martedì 29 gennaio 2008
martedì 22 gennaio 2008
"Poesia in fieri" XXI
UTOPIA
Libero è il fiore
Che da paura non è ostacolato
Libero è l’uccello
Di lasciar la terra quando vuole
Libero è il vento
Di toccar ciò che brama
Libero è lo spazio
Da congeniti limiti
Libero è l’uomo
Che può dire di non esserlo
sabato 19 gennaio 2008
"Poesia in fieri" XX
STATO INTERMEDIO
Immenso
È il vuoto
Dentro me
Da traboccare
Dai pori
Della mia secca pelle
mercoledì 16 gennaio 2008
Sulla pornografia
I
La pornografia è solo un'apparente distruzione di una rappresentazione;cioè di una significazione qualsiasi, infatti essa svela il rivelarsi come "vero" di un mondo assolutamente immaginario ed ideale. E' il rivelarsi come "vero" del simulacro.
II
La pornografia fa inoltre tutt'uno con una prepotente forza storica che mira tutta raccolta in diversi campi alla distruzione teorica e pratica del "negativo", dell'oppositorio. Essa infatti immagina un mondo assolutamente ideale, dove il bisogno fa tutt'uno con la sua soddisfazione , dove il volere è tutt'uno con il potere , dove la libido trova in sè sùbita estrinsecazione non trovando davanti a sè alcun ostacolo.
Quello che descrive il porno è un mondo assolutamente idealizzato, quasi onirico, un mondo che teoricamente aspira a superare qualsiasi contrapposizione: bene e male, giusto e ingiusto, etc.
Un mondo insomma dove domina l'orgiastico perfettamente unitario: il sogno del bambino nel ventre materno.
Per questo motivo il porno non può che produrre di riflesso l'onanismo; segno di una sessualità non matura, che si crea nello stesso tempo nell'inerzia, nell'impossibilità di realizzare nel mondo una simile utopia. Esso crea così il virtuale essendo esso stesso virtuale.
III
Essendo in linea pratica utopia, il porno non può che produrre "inerzia", vista la sua impossibilità applicativa. Il bambino pauroso di vivere, l'infantile adulto è il dono più "reale" che il porno può recarci.
Come sogno utopico perciò , il porno si colloca pienamente nel solco tracciato dalla vera ideologia dominante di questa età storica, il nichilismo, essendo concretizzazione reale di una impossibilità di fondo di un cambiamento portato nella prassi. Non è un caso infatti che oggi giorno esso sia , nello spettacolo imperante, una delle ideologie più apprezzate e sia presente un pò ovunque. Esso infatti è assolutamente innocuo: crea solo onanismi solitari.
IV
La sua utopia è immaginata anche e soprattutto attraverso il sogno maschile di dominio assoluto sul non-io; dominio su tutto ciò che si pone in antitesi rispetto a questa volontà necessitata da questa libido maschile che vuole realizzarsi all'infinito.
Ma l'infinitamente ir-realizzabile si configura (si raffigura) nella riproduzione monotamente uguale ( sempieterna) delle stesse identiche rappresentazioni.
In questo senso esso è semplicemente quantitativo, e non può tollerare alcun qualitativo: dato che il qualitativo creerebbe una contrapposizione; creerebbe cioè freno all'esplicitarsi di questa libido geometrica e matematica che tende all'infinito.
Per questo dunque il bando del qualitativo, e l'accettazione invece ininterrotta di un quantitativo monotamente infinito e quindi tedioso mortalmente, proprio perchè, assolutamente, riproduce la stessa identica scena all'infinito.Il bando del qualitativo porta a questo.
Sicchè la sua riproposizione infinita diventa "rito infinito", unica risorsa possibile nell'insoddisfazione continuamente rigenerata, specchiata, da questo fallo infinitamente piangente, che va alla ricerca utopica di un qualunque appagamento sostanziale in questo mondo assolutamente insoddisfacente nella sua continua e deprimente e spleenetica riproposizione infinita delle stesse immagini.
In questo il porno è angoscia esistenziale, spleen infinitamente specchiato su sè stesso; anzi, meglio, spleen riprodotto farsescamente, rappresentazione cioè dell'infinita noia del mondo di oggigiorno, cumulo di immagini uguali.
sabato 12 gennaio 2008
Nichilismo come ordine del sistema
Pubblico qui un articolo ben radicale, che spero venga criticato da voi altri. Vuole essere solo uno spunto per una discussione ben più approfondita. Analizzando l'eutanasia e l'aborto, da una certa prospettiva ( non assolutamente clericale),mi sono accorto che entrambi possono anche essere letti come ideologie che mirano alla conservazione dell'ordine esistente. Buona critica!
NICHILISMO E' CAPITALISMO
“il capitalismo crea l'odio dell'uomo per l'uomo”
(anonimo )
1
Aborto ed eutanasia possono essere entrambe lette sotto la lente di una concezione della vita negativa, come entrambi prodotti di una cultura che ha fatto del pensiero del non-essere il fulcro e la base del suo interesse di classe.
