Ieri a Verona passeggiata, premiazione e cena con tanto vino e tanti discorsi intelligenti. Ma non voglio parlare assolutamente di cronache o di esperienze particolari. Oggi, per l’ennesima volta, parlerò di poesia e cercherò di arrivare ad una pseudoconclusione per poter cercare con voi di crescere intellettualmente insieme.
Tutto ha inizio così: “i giovani vedono male la poesia in questa società”, afferma un professore liceale, e il docente universitario ribatte che inevitabilmente essi comunque la cercano o la cercheranno “perché la poesia fornisce risposte”.
Ora tocca a me: la poesia è qualità, qualità che si pone in una posizione radicalmente antitetica rispetto questa società della quantità e del senso comune. La poesia è un albero che si staglia alto e vigoroso, che si erge dal terreno della quotidianità ridando valore e senso all’aridità diffusa.
Ma perché tanto amore per la qualità? C’è un’umana pulsione verso l’immortalità e solo le parole restano, parole scritte su un qualche supporto. Farsi sentire per creare: solo le tematiche qualitative permangono mentre quelle quantitative si dissolvono nel loro essere transitorio.
Lo so che fare poesia è difficile e faticoso ma non scoraggiatevi perché molto più complesso è divenire ed essere poeta. Poeta infatti non è colui che vive semplicemente nella poesia ma è colui che vive nel mondo e tra gli uomini ogni giorno poeticamente. La poesia è attendere l’altro, abbracciarlo col gesto e farsi prassi.
Allora osiamo andare oltre: cosa dunque significa vivere poeticamente? Questa è la scommessa dell’uomo, del poeta. È l’indicibile, l’irrafigurabile, è la parola qualitativa che diviene atto nel reale. Il poeta è per questo una soglia, una figura non schematizzabile che sussiste nella e per la perenne tensione tra scrittura e atto intersoggettivo, vitale e storico.
Allora professore che ieri tanto andavi fiero nel dire che la poesia è oggi cercata, e sempre lo sarà, perché dà risposte, non hai capito la tenda che sta in mezzo tra noi e la parola poetica. La poesia è un domandare che se si svela ritrova dietro la sua maschera la domanda stessa che l’ha smascherata. Non c’è bisogno di risposta alcuna nella domanda profonda. E se la poesia risponde o i suoi quesiti sono frivoli o è una narcisistica pratica lessicale e metrica, ossia la fiera della vanità, della qualità negata, rovesciata e ridicolizzata.
La poesia non è né parola sacra né mito e proprio per questo è tragicamente adorabile.
sabato 24 maggio 2008
Giornata a Verona
giovedì 22 maggio 2008
Domani premiazione
Domani 23 maggio alle ore 18.00 sarò a Verona per la premiazione del premio di poesia "De Palchi - Raiziss".
L'evento si svolgerà nella biblioteca civica di via Cappello.
Chiunque volesse è invitato a parteciparvi.
Per informazioni varie:
http://www.premiodepalchiraiziss.it/
sabato 17 maggio 2008
Frammenti sullo spettacolare (Prima parte)
Voglio offrirvi oggi queste mie riflessioni (assai incomplete) su ciò che è oggi l'ideologia vincente. Ho cercato di riflettere solo su un aspetto di essa, quello forse più evidente. Riflessioni, spunti, critiche, sono sempre ben accette.
I
Lo spettacolare, nella sua generalità spinta all'estremo, raggiunge la sua opera mistificatrice completa allorché lo statuto della rappresentazione assurge da medium qual'era tra la realtà e il soggetto a fine a sé stante. Lo spettacolare, così definito, è allora il capovolgimento stesso dell'essenza di una rappresentazione; che in sé stessa considerata è un mezzo, ma che nello spettacolare si trasforma dialetticamente in fine, in scopo in sé.
Da queste prime considerazioni si può allora capire perché lo spettacolare è pura "immagine astratta", nel senso di ab-soluta, essendo che essa ha perso completamente la rispondenza tra ciò che è la "copia" e ciò che è "l'originale" rispetto alla realtà che essa stessa rappresenta.
Tutto allora è interpretazione nello spettacolare.
Il vero è trattato alla stregua del falso e il falso alla stregua del vero.
L'immagine astratta è quindi il suo ideale.
II
Il rapporto tra uomo e realtà è sempre stato un rapporto mediato. Il linguaggio, infatti, colto nella sue generalità descrittiva, non è altro che un mezzo per adeguare le parole al mondo.
