativi. I casi dell’Argentina e della Jugoslavia ci ricordano ciò che può succedere a paesi grandi e apparentemente solidi. Alla fine di “Underground”, lo struggente film che Kusturica ha dedicato alla storia della Jugoslavia e alla sua dissoluzione, una voce fuori campo ripete la frase “io avevo un paese”.
Parla della Jugoslavia. Non vogliamo dover ripetere la stessa frase, fra qualche anno, per l’Italia. E’ l’unico paese che abbiamo.

Genova-Pisa, maggio 2008.

Il Movimento As.Sur.Do. ancora ringrazia Marino Badiale per avercelo spedito personalmente e l'altro autore dello scritto, Massimo Bontempelli.

lunedì 9 giugno 2008

Prima che sia troppo tardi (Prima parte)

Inizio qui a pubblicare un testo che Marino Badiale ci ha inviato e che egli stesso ha scritto insieme a Massimo Bontempelli.

Lo ringraziamo nuovamente e speriamo voi apprezziate, pensiate e pratichiate... perchè il blog non muoia mai come il libro nella pagina oppure negli scaffali di bibliotece o di internet.



1. I conti tornano.
Le elezioni politiche dell’aprile 2008 segnano un momento importante nella storia del nostro paese. Si tratta della fine della sinistra in Italia. Nel Parlamento italiano uscito da quelle elezioni non è presente nessun partito che si definisca, o possa essere definito, come “sinistra”. Non si tratta di un fatto congiunturale. Naturalmente continueranno ad esistere realtà politiche, sociali, culturali che si definiranno “sinistra”, e può anche darsi che tornino ad essere presenti in Parlamento. Ma si tratterà di realtà sempre più secondarie e residuali. La fine della sinistra ha infatti una radice profonda, strettamente legata ai caratteri della fase attuale e alla natura essenziale della sinistra stessa. Come abbiamo cercato di mostrare ne “La sinistra rivelata”1, la sinistra è stata caratterizzata, nei due secoli della sua esistenza, dal binomio “sviluppo ed emancipazione”: è stata cioè la parte politica, sociale e culturale che ha lottato per l’emancipazione dei ceti subalterni promuovendo lo sviluppo economico e tecnologico. Questa congiunzione è stata possibile perché, fino a tempi recenti, sviluppo ed emancipazione erano compatibili. Ma la situazione è completamente cambiata negli ultimi decenni. La fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma ormai di uso comune, viene chiamata “globalizzazione” o “neoliberismo” rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed emancipazione si separano e si contrappongono. Mentre fino a pochi decenni or sono lo sviluppo economico e tecnologico poteva davvero portare al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni, oggi sviluppo significa attacco ai redditi e ai diritti conquistati dai ceti subalterni nella fase precedente, significa attacco ai territori per le grandi opere necessarie allo sviluppo stesso, significa degrado ambientale e sociale. In questa situazione la posizione che definisce la sinistra, quella cioè di volere l’emancipazione dei ceti subalterni attraverso lo sviluppo, non è più possibile e appare come una contraddizione in termini. O si sceglie lo sviluppo, e allora, anche se ci si illude di essere progressisti o magari addirittura anticapitalisti, nella realtà si sceglie la de-emancipazione dei ceti subalterni e il degrado ambientale e sociale, oppure si sceglie l’emancipazione dei ceti subalterni, e in tal caso occorre combattere lo sviluppo fine a se stesso e porsi nell’ottica delle decrescita.
Questo carattere contraddittorio della nozione stessa di sinistra, nella fase attuale, ha potuto essere rimosso per qualche tempo. Lo strumento della rimozione è stato, per lunghi anni, l’antiberlusconismo ossessivo. Incapaci di dare un senso all’esistenza delle proprie organizzazioni, che non fosse l’attaccamento personale al potere e ai suoi vantaggi, i ceti dirigenti della sinistra italiana hanno posto il rifiuto di Berlusconi come unico contenuto e collante della propria parte politica. Ma nel momento in cui il Partito Democratico di Veltroni ha scelto di presentarsi da solo alle elezioni, l’antiberlusconismo ha funzionato contro la sinistra (cioè la sinistra arcobaleno). Se per anni si ripete che la cosa fondamentale, alla quale tutto il resto va subordinato, è impedire l’accesso al potere di Berlusconi, se in nome di questo si sacrifica ogni contenuto reale della propria politica, è chiaro che i partiti di sinistra finiscono per perdere il proprio elettorato: nella situazione in cui ci si è trovati alle politiche del 2008, chi era legato ai contenuti reali di una politica di sinistra si è astenuto (o ha espresso un ininfluente voto per piccole formazioni di estrema sinistra) perché ha capito che tali contenuti verranno sempre e comunque sacrificati alla necessità delle alleanze antiberlusconiane, mentre chi ha davvero introiettato la necessità di combattere Berlusconi come fine principale della politica ha votato PD.
Questa scomparsa della sinistra non ci addolora. Essa sgombra il campo dagli equivoci, fa chiarezza, e la chiarezza è sempre benvenuta. La realtà ha fatto tornare i conti, cancellando dalla storia ciò che era ormai un’impossibilità logica. Non si tratta ora di ricostruire una nuova sinistra (o un nuovo partito comunista), che sarà finalmente quella buona, quella giusta, quella vera. Si tratta invece di capire come sia possibile far vivere gli ideali di emancipazione, giustizia, solidarietà, in una situazione in cui non è più possibile la sinistra.

