venerdì 29 febbraio 2008
Moventi di un astensionismo di sinistra
1_ Astenersi è un atto politico. Esso possiede un proprio significato e uno specifico peso sociale: è una dichiarazione di rifiuto e di presa di posizione, è un annuncio di sfida che avvia verso il viale della lotta reale, è un’opposizione radicale mediante la quale ferocemente e completamente ci si colloca contro questa dislessica forma di non-politica.
2_ Astenersi implica l’ammissione che nessun partito ha come proprio fine il superamento (rivoluzionario) del modo di produzione capitalistico: non è evidente che manca un partito che rappresenti i dominati e l’anti-capitalismo?! Ma possiamo dire di più: la lotta autentica non è una questione partitica ma di un movimento associativo sì profondamente organizzato ma allo stesso tempo radicalmente dissociato dal potere-immagine. L'vento astensione diviene perciò qualcosa di più: è la presa di coscienza che parassitari i partiti sussistono propriamente soltanto in e per questo preciso sistema di sfruttamento e di alienazione disuguagliante. Astenersi diviene pertanto il passo decisivo verso lo scontro concreto e un reale messaggio della rottura del trattato di pace venutosi a creare con l’illusione del diffuso benessere, della completa apertura e mobilità dei ruoli sociali e del fittizio spettacolo della felicità del facile consumo organizzato.
3_ Astenersi è ridare voce al malessere diffuso dell’uomo, quel malessere che dal ’68 è stato strozzato dalla stessa sinistra conformista. Contemporaneamente è ridare visibilità all’esistenza della classe dominata, quella stessa classe che nell’oscurità manovra e ci manovra con le sue scelte e le sue decisioni egoistiche ed individualiste.
4_ Astenersi è riconsegnare funzione al particolare, quel particolare celato dagli strilli dell’universale celebrato dalla campagna elettorale e dai funzionari organici del sistema. Ma non fermiamoci all'apparenza: l’universale è antitetico al capitalismo stesso, è l’ideologia portante l'imbroglio, è il falso che lacera l’evidenza della truffa, è la contraddizione attraverso la quale noi dobbiamo aprire gli occhi e guardare fuori dalla caverna. L’universale qui ed ora è menzogna irrealizzabile.
Vorrei concludere con un’importante precisazione: l’interesse strategico del nostro ragionamento in fondo non risiede tanto nell’astenersi stesso ma in questo nostro parlarne intensamente come possibilità concreta. I giorni dopo le elezioni l’astenuto e i suoi motivi saranno silenzio ininfluente, i dati parleranno di tutto ciò che non riguarda la percentuale dell’astensionismo, nessuno si chiederà il motivo che ha spinto una certa parte a rinunciare al suo diritto e dovere di voto… allora è proprio ora il momento di alzare la voce e farsi sentire. Invitiamo tutti i blog interessati a unirsi al nostro coro e alla nostra volontà di rendere manifeste le motivazioni che ci hanno spinto a questa scelta esistenziale.
Buona lotta ragazzi!
lunedì 25 febbraio 2008
Gli spettacoli come lotta di interessi tra dominanti
I LO SPETTACOLO E' POLEMOS
La "grandezza" dello spettacolo non sta tanto nel cercare divisioni vere ed effettive ma nel cercare di creare false divisioni celando però il più possibile le divisioni di interessi presenti al suo interno. Lo scopo celato dello spettacolo è quello di ottenere pel tramite di dette fittizie divisioni lo sconforto per una unione delle forze dei dominati. Lo scopo è perciò quello di demoralizzare le masse in vista di una loro possibile unione contro le forze dominanti; sempre divise.
Con questo però vanno precisate una serie di considerazioni.