Anche il cammino della scienza altro non è stato che questo: cercare il più possibile di adeguare il pensiero alla realtà, alla verità. Non è un caso ad esempio che il significato della parola “idea” in greco derivi dal verbo vedere. Infatti, il “vedere”, percezione dei sensi, permette di sapere ciò che è “davanti agli occhi”. Quindi permette di sapere “la verità”.
Il "problema" quindi dello spettacolare non è tanto quello del linguaggio, ma è un problema più generale che riguarda anche il linguaggio e quindi ogni rappresentazione.
La rappresentazione dello spettacolo, quella che egli fa di sé, è perciò una rappresentazione non più mediata rispetto alla realtà, ma è una rappresentazione a sé stante , dove il rapporto stesso con la realtà si è perso; e quindi tutto diviene doxa.
III
Il funzionamento dello spettacolare è perciò comune ad ogni forma di ideologia storicamente esistita. Infatti, l'ideologia altro non è che un concetto performativo: è la realtà che deve adeguarsi al pensiero e non viceversa. Se tutto diventa perciò pensiero, l'indagine sulla realtà e il suo rapporto viene a mancare. La visione soggettiva priva di rapporto con ogni altra visione soggettiva viene meno, così essa diventa da soggettiva a totalità astratta, dato che viene escluso ogni rapporto con l'altro-da-sé.
IV
Il pensiero ideologico è sempre un pensiero che si pensa in sé stesso. Esso è un pensiero-circolo, un pensiero che nascendo in se stesso muore pure in se stesso. Non ha aperture fuori di sé. La sua è un'eterna e noiosissima pratica continua di ermeneutica. Il pensiero ideologico infatti in sé non può mai criticarsi ma al massimo “purificarsi”.
V
Il problema dello spettacolo inoltre non riguarda il problema dell'interpretazione o del relativismo. Si sa che l'uomo è sempre vissuto nella doxa e quindi nell'interpretazione della realtà.
Tuttavia questa doxa può essere più o meno reale, più o meno vicina alla realtà. Questo presuppone sempre un confronto tra la doxa e ciò che è reale, o, meglio, tra un'opinione più veritiera ed una meno veritiera rispetto alla verità.
Nello spettacolo invece questa vicinanza più o meno forte alla "verità" non si pone nemmeno, poiché nello spettacolare verità e falsità sono trattate alla stessa stregua, non essendo esso una "mediazione" con la realtà, bensì una rappresentazione che con la realtà non ha più niente a che fare.
La rappresentazione qui ha preso il sopravvento.
L'immagine staccata priva di contenuto, la forma vuota, prevale su tutto.
VI
Il paradigma dello spettacolare è il seguente: tutto è interpretazione e ogni interpretazione può essere trattata alla stregua di ogni altra.
Non c'è un'interpretazione più o meno valida poiché esiste solo interpretazione e nulla più.
Il punto centrale della questione è però che se tutto è interpretazione ciò che emerge da questo caposaldo è la rappresentazione che lo spettacolare dà di se stesso, che è la sua chiave di lettura della realtà, la sua Weltenschauung. In poche parole: tutto viene interpretato alla luce di un certo relativismo dove "tutte le vacche sono nere" ad esclusione però della propria ideologia e del proprio pensiero che così diviene tendenzialmente Assoluto. E qual'è questo pensiero? L'assoluzione dello stato presente delle cose.
VII
Il funzionamento della macchina spettacolare ha come fine quello di spezzare ogni differenziazione tra reale e virtuale, tra opinione e verità, tra bene e male , tra giusto ed ingiusto. Il suo fine è quello di sedare ogni possibile azione relativa alle precedenti discriminazioni. Infatti, se non esiste più discriminazione tra giusto ed ingiusto e tra reale e virtuale, come si potrebbe avere azione? Il nichilismo deteriore di cui si riveste lo spettacolare ha come fine perciò l'inerzia e l'impotenza. Creare una società dello spettacolo significa innanzitutto sedare il “vizio” della riflessione, figlia della realtà, creando un mondo di opinioni fini a se stesse. In questo modo si impedisce l'azione e quello che viene assolto è perciò di fatto lo stato presente delle cose.
Impotenza e nichilismo sono sempre andati a braccetto.