1 M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, Bolsena 2007.

2. La Casta, arma del nemico.
L’attuale sistema sociale ed economico rappresenta la negazione degli ideali di emancipazione, giustizia, solidarietà. Ben più di questo, esso mostra in profondità tratti distruttivi e mortiferi, che ne fanno il nemico dell’umanità. La difesa degli ideali di emancipazione, giustizia, solidarietà, può essere pensata solo come contrasto e opposizione radicale all’attuale organizzazione sociale ed economica. Ma questa opposizione non può essere fatta in nome di un progetto di società alternativa. Non abbiamo un tale progetto, e non è pensabile che esso possa essere elaborato in una situazione in cui le forze antagoniste sono ultraminoritarie e ininfluenti. L’unica politica realistica è una politica di opposizione guidata da principi alternativi a quelli oggi dominanti, una politica che porti a spezzare, dove è possibile, la logica che regge l’attuale sistema socioeconomico, e affronti le situazioni inedite che così si creeranno seguendo i propri principi alternativi, indirizzando la società lungo vie che oggi non è possibile prevedere. Ma per iniziare anche solo a pensare ad una tale politica, occorre riflettere sulle caratteristiche più significative della realtà attuale. E occorre, come diceva Fortini, scrivere i nomi dei nemici. Fra questi vi sono, oggi in Italia, i componenti della Casta.
Nel nostro sistema sociale ed economico non c’è più nessuno spazio per la politica intesa come sfera in cui si confrontano idee diverse sulla direzione da imprimere allo sviluppo sociale. Lo sviluppo sociale è comandato, in ogni ambito, dall’economia e dalle sue esigenze di profitto. A cosa si riduce allora la politica, se si accettano gli assiomi dell’attuale sistema sociale ed economico? A pura e semplice amministrazione dell’esistente, a competizione fra cordate di amministratori, il cui unico ruolo, ben pagato, è quello di gestire il consenso sociale alle politiche economiche neoliberiste. Ma tali politiche comportano la distruzione di tutte le conquiste (crescita effettiva dei salari, Welfare State) ottenute dai ceti popolari nella fase riformistico socialdemocratica della storia del mondo occidentale, la fase del secondo dopoguerra. La perdita di diritti e redditi, il peggioramento lento e costante della qualità della vita nei paesi occidentali prosegue a ritmo costante qualunque sia il colore della parte politica al governo. Far accettare questa situazione di lento depauperamento, rendere impossibile la protesta o incanalarla in direzioni che non mettano in questione i dati fondamentali dell’attuale sistema economico e sociale: è questo il ruolo del ceto politico, indifferentemente di destra, di sinistra o di centro.
Poiché le contrapposizioni interne al ceto politico non hanno più nessuno spessore politico o ideologico, e sono semplici scontri sulla distribuzione di posti e prebende fra gang contrapposte, è corretta la caratterizzazione del ceto politico come Casta.
La Casta è al servizio della dinamica distruttiva del mondo attuale, e va combattuta come nemica della civiltà e della società. Il fatto che essa non decida nulla (perché tutto è deciso dall’economia) non significa che essa sia irrilevante: è un’articolazione fondamentale dell’attuale sistema sociale ed economico, è l’ingranaggio che deve conquistare il consenso di masse sempre più impoverite sia sul piano materiale sia su quello culturale.
E’ chiaro, lo diciamo per sgombrare il campo da possibili equivoci, che la lotta contro la Casta non è di per sé lotta contro i fondamenti dell’attuale sistema socioeconomico, non è di per sé lotta rivoluzionaria. Ma in ogni situazione di lotta contro un potere dominante, si può lottare solo contro quelle articolazioni del potere che il potere stesso ci contrappone. La lotta dei vietnamiti contro l’esercito USA non andava a colpire il cuore del capitalismo USA (e infatti i vietnamiti hanno vinto ma il capitalismo USA è vivo e vegeto), ma questo non era certo un buon motivo per non farla. Oggi in Italia occorre lottare contro la Casta perché è la Casta l’arma delle oligarchie per l’attacco ad ogni possibilità di emancipazione della classi subalterne.
Esiste uno spazio sociale nel quale agire questa lotta contro la Casta? Esso esiste, a nostro avviso, e si manifesta oggi come rifiuto generalizzato della Casta, che la Casta stessa denomina “antipolitica” (denominazione ovviamente menzognera come tutto quanto proviene dalla Casta: è la Casta a negare la politica, a rappresentare la vera antipolitica). Ma su quali punti si può tentare di mobilitare questo diffuso rifiuto della Casta politica, per far sì che esso esca dalla fase della rabbia silenziosa ed impotente?