Innanzittutto va detto che lo spettacolo, nuova sembianza che assume il mito nell'epoca del dominio capitalistico, non è una narrazione omogenea tanto da far affermare ai "negriani" che esiste solo un capitale assoluto, il regno delle mutinazionali sradicate su tutto il globo, che impartiscono ordini al mondo con le loro regole di capitalismo "anarchico", bensì è polemos, polemica, contrasto, divisione di interessi, combattimento tra diverse fazione di dominanti per il dominio della più grande sfera di influenza su tutto il globo. Questa sfera di influenza, perciò, non sarebbe nient'altro che un particolare dominio politico di una certa fazione , intessuta di complessi rapporti statali, sempre tra diverse fazioni dominanti presenti in una particolare formazione statale: è, cioè, in poche parole, il dominio di uno Stato, con tutte le sue diverse fazioni finanziarie, economiche, militari, intellettuali, etc, che, coalizzatesi sotto una certa idea, mirano a far divenire la loro idea politica particolare, la loro idea di economia particolare e la loro ideologia particolare, volontà di potenza che vuole imporsi come Idea Universale su tutto il mondo . Un esempio di tale idea particolare che vuole imporsi come idea universale è per esempio l'idea di globalizzazione, idea inventata e portata avanti dalle fazioni dominanti di uno Stato particolare, gli USA.
Perciò , quando si parla di spettacolo, è sempre opportuno parlare di spettacoli, poichè lo spettacolo in sè non esiste, essendo questo solo un luogo immanente di scontro tra diverse fazioni dominanti.
II LA LEVA DI ARCHIMEDE
La grande scoperta leniniana dello scontro politico tra diversi interessi interdominanti va portata avanti. Ma non nel senso di pensarla , "erroneamente" come la pensò lo stesso Lenin, come tendenza all'uniformismo e alla unione progressiva delle forze capitalistiche ( monocentrismo del capitale), bensì nel pensarla come divisione sempre presente, come polemos mal celato.
La scoperta del fatto che lo spettacolo è sempre diviso, e che egli cerchi sempre di celare questo fatto per far credere che in sè sia unito, è una cosa che va sempre tenuta in considerazione per le forze che si ritengono anticapitalistiche, poichè segna la possibilità che, coalizzandosi con certe forze che si oppongono ad altre, sempre nell'immanenza del conflitto intercapitalistico, è possibile sempre trarre linfa nuova per la propria forza antisistemica. Questa scoperta va sfruttata al meglio per chi si ritiene anticapitalista. Che la divisione del capitale sia la leva archimedea con cui "noi" lo combatteremo!
III SFRUTTARE LE DIVISIONI
Le forze antisistemiche dovrebbero agire un pò come il protagonista di un noto film di Sergio Leone ( che poi riprendeva l'idea da quel grande regista giapponese che fu Akira Kurosawa nel suo capolavoro "La sfida del Samurai"), il quale, alternativamente, sfruttava, in un paese diviso da due fazioni mafiose, l'una o l'altra di questa fazioni, prestandogli servizi ben remunerati per i loro atti delinquenziali contro l'uno o l'altra. La resa finale si ebbe quando il protagonista, avendo reso ormai le due fazioni impotenti, a causa delle lotte intestine che lui sfruttava al meglio, riusciva a liberare definitivamente il paese dalle due fazioni per autodistruzione controllata. Ecco cosa dovrebbe fare una vera forza anticapitalista. E questo dovrebbe cominciarlo a fare già a partire dal Paese in cui si trova, ma guardando sempre ai conflitti geopolitici che intessono le diverse fazioni dominanti nella loro globalità.
IV L'UNIONE NON E' MITO
Gli spettacoli sono perciò volontà di potenze che assumono il loro punto di vista particolare a egemonia universale; cioè la tendenza di ogni "monade spettacolare" è quella di assurgere al dominio dell'universale. La monade spettacolare è perciò un punto di vista particolare sull'universale.
Questo suo stato di polemos, che intesse fin nelle sue ime fibre il mondo capitalista, "appare" perciò anche tra i dominati, i quali non fanno altro che accusare in sè stessi la curvatura essenziale che il capitalismo realizza nel suo concreto farsi.
Qui però non si vuole assolutamente dire che tutti gli uomini "originariamente" sono uniti nel segno di una sorta di fratellanza cosmica, dove tutti " se vojono bbene", dove tutti " se amano", dove tutti " farebbero ammore", etc . Questa sarebbe una sorta di mal celata religiosità che parte da una presunta "origine" mitica, dove tutto è unito, a cui poi si aggiungerebbe il capitalismo, il male,il diavolo, il serpente, che divide l'essenziale unione degli uomini, portandoli alla frammentazione dei loro interessi.