VIII
Particolare funzionamento quello dello spettacolare. Bell'oggetto scovabile dialetticamente. La rappresentazione diventa fine a sé stante, attuando di fatto una rappresentazione a suo uso e consumo del mondo, ma allo stesso tempo essa vira in meccanismo di controllo della conservazione dello stato presente delle cose. Il punto di congiunzione tra queste due antitesi è: sedare ogni azione.
IX
Possiamo determinare all'interno dell'ideologia spettacolare diverse categorie che assumono connotati differenti rispetto a ciò che rappresentavano nel passato.
La categoria del tempo , ad esempio, diviene una categoria che con la passata sua concezione "progressista" non ha più niente a che fare. Se nel passato (ottocento-novecento) il tempo era concepito come flusso tendente sempre verso un miglioramento delle condizioni umane, oggi questa ideologia del tempo non esiste più: esiste piuttosto una concezione che ricorda molto da vicino quella niceana dell'eterno ritorno dell'identico. Facile qui constatare il perché certe ideologie da "fine della storia" alla Fukuyama abbiano avuto tanto successo. In effetti, in esse, il coprimento attuato sulla realtà storica si dimostra molto efficace per assolvere l'unica possibile "storia" che abbia senso e che perciò, con la fine stessa della storia dell'umanità, diventa essa stessa storia eternamente cristallizzata dell'Unica Società Possibile, dell'Unica Forma-Mondo Possibile, quella dell'Impero americanomorfo.
Ogni Impero, infatti, si è sempre costituito su categorie temporali, creando una storia dell'umanità a suo uso e consumo; e cioè la storia stessa appariva come il risultato di quello stesso Impero e che la dove esso si realizzava, ecco che allora la storia finiva divenendo pura metafisica: ogni Impero si pensa sempre Eterno.
La storia, col suo divenire sconvolgente, con la sua capacità di modificare, di cambiare e dare nuovi corsi a tutti i mondi possibili, la storia come creazione, come arte vivente, come arte dello sconvolgimento di "leggi eterne", è sempre stata nemica di ogni Impero, di ogni società che si pensava immune dal flusso temporale. Ed è per questo stesso motivo che queste forme cercavano e cercano di esorcizzare questo pericolo attuando la perversione di pensarsi "eterne", di pensarsi come compimento finale della storia dell'umanità.
Il divenire fa paura a tutti. L'ideologia spettacolare compie pienamente questo misfatto metafisico.
X
Stessa sorte è toccata all'arte. Essa nel passato era considerata forma che rendeva possibile l'impossibile, sguardo che si alzava dalla mera quotidianità, dalla mera effettualità, per volgersi verso “altri mondi possibili”. L'arte era creazione. Era perciò storia.
Oggi essa non assolve più questo compito, poiché diventa sempre più tutt'uno con la mera rappresentazione dello stato presente delle cose. Essa non sconvolge più, semplicemente “diletta”, diviene puro spettacolo, e cioè mera constatazione passiva della realtà presente.
Storia dell'arte dalla modernità ad oggi: di come dall'arte moderna , arte come rappresentazione, si sia passati alla rappresentazione dell'arte, alla realtà in sé e per sé divenuta arte in sé stessa.
XI
Facile è per lo spettacolare confondere un contenuto con un'altro dato che, se tutto viene concepito orizzontalmente come interpretazione, ogni contenuto può essere intercambiato e spacciato per quello che non è.
Abbiamo visto in precedenza di come lo spettacolo è un'ideologia, e di come essa attui uno stacco molto forte tra verità e falsità, tra mondo reale e pensiero. Questa è la definizione di "forma vuota", di forma cristallizzata e a-storica. Qui non abbiamo più niente a che fare con la realtà, ma piuttosto con la metafisica.