sabato 7 giugno 2008

Indovina chi (Seconda parte)

Mi ricollego all'ultimo post.
Voglio dare qualche indizio per la soluzione.
L'autore è:
1 Gobineau
2 Schopenhauer
3 Hitler
4 Nietzsche
5 Anonimo As.sur.dista.

Lascio a voi la soluzione.
Prima di concludere però una notarella importante.
Nel post pubblicato precedentemente è stato lasciato "in sospeso" il contenuto a cui si riferisce il testo. Voglio ora dare una sorta di "completamento" che vi permetterà anche di individuare il "famoso" scrittore.
Per codesto personaggio la categoria di uomo in quanto tale è strettamente connessa a quella di egalitè, la quale continua a stimolare rovinosi sconvolgimenti : "l'uguaglianza della persona" è il presupposto del "socialismo", che però incorre in un errore colossale presupponendo" che molti uomini siano persone". In realtà "i più non sono nessuna persona" bensì semplici "portatori, strumenti di trasmissione".
Con la sua "agitazione individualista", il socialismo mira a "rendere possibili molti individui", ma quella di "individuo" non è in alcun modo una caratteristica che competa ad ogni essere umano in quanto tale: la civiltà e il dominio presuppongono "un bisogno di schiavitù" e "dove c'è schiavitù, gli individui non sono che pochi". Non ha alcun senso voler appiattire in un'unica categoria individui in senso forte e strumenti di trasmissione (gli schiavi).


Una riflessione: allora eliminare la schiavitù è impossibile, giacchè anche nell'era capitalista, "civile", il bisogno di produrre ha sempre maggior bisogno di manodopera da sfruttare e, quindi, il "progresso" porta con sè, per necessaria conseguenza, la schiavitù, e cioè masse di individui estrapolabili sia dalle colonie (Africa, Asia, etc) che dagli stessi paesi occidentali a costituire il cosìdetto "esercito industriale di riserva".
Parole quali "diritto al lavoro", "uguaglianza", "liberazione dalla schiavitù" etc, si configurano allora quale gergo dei "dominanti" che assolve la funzione di "coprire" ciò che in realtà la società moderna capitalista sempre abbisogna, e cioè sfruttamento intensivo dell'uomo.
Butto allora qui una domanda, sperando che il lettore la vaglierà in tutte le sue conseguenze: per arrestare lo sfruttamento dell'uomo occorre allora arrestare la "modernità", e cioè lo spirito incessante di "trasformazione" mai sazio?
Occorre allora voler a tutti costi una "rivoluzione" "antimoderna"?

mercoledì 4 giugno 2008

Indovina chi

Ricollegandomi al post "Idealismo e materialismo" trascrivo qui una citazione utile.
La scoperta dell’autore la lascio a voi come consuetudine.