Questo è puro mito. Non è di questo che io sto parlando. Quel che qui voglio dire è invece che divisione tra gli uomini c'è sempre stata e sempre ci sarà, e che questa anzi va considerata una ricchezza e non una cosa negativa. Penso anzi come il poeta che la diversità sia "la sirena del mondo", e che essa vada piuttosto salvaguardata che combattuta. Il mio discorso si batte invece contro una linea precisa di divisione che è quella che i dominanti creano a doc per mantenere il loro dominio, per evitare che si creino delle forze potenti, dal basso, che reclamano diritti di uguaglianza nello stesso senso in cui vanno intese quelle parole storiche che portavano avanti una grande Idea universale, il comunismo, e cioè che " tutti gli uomini sono uguali".
La lotta contro i dominanti, nel senso in cui l'ho spiegata prima, è perciò l'unica cosa che in questo scritto mi interessava mettere in luce.
( Continua)
giovedì 21 febbraio 2008
Spunti sul mito
Vi propongo qui una fittizia intervista, fittizia per il semplice motivo che intervistatore ed intervistato sono la medesima persona, ossia io.
Vi proporrò velocemente degli spunti su cui meditare e per essere più concreto, le mie parole sono forse troppo astratte, vi consiglio la visione del documentario “Zeitgeist”, documentario che potete trovare in rete con i sottotitoli in italiano.
Se ce l’ha, quale è il fine del mito?
Il fine del mito è celare, far distogliere lo sguardo e creare una fitta rete di illusioni: esso è sottomissione.
Come adempie ciò?
Il mito crea immagini che indirizzano il mondo verso un non-senso, quel concreto non-senso che con il suo divenire sempre più reale allontana dal vero e dalla vita.
Dove esso si realizza?
La società del capitale separa gli uomini fra loro, paradossalmente, unendoli in vuoti concetti di non-pratica. Facciamoci questa precisa domanda: cosa fa in sé e per sé il potere? Esso crea un nemico. La creazione di tale entità, entità che si incarna nell’essere o nel gruppo prescelto, ha come obiettivo quello di creare con il timore consensi, con la paura unità, con la prevenzione controllo e impossibilità di movimento. Questo indebolire la volontà umana e indirizzare la prassi vuole coprire un fatto decisivo per la ribellione: la lotta di classe. Velare il motore della storia significa distrarre l’uomo dal proprio sfruttamento e non fargli prendere coscienza di sé; ciò si realizza tramite il concetto di nemico. Ecco che allora una volta i nemici sono gli ebrei, poi i pagani, i barbari, i mussulmani, le streghe, gli appestati, i neri, i comunisti, ancora gli ebrei, ancora i comunisti, gli anti-fascisti, gli anti-staliniani, gli iracheni, i talebani, ancora i mussulmani, i palestinesi, i rumeni, gli albanesi, gli zingari, i rom, gli iraniani, i terroristi… e così via. I colpevoli si redimono rovesciandosi attraverso questo sofisticato gioco degli specchi nelle vittime della situazione. Ma tutto questo complesso processo solo con un mito originario è realizzabile. E quando il mito giunge a incarnarsi nel reale come “la Verità”, che spreco diviene parlare di sfruttamento, alienazione e disuguaglianza! Pertanto: la sicurezza sociale è in pericolo, ma lo è veramente dall’esterno?!
Dunque cosa differenzia il mito dal logos?
Il mito è una narrazione sociale che utilizza il simbolico, ossia il suo è un discorrere che rinvia sempre ad altro-da-sé. È proprio questa lontananza tra il significante e il significato che rende difficilmente intelligibile il mito facendolo deviare, rispetto al senso comune, più verso la sfera dell’irrazionale. Al contrario il logos è un pensiero diretto che mira senza indugi al vero senza creare nessuna possibilità di fraintendimento o di incomprensione. Pertanto mentre il logos è in sé e per sé scoperta e critica, il mito diviene copertura, copertura che richiedendo lo sforzo del disvelamento può divenire alienazione alienante e assoggettamento. Per questa essenziale differenza la nostra società dello spettacolo e delle immagini non può fare a meno del mito: esso è il suo intrinseco medium espressivo.
lunedì 18 febbraio 2008
Quattro frammenti di Fernando Pessoa
"Il maestro agita la bacchetta,
e la languida e triste musica irrompe...