Al contrario di ciò che pensano i deleuziani, attuare uno stacco tra "copia" ed "originale" non porta ad una assoluta immanenza, bensì ad una metafisica ancora più potente della precedente, poiché così quel che viene ad emergere è che tutto a questo punto diviene opinione e tutto perciò viene appiattito sulla realtà presente. Non c'è più storia a questo punto, poiché la riflessione, il pensiero, che ha sempre bisogno di avere un rapporto con la realtà, con il giusto e lo sbagliato, con ciò che la realtà è e ciò che non è non esiste più , ed allora lo stato presente delle cose, e l'ideologia dominante che lo conferma, non sono più contrastabili. Se ogni opinione è al di là del giusto o dello sbagliato, ne consegue allora che l'unica forma di verità possibile è la volontà di potenza . In questo modo il pensiero, che ha sempre a che fare con il reale, viene sostituito dall'ideologia. Con ciò ne consegue che quel pensiero che ha dalla sua parte più mezzi per imporsi, diviene pensiero egemone, mentre gli altri divengono semplicemente inutili. Saranno allora i dominanti ad avere più mezzi per farsi valere ideologicamente; non certo i perdenti, i dominati. Lo scontro allora a livello delle riflessione sarà regno specifico delle classi dominanti, ed i dominati saranno alienati da quell'ideologia che avrà più mezzi per imporsi. Si capisce solo così il pericolo che il nichilismo accattone dell spettacolare può portare: l'orizzontalità dell'opinione a tout court porta solo ad una forma di autoritarismo e non certo ad una liberazione dalla metafisica. Infatti, qual'è sempre stato il fine preciso di ogni metafisica, se non quello di difendere con categorie "eterne" lo stato presente delle cose?
XII
Con parole che forse possono risultare tremende alla pubblica opinione "politicamente corretta" degli ideologi delle classi dominanti, si può tranquillamente affermare che il pensiero niceano è quello che più di ogni altro ha attuato questa perversione metafisica, trasformando il pensiero, figlio della realtà, ad opinione politicamente corretta. "Al di là del Bene e del Male" è il suo paradigma più noto, e rappresenta il paradigma di pensiero che porta di fatto, trasformando tutto in mera opinione e volontà di potenza, alla perversione metafisica più potente che ci sia. Non è un caso che esso sia tanto adorato dagli accademici del pensiero sovvenzionati dalle classi dominanti.
Anche se questo filosofo aveva intuito il nichilismo, tuttavia l'unica via di uscita che era riuscito ad individuare era sostanzialmente una forma di masochismo.
Il tipico masochismo del carcerato che chiuso e costretto tra le mura della cella, legato mani piedi alle catene, immagina che la sua condizione non sia reale ma che tutto ciò andrebbe "necessitato".
In questo modo la sua impotenza attuale viene resa "potenza della volontà": così, accettando la necessità, in un passaggio pervertito dello spinozismo, si è liberi!
Ecco che ti ho scovato stoico!
Che aiuto può darci allora un pensiero del genere?
La verità è che la filosofia di Nietzsche (tanto cara agli accademici) è inutilizzabile per uscire dallo stato presente delle cose. Essa è solo una forma depravata di stoicismo, vero e proprio onanismo mentale.
Solo mettendo in luce questo aspetto della filosofia niceana si capisce del perché oggi questo filosofo, così cristiano, sia tanto adorato degli accademici, ed esso venga difeso sempre a spada tratta; e anche del perché libri di grande riflessione intellettuale come ad esempio il monumentale "Nietzsche, il ribelle aristocratico" del filosofo marxista Domenico Losurdo, vengano oscurati dai farisei del pensiero filosofico "politicamente corretto”.
martedì 13 maggio 2008
Un problema per dominati e sotto-dominati
"Noi stiamo lì a sguazzare in antipatie e simpatie personali, in identitarismi microscopici di ogni sorta che sorgono dal miasma dei morti del Novecento, in piccoli dettagli di arredamento.
Intanto sta montando in tutto il pianeta una marea gigantesca, che ci spazzerà via a tutti: anzi, senza che ce ne accorgessimo, ha già spazzato via tutto il mondo che conoscevamo: continuiamo a raccontarci il mondo com'era mezzo secolo fa, ma è già qualcosa di totalmente diverso.
Questo articolo, pubblicato - incredibile - su Repubblica del 10 maggio 2008, ci presenta qualcosa della proporzione del cataclisma, i meccanismi inesorabili che lo producono senza posa, per semplici leggi di flusso dei capitali".
Così Kelebek introduce al testo che pure noi riteniamo doveroso proporre a tutti voi: io personalmente non vorrei aggiungere nulla, perchè in fondo non c'è nulla da aggiungere. L'unica cosa che si può fare? Cercare di rispondere alla domanda finale di Luciano Gallino e non commuoversi da bravo non-individuo catechizzato... tentare finalmente di raccontarci il mondo come è ora, solo questo è ora il nostro 'che fare'!
L'OCCIDENTE PRODUCE FAME
Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica.
Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.
Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo.
Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee.
L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone.
Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.
Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie.
La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo.
Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta.
Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business.
Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.
È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio.
Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali.
Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.
Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato.
In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio.
Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.
Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo.
Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni.
Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.
Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.
Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.
Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare.
Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria.
Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati.
Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.
Luciano Gallino da Repubblica del 10/5/08
domenica 11 maggio 2008
Sul 10 Maggio
Ieri a Torino, nella mia persona, il Movimento As.Sur.Do. c'era. Ho dovuto superare molti imprevisti ma alle 14 io ero pronto nel ritrovo di via Madama Cristina per iniziare il corteo.
Due motivi, entrambi in un perfetto equilibrio che mi impedisce di trovare quale è stato il decisivo, mi hanno spinto e dato la forza di presenziare a tale "pericoloso" evento:
1_ il popolo palestinese;
2_ il capitalismo 'italiano'.
Per il primo io ho manifestato a favore, ho appoggiato pacificamente la causa. Perchè? Perchè ho fatto mie, in modo consapevole e pratico, le seguenti parole: "siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo" perchè "non credo che siamo stretti parenti, ma se" sei "capace di tremare di indignazione qualvolta si commetta un'ingiustizia nel mondo, siamo compagni. Il che è molto importante" per intraprendere qualsiasi percorso pratico-teorico costruttivo-decostruttivo.
Il secondo motivo è semplice: ho manifestato anche contro un modo di manifestarsi del potere capitalistico 'italiano'. Io ci sono voluto essere per oppormi con fermezza alla falsità della disinformazione insita inevitabilmente nel sistema spettacolo. Perchè infatti oggi di ieri già nessuno più parla? Ma se ci scappava la carica sarebbe stato lo stesso? Sviare l'attenzione, deformare il reale... io mi opporrò sempre a tale gioco dell'alienazione e quindi ieri ho scelto l'unico modo per vedere il vero: esserci e viverlo (com-parteciparlo).
Ieri lo stato non aveva nulla da temere da noi, perchè noi non siamo stupidi e sappiamo bene che ieri non era il luogo e il momento opportuno per nessuna concreta conquista. Ciò non significa che noi siamo ormai gente da sterili camminate primaverili per le strade del centro... noi siamo già una prassi rivoluzionaria, ma una praxis in fieri... questo dobbiamo avere l'umiltà di dirlo.
Allora non mi resta che concludere con un'altra frase dello stesso autore di prima, che non nominerò per una mia naturale inclinazione alla cattiveria: "di fronte a tutti i pericoli, di fronte a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, tutti i frazionisti, tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, una volta di più, la capacità del Popolo di costruire la propria Storia".
Grazie a tutti per ieri, presenti e non presenti.
Buona lotta!
Intervento breve II
Si è parlato spesso nei giorni scorsi della protesta del presidente libico nei confronti di Calderoli. Ora, sicuramente c'è dell'altro dietro tutto ciò. Sicuramente questa è una scusa per nascondere altri interessi tra l'Italia e la Libia; interessi politici ed economici di cui noi possiamo solo intuirne l'entità. Si è parlato allora di ingerenza. Ne ha parlato il baffino maledetto bombardatore del Kosovo e ne hanno parlato altri "nostri" cari rappresentanti : ma ingerenza di che? I nostri politici sudditi, degli stati più ingerenti del mondo (Città del Vaticano e U.S.A.), chissà perchè non ne parlano mai. Ecco allora che oggi vi propongo questo ironico articolo che parla proprio di questo misfatto ideologico.
Prima di lasciarvi voglio però fare un piccolo commento sulle ingerenze d'oltre atlantico nei confronti del nostro paese che durano ormai da più di sessant'anni. Io penso che una vera critica anticapitalista debba partire da qui, nel cominciare a combattere questi tipo di ingerenza politica, economica e ideologica nei confronti del nostro Paese. Penso infatti che una vera forza che si pensa come anticapitalista deve avere come obiettivo principe (nel breve periodo) l'indipendenza dell'Italia (e in generale dell'Europa) da tutte le ingerenze provenienti da oltre oceano. Sicuramente non è un obiettivo facile, visto e considerato il fatto che presso la nostra popolazione (ma ancora in gran parte d'Europa, un pò meno però rispetto all'Italia) gli U.S.A godono ancora di molta simpatia. Non sarà facile mostrare il vero volto dello stato più imperialista della storia, assassino di popoli e sostenitore dei regimi più terribili. Non sarà facile fare questo. Penso però che un'opera di divulgazione di questo tipo, non è mai tempo perso (anche se si ha contro l'apparato ideologico più potente del mondo).
Ma ora vi lascio al breve articolo. Buona lettura.
Caso Libia -Calderoli: nessuna ingerenza. E chi lo dice!
Tripoli ha protestato contro un Calderoli, ministro degli Esteri, minacciando ripercussioni diplomatiche catastrofiche. "Nessuna ingerenza" ha obiettato il nostro uscente ministro omologo D'Alema, rinnegatore del socialismo, corresponsabile con NATO-USA, di "ingerenza" militare - anche all'uranio - nella ex Iugoslavia.
La non ingerenza è un diritto ma si dimenticano due cose:
1 - il dovere della reciprocità;
2 - la coerenza interna.
Calderoli offese in modo provocatorio-volgare-plateale il sentimento religioso del mondo islamico (quindi anche della Libia). Come si comporterebbero i nostri zelanti uomini di Stato cattolici in un caso analogo?
La reazione contro lo Stato libico - legittimamente indignato - andrebbe riformulata così: "non sopportiamo ingerenze estere che non siano opera del Vaticano e degli USA". La rimostranza italiana è tragicamente ridicola dal momento che il nostro Stato è felicemente succube di due piovre: della casta clericale e della potenza USA. La prima si è stratificata sul nostro territorio attraverso secoli di ordinario servaggio e strutturato in modo da "ingerire" nella vita degli italiani, anche non credenti. Nonostante la religione cattolica abbia cessato di essere "di Stato" e questo sia diventato laico, il crocifisso domina ovunque, perfino laddove dovrebbe essere sovrano il DIRITTO, intendo dire all'interno del potere giudiziario, dove perfino i vari magistrati Luigi Tosti vengono perseguitati, quasi inquisitorialmente, perché si rifiutano - legittimamente - di operare sotto un simbolo religioso (cioè di parte).
Al livello parlamentare i "rappresentati cattolici", in quanto sudditi, sono praticamente infiltrati politici di uno Stato estero, preposti ad una sistematica "ingerenza" legislativa. L'attuale primo cittadino, anche questo rinnegatore del socialismo, ha esortato il Parlamento a legiferare in buon accordo con l'autorità papale! Ovvero, accettando l'"ingerenza" papale!
La seconda piovra è costituita da 113 basi militari USA, anche con testate nucleari: essa si risolve nell'ignoranza dell'art. 11 della Costituzione e nelle inservienze militari gratuite - spacciate per "missioni di pace"! - ovunque gli USA aggrediscano Stati sovrani come l'Iraq, commettendo crimini contro l'umanità, di cui l'Italia si rende corresponsabile per accettata "ingerenza nella politica estera".
Dunque, nessuna ingerenza nella nostra politica. E chi lo dice!
Carmelo R. Viola
giovedì 8 maggio 2008
Il dominio dell'ideologia pornografica
Questo blog si è sempre rifiutato di fare pubblicità ai libri. Tuttavia, qui farò un'eccezione, perchè il libro di cui vi offro una breve recensione oggi si ricollega molto bene alle discussioni avute in questo sito con un certo personaggio che difendeva a spada tratta la pornografia in quanto tale.
Gli autori di questo sito si rifiutano di vedere nel materiale pornografico sia un mezzo di liberazione della sessualità (maschile e femminile), sia un mezzo che rappresenterebbe la realtà in maniera neutra. Per noi, infatti, la pornografia è solo un mezzo con cui viene rappresentata in maniera degradante le donna, e questo viene effettuato per via di un sostrato fortemente "moralista", che si attua sempre dietro la rappresentazione pornografica.
Innanzitutto, due domande mi sorgono spontanee a proposito di alcune obiezioni che ci sono state rivolte: se la pornografia rappresenta la realtà, perchè allora si continua ad usufruire di materiale pornografico? Non basterebbe solo la realtà a soddisfare gli "appetiti" sessuali?
E poi: se il porno veicolasse davvero un messaggio neutrale sulla sessualità, perchè allora sono le industrie pornografiche a fare tanti soldi e non i sessuologi, che danno un contributo informativo e scientifico sulla sessualità?