“Se la società compenetrata fin negli strati infimi d’una siffatta cultura a poco a poco freme sotto ribollimenti e bramosie sensuali, se la fede nella felicità terrena di tutti gli uomini, se la fede nella possibilità di una cultura scientifica universale si muta lentamente nella minacciosa esigenza d’una terrena soddisfazione alessandrina […]. Si noti! la cultura alessandrina ha, per poter durare, bisogno della schiavitù; ma nell’ottimistica sua concezione dell’esistenza, nega la necessità degli schiavi, e perciò, quando l’effetto delle sue belle parole corruttrici e acquietanti di «dignità umana» e di «dignità del lavoro» si è esaurito, va adagio adagio incontro a una spaventevole catastrofe. Non esiste nulla di più terribile che una classe barbarica di schiavi la quale abbia imparato a considerare la sua condizione come un’ingiustizia e si prepari a prendere vendetta non soltanto per sé, bensì per tutte le generazioni”.

domenica 1 giugno 2008

Due notiziuole interessanti

In occasione dell'arrivo in Italia del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad - che la prossima settimana sara' a Roma per la conferenza della Fao sulla crisi alimentare - l'ambasciata di Teheran in Italia ha organizzato martedi' pomeriggio un incontro sulle 'Possibilita' di sviluppo delle relazioni economiche' tra i due paesi: lo rende noto un comunicato della rappresentanza diplomatica iraniana.
All'incontro, che avra' luogo alle ore 18 in un albergo della capitale, parteciperanno i rappresentanti di alcune importanti aziende italiane. I rapporti economici e imprenditoriali sono uno degli aspetti salienti della visita di Ahmadinejad, vista l'importanza dei reciproci interessi economici tra Italia e Iran. (ANSA).

Mio commento: molto bene, sono felice di ciò. Ma perchè nessuna personalità politica importante andrà a ricevere il presidente iraniano? Frattini ha detto che non ci sarà così come altri personaggi.
E' ovvio che ciò è dovuto al fatto che i "nostri" non vogliono avere implicazioni con "il terrorista" iraniano (bollato come tale dall'Impero del Bene), essendo che noi italioti dobbiamo ubbidire a ciò che il suddetto Impero del Bene dice, dobbiamo ubbidire come servi fedeli!
Che schifo! Vergognatevi!
Anche nei rapporti economici dobbiamo far finta di niente. Facciamo un passettino , tiriamo il sassettino e poi tiriamo indietro la mano. Un come dire: vedete, Nostro Signore Impero, è lui, Ahmadinejad, che vuole venire da noi, ma noi non volevamo etc...
Intanto però non si può negare che il Presidente serve per far fare affari alle nostre aziende (sempre però nei limiti voluti dall'Impero del Bene). Ma quanta stucchevole ambiguità cattolica c'è in tutto questo? Tipico tratto italiota resistente nei secoli dei secoli... amen!


Ma veniamo ad un'altra cosuccia interessante: le dichiarazioni di un alto ufficiale Onu.
Leggetele e meditatele!
Scoprirete così che L'Europa altro non è che una meta turistica!


"Vecchia e nuova Europa, non significate nulla, non siete nulla.
Siete una colonia americana.
Tirate giù le vostre bandiere, esponete quella americana e riconoscete il vostro status coloniale.
Siete una destinazione turistica esotica. È l’unica cosa che siete in grado di fare".
Scott Ritter, ex-capo ispettore degli armamenti per le Nazioni Unite.


Commento: guardate, oggi come oggi, sulla televisione italiana, cosa vanno propagandando i "diffusori dell'inganno" in molteplici trasmissioni televisive: lardo di colonnata, il vino tal dei tali, il ben mangiare, il buon bere, etc
Se l'Europa tutta diventerà del tutto una meta turistica non lo so , quello che so invece è che l'Italia sta sempre più diventando una penisola enogastronomica con tanto di D.O.C.G.
Il made in Italy altro non è che ciò che ci permette di fare economicamente L'Impero del Bene. Questo, non vuole di certo che una loro colonia diventi autonoma economicamente e politicamente, perchè ciò andrebbe contro i suoi piani di dominio. Ecco perchè i "servi del sistema" di casa nostra (o non sarebbe più opportuno chiamarli di "cosa nostra"?) propagandano per televisione, per radio, per i giornali il cosìdetto made in Italy, il "piccolo è bello", il "lardo di colonnata", il vino di..., certo... l'importante è non dare fastidio all'Impero, osteggiare la Cina, stare dalla parte del Tibet (si legga Losurdo, qui, e si scoprirà perchè) bollare il Presidente dell'Iran come un mezzo terrorista, stare dalla parte dei sionisti assassini di popoli, etc... Ma non vi rendete ancora conto che tutto ciò che fa parte dell'ideologia dominante oggi a casa nostra altro non è che una derivazione dell'ideologia imperiale americana? Non vi accorgete della nostra totale alienazione?

venerdì 30 maggio 2008

Idealismo e materialismo

Copio ed incollo dal sito di Eduard Gans questo bellissimo post su Hegel. Buona lettura.