Mi ricorda la mia infanzia, quel giorno
quando giocavo presso il muro di un giardino
tirandovi contro una palla che aveva da un lato
lo slittare di un cane verde, e dall'altro
un cavallo azzurro che correva con un jockey giallo...
prosegue la musica, ed ecco nella mia infanzia
d'improvviso tra me e il maestro, muro bianco,
va e viene la palla, ora un cane verde,
ora un cavallo azzurro con un jockey giallo...
Tutto il teatro è il mio giardino, la mia infanzia
è in ogni luogo, e la palla arriva suonando musica,
una musica triste e incerta che passeggia nel mio giardino
vestita da cane verde che si trasforma in jockey giallo..."
***
" Io potrei morire triturato da un motore
con il sentimento di delizioso abbandono di una donna posseduta.
Gettatemi dentro le fornaci!
Spingetemi sotto i treni!
Bastonatemi a bordo di navi!
Masochismo attraverso macchinismi!
Sadismo di un non so che di moderno e io e chiasso
[...]
( Essere tanto alto da non poter passare da nessuna porta!
Ah, guardare è in me una perversione sessuale!).
***
Al di là, al di là di Dio! Nera calma...
bagliore di Ignoto...
Tutto ha un'altro senso, oh anima,
anche l'avere- un- senso...
***
"Per esser grande, sii intero : nulla
di tuo esagera o escludi.
Sii tutto in ogni cosa. Poni quanto sei
nel minimo che fai.
Così in ogni lago la luna intera
brilla, perchè alta vive."
(Dedicata ad Alessandro)
giovedì 14 febbraio 2008
Astensionismo, astensionismo e ancora astensionismo!!
(...) Ciò che in realtà avviene è che, astenendosi dal voto, il popolo di fatto scioglie il governo - non solo nel senso stretto di far cadere l'esecutivo in carica, ma in modo più radicale. Perché il governo è gettato nel panico dall'astensione degli elettori? Perché è costretto ad affrontare il fatto che esiste, che esercita il potere, solamente nella misura in cui è riconosciuto dai suoi cittadini - accettato anche attraverso il rifiuto. L'astensione degli elettori va oltre la negazione infrapolitica, il voto di non fiducia: respinge la struttura stessa della decisione. (...)
(...) L'astensione al voto si pone così come un autentico atto politico: ci obbliga a confrontarci con la vacuità delle odierne democrazie. (...)
Slavoj Zizek, La violenza invisibile, 2007
"Famo una bella cosa , dai!, namo al mare nei giorni d'elezzioni!!"
Detto di Anonimo Assurdista, 2008
sabato 9 febbraio 2008
Intervista a Costanzo Preve ( 2° parte)
2) Le scelte della politica virtuale sono non scelte, ma amministrazione della realtà data dall’esistente. Le scelte strategiche sono preordinate e presupposte alla politica, scaturiscono dalle fasi di trasformazione dell’economia globale. La fluidità e la precarietà delle situazioni contingenti, del resto, non consentono scelte a medio e lungo termine. In tale situazione, vediamo riprodursi specularmente nella politica le fasi e i tempi che scandiscono i cicli economici. Così come la vita degli individui è scandita dai ritmi e dai modi di consumo, anche la politica, attraverso il culto dell’immagine virtuale, propone leaders diversi nella loro apparenza, ma del tutto omologhi e fungibili nella sostanza dei contenuti: leaders assimilabili ad oggetti di consumo dalla rapida obsolescenza. La politica si è dunque adeguata ad una realtà economico – sociale caratterizzata da una mobilità immanente, in cui tutto scorre, nulla permane, senza nemmeno consequenzialità logica tra presente, passato e futuro immediato. Tale eterno divenire si esaurisce in una sequenza infinita di attimi in cui vengono consumate immagini, merci ed idee. Questa condizione umana di mobilità – relativismo è del tutto sganciata da qualunque divenire storico, non avendo obiettivi finalistici che trascendano l’immediato presente. Il divenire della politica virtuale, non contiene una realtà in fieri futuribile, ma può riassumersi in una mobilità permanente, in cui agiscono masse composte da milioni di microcosmi individuali fini a se stessi. La politica virtuale, quindi, è il prodotto di un individualismo relativista globalizzato, si è potuta affermare proprio in virtù di questo vuoto di soggettività, dello sradicamento dell’uomo dalle comunità sociali di appartenenza, che, quali corpi sociali intermedi orientavano le scelte individuali sia nel campo etico che in quello politico. La politica è ormai immagine virtuale, proprio a causa dell’assenza di una società civile che potremmo paragonare ad un laboratorio sociale in cui possano maturare, sia a livello individuale che di gruppo, scelte mediate, partecipate e consapevoli nell’ambito politico.
Una delle più grandi eredità viventi della filosofia classica greca sta nel riconoscimento del fatto che per natura l’uomo è un “animale politico” (politikoon zoon). Se questo è vero – come io credo – allora questa politicità può essere a lungo manipolata, sottomessa, sospesa (come avviene ad esempio negli esodi difensivi nella vita privata ed amicale alla Epicuro, eccetera), ma non può essere mai abolita. E questo avviene anche necessariamente nell’epoca dell’attuale politica “virtuale”, che personalmente definirei con maggiore precisione come epoca della simulazione politica in condizioni generalizzate di tramonto della sovranità statuale, economica e militare, in cui appunto la “decisione politica” (e cuore della politica è appunto la decisione politica, boulesis), non può più decidere nulla, perché decidono soltanto i mercati finanziari, i comandi militari dell’impero americano, i gruppi mediatici sionisti alla Murdoch, eccetera, insomma tutti all’infuori degli impotenti deputati e senatori eletti da un corpo elettorale manipolato e soprattutto privato di ogni sovranità democratica decisionale. Non viviamo infatti in una democrazia, è chi lo dice o mente sapendo di mentire o è un ingenuo che vuole mettere la testa sotto la sabbia come uno struzzo. Viviamo in una oligarchia finanziaria integrale in condizioni di dispotismo mediatico capillare. Se fossi negli USA, in cui effettivamente il voto conta qualcosa essendo il centro decisionale dell’impero, voterei probabilmente per il meno peggio contro il peggio (ad esempio, voterei contro i neoconservatori di Bush). In Italia, paese privo della benché minima sovranità ed occupato da basi militari straniere, non voto dal 1992, e non me ne vergogno affatto.
E comunque il punto essenziale sta in ciò, che neppure la manipolazione virtuale più capillare può spegnere del tutto la naturale dimensione politica della natura umana. In quanto animale dotato di linguaggio e ragione (zoon logon echon), l’uomo è per natura un animale politico (politikon zoon). Se ne sono accorti gli stupidi dirigenti del comunismo storico novecentesco recentemente defunto (1917 – 1991). La distruzione endogena del loro movimento è stata certamente causata in modo storico-strutturale dalla controrivoluzione sociale di massa delle nuove classi medie sovietiche alleate con i dirigenti delle imprese di stato e con i gradi alti della nomenklatura privatizzatrice criminale (Gorbaciov, Jakovlev, Eltsin, eccetera), e sostenute dai capitali occidentali e sionisti. Ma questa controrivoluzione di massa non avrebbe potuto essere portata a termine con successo se non fosse stata prima abolita e distrutta ogni possibilità di azione politica indipendente dei lavoratori. I lavoratori degli strati medi e bassi della popolazione sovietica, che non avevano nessun interesse alla privatizzazione controrivoluzionaria selvaggia che li avrebbe trasformati in massa in mendicanti, disoccupati, criminali, badanti e prostitute, ma che erano stati privati dal precedente dispotismo dello stato-partito post-staliniano di ogni possibilità di azione e di mobilitazione politica indipendente, furono impotenti di fronte alla controrivoluzione dell’alleanza classi medie-dirigenti delle imprese di stato – strati superiori della nomenklatura – capitalisti stranieri mafiosi. Nato sulla base di un’iniziativa politica (1917), il comunismo storico novecentesco è morto di assenza di ogni possibile iniziativa politica (1991).
Qualcosa di simile potrebbe forse avvenire anche per l’attuale ipercapitalismo finanziario globalizzato. Non sono sicuro che gli convenga veramente distruggere interamente la politica, sostituendola con la manipolazione virtuale integrale. La stessa manipolazione mediatica ha assai più la funzione di passivizzazione (l’individuo isolato e privo di legami sociali di fronte al piccolo schermo) che di vera e propria “manipolazione attiva”. Il tempo dei cortei e dei comizi (Hitler, Mussolini, Stalin, Togliatti, De Gasperi, eccetera) è stato superato dalla tecnologia, e cioè dalla passivizzazione mediatica e dei giornali gratuiti in cui c’è solo più ormai cronaca e niente politica. I giornali “politici” a pagamento (il Giornale, la Repubblica, il Manifesto, eccetera) non sono più veramente giornali di informazione, ma sono giornali di coltivazione di appartenenza identitaria e di simulazione Destra/Sinistra.
L’Italia è un paese particolare, in cui la manipolazione post-politica virtuale segue logiche proprie. Da un lato il Grande Berlusca attinge a piene mani nell’inerzia dell’anticomunismo di massa 1948-1992. Dall’altro Veltroni eredita dalla mobilitazione comunitaria subalterna e manipolata dei Festival dell’Unità una massa enorme (sia pure fortunatamente decrescente) di truppe cammellate da far affluire per le cosiddette “primarie” (altro segnale indiscusso di americanizzazione artificiale e virtuale). Queste truppe cammellate, che uniscono alla nostalgia per il comunismo l’avallo ai bombardamenti dalemiani del 1999 sulla Jugoslavia, sono però per fortuna assai più la chiusura di un ciclo storico che l’apertura di un ciclo storico nuovo, i cui termini esatti non sono ancora purtroppo chiaramente percepibili. Solo chi vivrà vedrà.
martedì 5 febbraio 2008
Intervista a Costanzo Preve ( 1°parte)
Pubblicherò qui , in tre parti, una lunga intervista apparsa sulla rivista "Italicum". Non preoccupatevi del fatto che la rivista appartenga al mondo della Destra, come si desume facilmente dal suo nome , poichè l'importante non è tanto la sua collocazione ma quanto i suoi contenuti: e questa intervista di contenuti ne ha da vendere. Quindi, via quella ideologia che suole non volere alcuna forma di "contaminazione" con ciò che è "estraneo" - ideologia secondo cui chi è di sinistra non deve avere alcun rapporto "impuro" con ciò che è di destra - ma razionale confronto tra idee, che deve portare a superare quelle vecchie scissioni, comode solo alla politica virtuale di oggi.
L'articolo è ben potente. Costanzo Preve, l'intervistato, è una delle persone più illuminate che esistono in Italia. Grande conoscitore del marxismo, uomo di pensiero e di azione, pensatore radicale nel senso più sostanziale della parola, in questa intervista si confronta con un "neofascista".
Leggendo integralmente l'intervista, però, ben si capisce che hanno entrambi un pensiero critico contro la società capitalista di oggi, che ben riassume ciò che in precedenza ho detto, e cioè che bisogna superare quelle vecchie dicotomie che ci intrappolano ( antifascismo e fascismo) , utili solo a guastare ogni vera azione critica,per arrivare infine ad un superamento di esse e quindi ad un confronto con ciò che si pensa diverso ma che alla fin fine nella critica sta dalla nostra stessa parte della barricata. Per comodità dividerò questa intervista in tre parti in modo da non essere troppo stancante nella lettura.
Au revoir.
Virtualità antropologica e capitalismo assoluto (intervista a Costanzo Preve)di Costanzo Preve/Luigi Tedeschi* - 23/11/2007Fonte: Italicum [scheda fonte]
Sono d’accordo con la tua tesi di fondo, per cui “la linea direttrice univoca dell’evoluzione sociale e politica è determinata dal primato dell’economia globalizzata, assurta a dogma finalistico-totalizzante del destino dell’umanità”. Se questo è oggi “l’oggetto del contendere” – e mi sembra chiaro che lo sia – allora le tre tradizionali contrapposizioni che abbiamo ereditato dal novecento (e cioè Destra/Sinistra, Fascismo/Antifascismo ed infine Comunismo/Anticomunismo), non possono che essere reimposte artificialmente in via appunto “virtuale”. E qui sta a mio avviso uno dei più importanti e decisivi aspetti della “virtualità politica” oggi, e cioè costringere i veri conflitti politici attuali nella dimensione virtuale di un “videogioco” politico. Non a caso il videogioco, il centro commerciale come comunità artificiale di consumo, il concerto rock come sublimazione pseudo-religiosa di massa, l’esaltazione del femminismo e della coppia gay, come indebolimento della coppia tradizionale borghese-proletaria (e cioè sia borghese che proletaria), la discoteca come frastuono individualizzato che supera il vecchio ballo sessualmente sublimato (il valzer), così come il vecchio ballo eroticamente palese (il tango), il pacifismo ridotto a cerimonia ritualizzata di pecoroni salmodianti e sfilanti dietro pagliacci in trampoli, l’ecologismo alla moda da agriturismo veltroniano, la diffusione a macchia d’olio dell’ideologia interventista e missionaria delle ONG (organizzazioni non-governative, in realtà governative-imperialiste-integrali) con contestuale legittimazione dell’interventismo militare occidentale contro i barbari in burka, eccetera, eccetera, fanno parte integrante di un unico complesso sistemico di “uniformazione antropologica globalizzata” (UAG), in cui la virtualità è diventata “strutturale”. Ma ci ritornerò sopra fra poco.Utilizzando le categorie teoriche del cosiddetto Sesto Capitolo Inedito del Capitale di Marx (libro – lo ripeto – né di destra né di sinistra, e qui sta il suo enigma filosofico di fondo), direi che in questi ultimi due secoli si è determinato un passaggio progressivo da una sottomissione puramente formale ad una sottomissione reale ed integrale dell’ideologia del progresso al processo di approfondimento integrale dell’accumulazione capitalistica. Questo stesso concetto è stato espresso anche da Martin Heidegger con un linguaggio diverso da quello di Marx, nei termini dell’integrale consumazione progressiva della tradizione della metafisica occidentale nella tecnica planetaria. E se pensatori tanto diversi come Marx e Heidegger finiscono con il dire la stessa cosa, sia pure sulla base di dinamiche di pensiero diversissime, significa che vale la pena pensarci sopra con serietà e spregiudicatezza insieme.Nella prima fase storica di sottomissione puramente formale dell’idea di progresso alla logica dell’accumulazione capitalistica (nel linguaggio di Heidegger, fase metafisica; nel mio linguaggio categoriale, fase borghese del capitalismo), l’idea di progresso conteneva ancora elementi emancipativi di tipo critico-universalistico (Condorcet, Kant, Hegel, Marx, eccetera), che non coincidevano ma anzi divergevano dalla logica puramente economica. Si trattava dell’elaborazione della coscienza infelice borghese, di residui di giusnaturalismo egualitario, di istanze di riconoscimento reciproco fra padroni e servitori, di progetti di passaggio universalizzato dalla superstizione alla razionalità dialogica, eccetera. E’ questo il codice comune di gran parte della filosofia moderna post-cartesiana.Nell’attuale seconda fase storica di sottomissione reale ed integrale dell’idea di progresso alla logica di sviluppo dell’accumulazione capitalistica (nel linguaggio di Heidegger, fase della risoluzione integrale della metafisica occidentale in tecnica planetaria; nel mio linguaggio categoriale, fase postborghese e postproletaria del capitalismo assoluto), l’idea di progresso diventa integralmente ideologia manipolatoria del progresso, come tu correttamente rilevi. Sta qui la base materiale della cosiddetta “virtualità”, e cioè della creazione strutturalmente funzionale di un mondo parallelo al mondo reale. Il mondo reale, infatti, ha perduto ogni residua capacità di legittimazione religiosa, filosofica e morale (sottomissione reale del lavoro al capitale, risoluzione integrale della metafisica occidentale in tecnica planetaria, piramide sociale neofeudale postborghese e postproletaria con aumento inaudito dei differenziali di potere, sapere, consumo, differenziali ormai anonimi ed impersonali, creazione di comunità subalterne, manipolate e virtuali per far fronte ai naturali bisogni di antropologici associativi della natura umana, eccetera). La perdita di ogni residua capacità di legittimazione sociale razionale (che nelle culture occidentali è stata realizzata prima religiosamente e poi a partire dal settecento razionalmente) è stata allora “compensata” (ma fino a quando? Speriamo il più brevemente possibile!) con l’introduzione massiccia e pianificata di dosi di virtualità crescente. E’ questa (e non la cocaina, l’eroina e l’ecstasy) la principale droga dell’epoca presente. E tuttavia anche la massiccia diffusione delle droghe ha sempre come base materiale la necessità sociale di dosi sempre più massicce di “virtualità”.