Il fatto è che la pornografia non è niente di tutto ciò: essa rappresenta ancora il vecchio desiderio di potere maschile che si appoggia alla vecchia morale bacchettona, e cioè: la donna è solo un oggetto senza coscienza, liberamente disponibile al desiderio maschile.
Se la pornografia fosse veramente liberatoria, allora non si capisce perchè dopo più di trentanni di libera circolazione di materiale pornografico si continua ad usufruirne sempre di più: l'industria pornografica è l'industria più fiorente, insieme alla prostituzione, dell'intero mercato globale.
Dopo queste domande vi lascio alla recensione del libro. Prima però voglio dire che nessuno qui è favorevole alla censura del materiale pornografico. E questo per un motivo molto semplice: la censura avrebbe il potere di rafforzare ancora di più l'immagine della pornografia come mezzo liberatorio contro la morale repressiva.
Se si agisse in questo senso infatti si commetterebbe lo stesso errore che si è commesso per esempio con l'antiproibizionismo negli Stati Uniti: invece di sedare il fenomeno dell'alcolismo, lo si è raddoppiato; e questo è quello che tuttora avviene con le droghe leggere. Forse il fascino del proibito è ciò che agisce in primis dietro tutti questi fenomeni sociali . Il "tabù" infatti genera nell'uomo il desiderio di "trasgredirlo".
Per tutti questi motivi, sarebbe allora una cattiva politica sociale quella che si esplicherebbe nella pratica della censura del materiale pornografico. Bisogna invece educare alla sua lettura, capire i suoi meccansimi inconsci, capire perchè oggi si va sempre di più verso un suo vero e proprio dominio in molte realtà sociali: dalla pubblicità soft porn, trasmessa quotidianamente ad ogni ora del giorno dalla televisione, alle immagini pubblicitarie presenti in immensi cartelloni pubblicitari che campeggiano in ogni nostra città, alle adolescenti che a tredici anni si (s)vestono come delle vere e proprie "professionelle", al vero e proprio fenomeno pornografico in internet.
Non è una caso che se ne parli così poco del fenomeno pornografico. Uno di quei fenomeni più particolari che esistono, poichè più la sua presenza si fa pressante in ogni dove e meno se ne parla.
Facciamolo uscire allora dal tabù di cui si riveste e da cui deriva in primis il suo fascino "trasgressivo", affinchè, parafrasando Stanislaw J. Lec, moltiplicando le critiche si arrivi al punto di non avere più guardiani sufficienti a controllarle.
Ed ora la recensione del libro.
***
Annalisa Verza, Il dominio pornografico. Femminismo e liberalismo alla prova.
Napoli, Liguori, 2006
Recensione di Fabio Lelli – 09/01/20071. Un lungo percorso identificativo copre la prima parte del testo, una mossa preliminare alla strategia complessiva che l’autrice vuole mettere in atto sia per mettere alla prova alcuni limiti, o confini, del liberalismo e del femminismo, sia per operare un “disinnesco” della pornografia, non una sua banale e controproducente messa al bando. Si tratta evidentemente di un atteggiamento non neutrale nei confronti dell’oggetto analizzato, non motivato da moralismo ma da una precisa valutazione etico-politica.
Cosa è dunque la pornografia? Non la semplice esposizione di materiali sessualmente espliciti, ma anche e soprattutto la rappresentazione della “porné”, vale a dire della “puttana”, non certo della raffinata cortigiana, ma della donna dei postriboli, al più basso gradino della scala sociale; e ciò non avviene mettendo in scena storie di prostituzione (da notare come non venga mai raffigurato il pagamento della prestazione sessuale), ma pretendendo di raffigurare donne comuni, e quindi suggerendo, per sineddoche, che tutte le donne sono in realtà “porné”.
Ciò che è più grave in questo forma di diffamazione, è il suo nascondere una forma di dominio, un “potere erotizzato”, come sottolineato da Catherine MacKinnon: l’immagine della donna veicolata dalla pornografia è all’esatto opposto di quell’ideale di “costumatezza” che la stessa “comunità maschile”, creatrice e fruitrice della pornografia, ha imposto alle donne. La pornografia, quindi, rappresenta donne “svergognate”, degradate, che stanno inevitabilmente infrangendo il modello di comportamento che dovrebbero onorevolmente seguire. Si tratta in pratica di un doppio inganno: da un lato alla donna viene prescritto un certo modello di costumatezza, e dall’altro la stessa cultura maschile insinua per mezzo della pornografia che tutte le donne non possono mantenere questo codice di onorabilità.
Da questo raggiro, o meglio dalla sua incomprensione, nasce l’assurdità dei movimenti femministi “pro-sex” a difesa della pornografia, che possono vedere in essa o uno strumento di liberazione sessuale per l’intera società, o addirittura una rappresentazione di eguaglianza fra uomini e donne. In entrambi i casi si commette un grave errore: si scambia la pornografia con il sesso tout-court, cadendo nel suo inganno (la pornografia pretende di rappresentare la “reale” sessualità umana), avvalorando il modello di donna-porné (un’idea assolutamente maschile), per intraprendere una lotta contro la repressione sessuale, anch’essa di chiara derivazione maschile. La pornografia è dunque, nietzscheanamente, una menzogna che permette ad un certo gruppo (gli uomini) di dominarne un altro (le donne).
2. Se la pornografia fosse stata semplicemente identificata con un fenomeno di moralità privata (che coinvolge cioè unicamente adulti consenzienti), sarebbe stato estremamente difficile costruire e soprattutto giustificare quella strategia di “demistificazione” che viene proposta come alternativa alla mera censura. E sarebbe stato impossibile allontanarsi dalle prese di posizione di autori liberal come Ronald Dworkin, che difendono il diritto di espressione e che ritengono le usuali protezioni giuridiche sufficienti per affrontare gli eventuali abusi che possono essere originati dal fenomeno pornografico.
Il principio di Mill dell’harm to others quale limite e base fondamentale dell’etica e della politica liberale non deve essere scavalcato per poter agire contro la pornografia: la pornografia provoca effettivamente dei danni. Fra questi l’autrice ricorda la desensibilizzazione rispetto alla sessualità, l’imposizione sia agli uomini che alle donne di modelli di comportamento irraggiungibili e moralmente discutibili (l’esempio è l’ostentazione irresponsabile di ricchezza dei giornali patinati alla Playboy), e naturalmente gli abusi delle modelle, per le quali è poi estremamente difficoltoso dimostrare la mancanza di consenso. L’imposizione di una certa figura femminile, secondo alcune femministe fra cui Catherine MacKinnon e Andrea Dworkin, è causa inoltre della discriminazione del gruppo “donne”, e nei casi estremi anche di stupri. Le azioni legali condotte nel 1983 e nel 1984 ispirate alle tesi delle due femministe non si prefiggevano come obiettivo una censura preventiva, bensì un puro risarcimento per questi effettivi danni causati dal materiale pornografico.
Quello che qui interessa sottolineare, per rendere coerente la tesi di fondo del testo, è il danno intrinseco della pornografia, che consiste nel suo valore performativo: la pornografia è in quanto atto espressivo, una diffamazione ed uno svilimento, e quindi non può essere considerata, secondo l’autrice, alla pari di una qualsiasi altra libera espressione di un libero pensiero. Ecco perché occorre riflettere sulle strategie per affrontarla al di là delle mere “garanzie negative” e della problematica distinzione “pubblico/privato” propria della tradizione liberale. Ancora più complesso il problema del cosiddetto soft-porn, visto che nell’erotismo patinato spesso associato alla pubblicità si trasmette, sia pure in assenza di immagini sessualmente esplicite, la medesima mercificazione e svilimento della donna (e sempre di più anche dell’uomo) in modo ancora più subdolo, proprio a causa del suo non essere apertamente pornografico, privando quindi ogni eventuale fruitore della possibilità di evitarne la visione.
Si tratta, in ultima analisi, di un danno “di gruppo”, delle donne intese come gruppo; un danno estremamente grave se, come suggeriscono autori del calibro di Charles Taylor e di Joseph Raz, all’uguale rispetto e considerazione dei singoli cittadini è necessaria anche la protezione degli individui in quanto membri di gruppi specifici.
3. La pornografia si rivela in tal modo un banco di prova di grande efficacia, misurando “sul campo” i limiti estremi del classico ideale liberale della neutralità, e fungendo anche da discrimine per diverse forme di femminismo. Si può quindi leggere questo fenomeno, sempre più presente nella cultura e nell’immaginario, sia in senso negativo che in senso positivo, come un reagente eccezionale per rivelare i meccanismi interni delle ormai pacifiche idee di fondo della tradizione ben consolidata del liberalismo politico.
( da: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2007-04/verza.htm)