La filosofia hegeliana tra idealismo e materialismo

Die theoretische Arbeit, überzeuge ich mich täglich mehr, bringt mehr zustande in der Welt als die praktische; ist erst das Reich der Vorstellung revolutioniert, so hält die Wirklichkeit nicht aus.

(lettera di Hegel a Niethammer, 28.X.1808 – Briefe von und an Hegel, a cura di Johannes Hoffmeister, Hamburg: Felix Meiner Verlag, 1952 – vol. I, 253)

Il lavoro teorico, me ne convinco ogni giorno di piu’, produce nel mondo di piu’ di quello pratico; non appena il regno della rappresentazione e’ rivoluzionato, la realta’ effettuale non regge piu’ (traduzione italiana in: Hegel, Epistolario, a cura di Paolo Manganaro, Napoli: Guida Editori, 1983 – vol. I, 375)

Nel suo libro sulla brevissima esperienza giornalistica di Hegel a Bamberga, Wilhelm Raimund Beyer si sofferma ampiamente sulla citazione sopra riportata, tratta da una delle ultime lettere che il filosofo di Stoccarda scrisse al suo amico Niethammer dalla cittadina della Franconia settentrionale (Zwischen Phänomenologie und Logik, Frankfurt a. M.: G. Schulte-Bulmke Verlag, 1955). La considera come una delle sintesi meglio riuscite dell'intera filosofia hegeliana, un'espressione felice e ben trovata. D'accordo con lui, una lunghissima schiera di studiosi continua a fare riferimento a queste poche righe, servendosene di solito come ottima frase di chiusura a dotte - e spesso lunghe e convolute - dissertazioni sul rapporto idealismo/realismo in Hegel. L'ultimo in ordine di tempo (o piuttosto di mia lettura), Otto Pöggeler (Hegels Kritik der Romantik, München: Wilhelm Fink Verlag, 1998).

Ed effettivamente, lo stile certo non lineare ed il piu' delle volte opaco ed oscuro di Hegel sembra aver trovato - nell'occasione informale costituita dalla stesura di una cordialissima lettera ad un amico e protettore - una leggerezza quasi sorprendente. E, grazie ad essa, ci ha lasciato una testimonianza inestimabile: un'interpretazione "autentica" del suo pensiero che ci accompagnera', quale chiave di lettura indispensabile, attraverso i testi piu' difficili, scritti cioe' in un registro linguistico meno accessibile.

Il contesto dell'affermazione hegeliana - gia' lo abbiamo brevemente accennato - e' quello informale di una lettera a Niethammer. Si tratta di uno scritto carico di riconoscenza e di entusiasmo da parte di Hegel, che ha ricevuto dall'amico la conferma del suo [di Hegel] incarico quale rettore dell' Aegydiumgymnasium di Norimberga, incarico procuratogli dallo stesso Niethammer. Hegel, oltre a ringraziare implicitamente Niethammer per il prezioso interessamento, manifesta da subito alcune idee sulla sua futura attivita'. In questa cornice, egli inserisce la famosa riflessione sull'importanza del "lavoro teorico"; la lettera prosegue poi su un tono ancor piu' familiare: richiamandosi scherzosamente al lavoro pratico, Hegel loda la sensibilita' della moglie di Niethammer in termini di arredamento domestico, ricordando la sfacchinata che lo aspetta nel cercare di mettere su casa nella citta' in cui dovra' trasferirsi.

La lettura del testo hegeliano puo' a prima vista incoraggiare il luogo comune di tanta deteriore letteratura marxista sull'inguaribile "idealismo" del filosofo di Stoccarda.

Ma si tratterebbe di una interpretazione riduttiva. In realta' le poche righe citate contengono in nuce una chiara anticipazione della tesi gramsciana dell'egemonia, mettendo giustamente l'accento sul ruolo indispensabile della "presa di coscienza" per l'avvio e l'inevitabile concretizzazione del cambiamento sociale rivoluzionario.

Nessun cambiamento nella struttura della morta positivita' della realta' esistente sarebbe possibile senza una "rivoluzione" nella maniera di rappresentarsi tale realta' col pensiero. L'analisi storica puo' essere utilizzata per comprovare quanto affarmato da Hegel.