Un interesse, questo, teso a mantenere di fatto una disuguaglianza strutturale all'interno del sistema- un modo per perpetuarsi materialmente, riproducendo così la mentalità del non essere nelle menti della maggioranza degli uomini che vivono all'interno di questa nuova società feudale.
Come pensiero radicalmente nichilista, l'aborto e l'eutanasia instillano infatti nella coscienza dei sudditi la consapevolezza che nulla si può fare per cambiare effettivamente e letteralmente “l'ordine” delle cose esistenti- preferendo così piuttosto il non mettere al mondo una persona o ucciderla al posto di opporsi e rendere questo mondo più vivibile per tutti.
Non c'è niente di più strutturale all'ideologia del potere dominante che l'aborto e l'eutanasia.
2
Aborto ed eutanasia, come pensiero del non – essere , come pensiero della non – vita , della non – lotta,
come pensiero della decadence, come pensiero strumentale alla classe dominante per mantenere l'ordine esistente nel suo stato attuale e rendere i sudditi del sistema, lasciando pur sempre loro la possibilità legale di fare a meno di lottare per la vita, nel loro stato di schiavitù perpetua.
La classe dominante regge le sorti del mondo , possedendo tutto ciò che può servire per dominare il pensiero delle masse: ha i mezzi sufficienti per instillare attraverso il caosso mediatico il pensiero negativo, appunto il nichilismo( vero e proprio dogma del pensiero post- borghese), che le metta in condizione di non agire, di non lottare, di non pensare.
Sembra che dicano: “ti dò la possibilità di ucciderti e di non avere figli : così sarai più libero e contento e non desidererai più alcun assalto al cielo, con la tua lotta per rovesciare l'ordine delle cose e cambiare il mondo!” .
mercoledì 9 gennaio 2008
"Poesia in fieri" XIX
QUOTIDIANITÀ
Fatale mi fu l’istante
In cui lo sguardo persi
E l’occasione con lui
giovedì 3 gennaio 2008
L'impronta
_ Si avvisano i gentili clienti che Libertà è terminata, finita, evaporata.
Sviliti ci guardiamo e senza esitare più del dovuto usciamo dal negozio e facciamo benzina.
Una signora sulla sessantina passa col suo minuscolo cane e poco dopo svanisce scendendo dal viale alberato verso l’ignoto della distanza.
_ Addio!
Ci ha mostrato il suo respiro, quel denso respiro del tempo freddo che compatto si mostra nell’incantato istante dell’espirazione.
Intorno a noi muri alti, tetti impalpabili, cielo invisibile.
La sfilata continua imperterrita e noi sul lato oscuro del pianeta proviamo a vincere il tedio di questo essere ingolfati e questo nostro testardo provare a non far parte del corteo della reverenza.
Riempiamo il bagagliaio con i nostri zaini pieni zeppi di tentativi esuberanti, progetti falliti e sorrisi beffardi.
Nessun barlume offre a noi il suo ardore per scaldarci e il motore si avvia: la candela si è conciliata con la benzina.
Iniziamo a volare e in questo lugubre viale tutto in doppia fila proviamo a sognare.
Il mondo, lo stato, la città: piste da bowling da abbattere con tutta la forza e la precisione disponibile; e noi ciechi domati dalla disgrazia del dolore assorbito lanciamo la palla e lei beffarda scorre e continua a scorrere nel tentativo di poter scrivere sulla propria patente: strike!
Inutilmente il semaforo si fa rosso, siamo già passati e i globuli saturano le vene e il sangue scala dettando al cuore il millesimo battito.
Maledetto sangue, sporco avanza tra le vene e va, va, va, non si ferma mai il contagio.
Vecchie palafitte, alberi in fiamme, copertoni e cerchioni che danzano: scrutiamo il vento, lo ascoltiamo, lo superiamo, ci illuminiamo l’asfalto da soli, noi luce che abbaglia la notte, quattro frecce e cambiamo, giù di una e a tavoletta l’acceleratore bacia la suola sporca di fango, riacceleriamo… ci abbracciamo al sospiro e mentre la radio invoca il regime delle leggi marziali e scatta il coprifuoco ci teniamo stretti al nostro cruscotto di nulla… svaniamo dissolvendo l’orizzonte e resta solo la traccia della sgommata che abbiamo lasciato impressa su questo sconsacrato terreno ora benedetto dal battistrada a continuare questo vortice di pazza disperazione e folle libidine: un sacchetto di plastica sul ciglio del mondo di catrame che si innalza, plana, scende, atterra, e ancora decolla, scruta, pensa, ride, piange, ama, soffre, lotta, trasporta e viene trasportato, inquina o si biodegrada, e poi muore… di continuo allo stesso ritmo della vita: sempre e mai.
E tutto intorno cosa rimane? La polvere alzata come muro contro i curiosi e la nostra impronta, solitaria solitudine che si fonde con il cielo e con il fango.