Ad esempio: l'istituto della schiavitu' ereditato dal Mondo Antico e' scomparso man mano che nel corso dei secoli l'essere umano ha compreso che il concetto di umanita' in quanto tale include in se stesso la nozione di liberta'. La schiavitu' - che per ragioni di natura socio-economica o politiche continua a persistere nella realta' positiva - nel "regno della rappresentazione" che ogni uomo, per cultura ed educazione, si fa della realta' in cui vive, la schiavitu' si manifesta per cio' che e': un'insanabile contraddizione, che solo il mutamento rivoluzionario potra' spazzare via.

Perche' cio' realmente avvenga, tuttavia, e' indispensabile che la maggior parte di coloro che partecipano a questo sistema socio-economico-culturale, nel ruolo di liberi ed anche in quello di schiavi, abbiano "rivoluzionato" il proprio modo di interpretare il reale, facendo si' propria la nozione di umanita' di cui prima si e' fatto cenno, ma non solo in maniera esterna, cosi' come si apprende a memoria un testo scolastico: bensi' acquisendo coscienza di se' (Selbstbewußtsein) in quanto uomini, partecipi del concetto di umanita' e pertanto necessariamente partecipi - soggettivamente ed oggettivamente - di quello di liberta'.

In altri termini, nella mia rappresentazione della realta' avro' coscienza del fatto che solo se tutti gli altri uomini uomini saranno liberi, il concetto della mia stessa, personale umanita' sara' pienamente realizzato. Ed e' solo questa rappresentazione che assicurerebbe il successo dell'eventuale rivolta che dovesse scoppiare per liberare definitivamente coloro che sono schiavi.

Un esempio storico concreto di quanto sopra descritto e' costituito dalla celebre rivolta di Spartaco, nella Roma antica: una rivolta che non poteva essere coronata dal successo, perche' l'obiettivo di Spartaco non era - e non poteva essere in quel periodo storico - l'abolizione dell'istituto della schiavitu' in quanto tale, in quanto insanabile contraddizione; bensi' la liberazione sua personale e del manipolo di schiavi che lo seguivano. Spartaco non contestava l'essere schiavo in se' e per se': contestava solo il suo particolare essere schiavo in quel determinato momento.

La filosofia hegeliana diventa cosi' strumento al servizio del mutamento delle condizioni materiali della societa': del presunto "solipsismo panlogista", di cui Hegel e' stato piu' volte a torto accusato, rimane veramente ben poco.

Se quest'accusa reggesse, peraltro, ci si dovrebbe chiedere come mai le dottrine cristiane reazionarie ed irrazionaliste (a cominciare da Kierkegaard e scendendo in basso fino a Rosmini) si siano a piu' riprese scagliata contro la filosofia hegeliana, da essa considerata la piu' grave forma di hybris antireligiosa che l'uomo abbia mai concepito. L'animosita' di questi bigotti contro il prometeismo hegeliano si giustifica solamente se esso viene interpretato per quello che realmente e': la formulazione piu' completa dell'unione dialettica fra teoria e prassi, Sein e Sollen, finito ed infinito; ed allo stesso tempo, corollario indispensabile, l'eliminazione di ogni orizzonte escatologico volgare, di ogni Aldila' o Terra Promessa.


martedì 13 maggio 2008

Un problema per dominati e sotto-dominati

"Noi stiamo lì a sguazzare in antipatie e simpatie personali, in identitarismi microscopici di ogni sorta che sorgono dal miasma dei morti del Novecento, in piccoli dettagli di arredamento.
Intanto sta montando in tutto il pianeta una marea gigantesca, che ci spazzerà via a tutti: anzi, senza che ce ne accorgessimo, ha già spazzato via tutto il mondo che conoscevamo: continuiamo a raccontarci il mondo com'era mezzo secolo fa, ma è già qualcosa di totalmente diverso.
Questo articolo, pubblicato - incredibile - su Repubblica del 10 maggio 2008, ci presenta qualcosa della proporzione del cataclisma, i meccanismi inesorabili che lo producono senza posa, per semplici leggi di flusso dei capitali".
Così Kelebek introduce al testo che pure noi riteniamo doveroso proporre a tutti voi: io personalmente non vorrei aggiungere nulla, perchè in fondo non c'è nulla da aggiungere. L'unica cosa che si può fare? Cercare di rispondere alla domanda finale di Luciano Gallino e non commuoversi da bravo non-individuo catechizzato... tentare finalmente di raccontarci il mondo come è ora, solo questo è ora il nostro 'che fare'!

L'OCCIDENTE PRODUCE FAME

Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.
Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.
Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.
Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.
L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.
Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.
Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.
La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.
Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.
Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.
Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.
È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.
Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.
Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.
Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.
In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.
Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.
Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.
Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.
Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.
Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.
Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviame