lunedì 31 marzo 2008

Evento poetico

Per chi fosse interessato ad una genuina serata poetica tra dilettanti e pseudo-dilettanti poeti vi linko la seguente iniziativa:

http://www.comune.bresso.mi.it/pagine/pagina.aspx?ID=Poesienelc001&L=IT

Mi meraviglia un'iniziativa di tal genere e perciò la evidenzio nella sua rarità provinciale... la periferia ne risente così tanto di questa era del quantitativo ed ogni piccolo sforzo che tende alla qualità io calorosamente lo abbraccio senza esitazione alcuna.

Il sottoscritto sarà lietamente presente.

Buona lotta!

domenica 30 marzo 2008

Contro il razzismo


"Il razzismo è una forma di alter-fobia, cioè di rifiuto di ammettere, non soltanto l'altro, ma la nozione anche di diversità. Ci sono secondo me due forme di razzismo, molto diverse ma convergenti. La prima è quella del razzismo classico, brutale e discriminatorio, che mira a dividere, a predominare, o sradicare gli altri per la sola ragione che sono diversi. La seconda, più sottile, consiste nel non ammettere l’Altro fino a che non sia stato riportato allo “Stesso”. Dire che "gli uomini sono tutti gli stessi", che ci sono "soltanto uomini come gli altri", può sembrare generoso. È effettivamente soltanto un modo di mostrare che si è incapaci di comprendere e riconoscere la diversità. Il punto comune di questi due razzismi è l'allergia alla differenza".
Alain De Benoist






Pubblico qui una serie di articoli che descrivono accuratamente cosa si deve intendere per razzismo, per discriminazione, per capro espiatorio, etc, etc.
Sono articoli di una chiarità cristallina che devono essere sempre tenuti a mente; soprattutto oggi, che viviamo il razzismo contro il popolo rumeno o contro il popolo rom o contro tutte le altre minoranze come una cosa normale su cui magari si può fare anche una battuta.
Contro tutto questo razzismo montante basterebbe la semplice frase "ciascuno di noi ha diritto a essere considerato un essere umano dall'individualità unica". Basterebbe davvero questo per fare scomparire rattamente tutti i pregiudizi razziali, per smontare ad una ad una tutte le falsità su cui il razzismo e il pregiudizio nei confronti del "diverso-da-me" poggiano.
A ragione Alessandro nel post di qualche giorno fa rifletteva sulla categoria di nemico come categoria indispensabile per il rafforzamento del potere. Riflettiamo su queste cose. E così sarà palese che dietro il razzismo montante di oggi ci sta sempre il potere di un certo ceto dirigente che per coprire le proprie nefandezze e le proprie incapacità usa le minoranze come capro espiatorio su cui far sfogare la rabbia della gente che altrimenti si sfogherebbe contro di lui.
E, allora, se abbiamo capito questo, prendiamocela invece con quel pattume umano che è la classe dominante italiana di oggi ( politici e , più in là, malfattori della peggiore risma, come una certa classe dirigente italiana indicata da La Grassa con la sigla G.F.&I.D.) e non contro il popolo rumeno o il popolo rom.
Basta con il razzismo! Combattiamolo sempre, su ogni linea. E che la nostra rabbia si abbatta contro chi detiene veramente le leve del comando e calpesta la vita degli italiani come quella dei rumeni e dei rom.
Vi lascio ora agli articoli. Buon proseguimento, augurandomi che queste riflessioni vi accompagnino nella vita sempre, in ogni situazione in cui vi trovate.

***



Stereotipi

Intendiamo qui per stereotipo una generalizzazione sul conto di una persona o di un gruppo di persone. Esso si sviluppa nel momento in cui non siamo capaci, o non abbiamo voglia, di ottenere tutte le informazioni necessarie per poter giudicare con equanimità persone o situazioni. In mancanza del quadro completo, gli stereotipi in molti casi ci permettono di "riempire le caselle vuote". La nostra società spesso crea e perpetua alcuni stereotipi innocentemente, ma anche in questo caso si può arrivare a una discriminazione ingiusta e alla persecuzione, se lo stereotipo è negativo.

Per esempio, se passiamo attraverso un parco a notte fonda e incontriamo tre persone anziane con la pelliccia e col bastone da passeggio, non abbiamo la stessa sensazione di pericolo che avremmo se incontrassimo tre adolescenti coi giubbotti di cuoio. Perché? In entrambi i casi generaliziamo. Queste generalizzazioni nascono da esperienze personali, da ciò che abbiamo letto sui libri o sui giornali, che abbiamo visto alla televisione o al cinema o che ci è stato raccontato da amici e famigliari. In molti casi una generalizzazione è abbastanza attendibile. Eppure, letteralmente ogni volta, ci affidiamo al pregiudizio per attribuire a una persona caratteristiche note da stereotipi, senza essere a conoscenza di tutti i fatti. Con le stereotipizzazioni diamo per scontato che una persona o un gruppo di persone sia in un certo modo. Molto spesso capita che si abbiano stereotipi su persone che appartengono a gruppi che non conosciamo direttamente.

La tv, i libri, i fumetti e il cinema sono fonte inesauribile di personaggi stereotipati. Per molto tempo, ad esempio, la cattiva industria cinematografica e la televisione hanno tratteggiato personaggi di romani indolenti e di buon cuore, di napoletani che cantano e mangiano gli spaghetti, di milanesi che pensano solo a fare i soldi, di siciliani mafiosi, di americani neri che parlano con tutti i verbi all'infinito, stupidi, pigri o violenti. Queste caratterizzazioni hanno incoraggiato i pregiudizi. Allo stesso modo le donne fisicamente attraenti sono state dipinte, e lo sono tuttora, come poco intelligenti, poco adatte all'attività intellettuale e di abitudini sessualmente promiscue.

Gli stereotipi nascono anche dal timore nei confronti di persone appartenenti a minoranze. Per esempio, molti ritengono che un malato di mente commetta facilmente atti violenti. La statistica non conforta questa teoria: le persone con malattie mentali non sono più violente del resto della popolazione. Forse i pochi casi, isolati ma assai pubblicizzati, di persone con disturbi mentali che compiono atti di violenza in stato di raptus hanno gettato il seme di questa credenza.
Probabilmente è così che sono nati in origine alcuni stereotipi: una serie di azioni compiute da un membro isolato di un gruppo viene ingiustamente attribuita al carattere del gruppo nel suo insieme.



Discriminazione

Quando giudichiamo persone o gruppi in base ai nostri pregiudizi o stereotipi, e per questo li trattiamo diversamente, compiamo un atto di discriminazione. Quest'ultimo può presentarsi in molte forme. Si può esercitare una pressione, subdola o dichiarata, in modo da scoraggiare gli appartenenti a una data minoranza dal prendere alloggio in un determinato quartiere. Appartenenti a minoranze o donne sono talvolta vittime di discriminazioni per ciò che riguarda il lavoro, l'istruzione e i servizi sociali. Può accadere che ci teniamo lontani da persone che in passato hanno sofferto di malattie mentali perché abbiamo paura che ci possano far del male. Le donne e le minoranze sono spesso tenute lontane da posizioni elevate nel mondo degli affari. Molti club americani hanno statuti di appartenenza che escludono ebrei, neri, donne o altri.

A causa della discriminazione vi sono stati casi in cui la giustizia civile e penale non è stata uguale per tutti. Per esempio alcuni studi provano che un afroamericano accusato di omicidio colposo ha significativamente più probabilità di essere condannato a morte di un bianco accusato dello stesso crimine.



Razzismo

Generalmente gli antropologi e gli scienziati che studiano l'uomo e le sue origini accettano che sia possibile dividere la specie umana in razze basate sulla complessione fisica e genetica. Molti, ma certamente non tutti gli afroamericani, sono fisicamente diversi dal tipo caucasico, anche al di là della pelle scura: hanno i capelli crespi, per esempio. Tutti gli studiosi sono d'accordo nell'affermare che non vi è alcuna prova credibile che una razza sia culturalmente o psicologicamente diversa da un'altra, o che una razza sia superiore a un'altra. Studi compiuti in passato che siano giunti a conclusioni del genere si sono rivelati gravemente difettosi da un punto di vista metodologico, oppure intrinsecamente preconcetti.

Tuttavia, nonostante tutte le prove scientifiche che dimostrano il contrario, vi sono persone che ritengono che la propria razza sia superiore a tutte le altre. Queste persone, collettivamente denominate "razzisti", sono quelle che più facilmente compiranno atti di discriminazione, persecuzione e violenza contro coloro che essi ritengano appartenere a razze "inferiori".

Nell'Europa del secolo XIX, gli ebrei erano considerati una razza inferiore con caratteristiche somatiche e di personalità precise. Alcuni pensatori teorizzavano il fatto che queste particolarità sarebbero sparite nel momento in cui gli ebrei avessero ottenuto l'emancipazione politica e sociale e fossero stati integrati nella società. Altri credevano che questi tratti fossero trasmessi geneticamente, e che fossero immutabili. La teoria razziale, distorta in una pseudo-scienza, accreditava stereotipi ereditati dall'antisemitismo classico e cristiano (vedi L'antisemitismo moderno). Una crescente enfasi nazionalistica additava inoltre gli ebrei come "elemento straniero", che poteva contaminare stirpe e cultura locali, e, in potenza, soggiogare economicamente e politicamente la popolazione indigena (vedi Adolf Hitler). Questa storia pregressa fu il terreno fecondo su cui poterono fiorire l'ideologia nazista e il programma di genocidio.

Gli stereotipi razzisti in Italia sono moltissimi: il più noto e ormai classico è quello del Nord "che lavora" contro il Sud "che non fa niente e si mangia tutti i soldi del Nord". Ma, dopo molti decenni di vita in comune nelle grandi città industriali, esso è forse andato attenuandosi: molti ex "terroni" si sono integrati, e possono a loro volta esercitare, insieme con gli abitanti del Nord, il proprio razzismo sui nuovi "terroni", gli extracomunitari che a partire dagli anni Ottanta hanno raggiunto il nostro paese. Ben presto sono nati gli stereotipi: marocchini ("sporchi, non hanno voglia di far niente"), somali ed eritrei ("non è colpa loro, ma hanno una pelle che puzza"), filippini ("sono le colf più brave di tutte, ma i mariti non hanno voglia di lavorare"), persone dell'Est europeo ("tutte puttane"), nigeriane (idem), albanesi ("tutti violentatori"), peruviani ("tutti ladri") ecc. Vi sono stati, in alcuni quartieri delle grandi città del Nord, soprattutto a Torino e a Genova, veri e propri episodi di guerriglia urbana fra bande di cittadini e di immigrati.

I neri giunsero nell'America del Nord dall'Africa come schiavi, e i loro discendenti sopportarono secoli di oppressione. Durante la guerra civile gli schiavi furono liberati e ottennero la cittadinanza. La discriminazione continuò. Nel Sud le leggi "Jim Crow" imponevano loro gabinetti, autobus e case di cura separati.
Il razzismo contro gli afroamericani è ancora presente negli Stati Uniti. Nonostante le leggi e i meccanismi di tutela contro la discriminazione, i neri d'America hanno ancora problemi di integrazione per ciò che riguarda la casa, l'occupazione e l'istruzione; inoltre esistono organizzazioni razziste quali il Ku Klux Klan che, benché contino pochi membri effettivi, si muovono attivamente per reclutare gente ai raduni di massa tenuti in Pennsylvania e altri stati allo scopo di diffondere il messaggio d'odio contro neri, ebrei, cattolici e altre minoranze.
A livello locale, amministrativo e federale sono state promulgate leggi sui diritti civili, per combattere il razzismo, le persecuzioni e le discriminazioni che il razzismo incoraggia. Se il Primo Emendamento della Costituzione americana protegge il diritto di ciascuno a riunirsi pacificamente e a parlare liberamente, il messaggio razzista provoca sempre una reazione di condanna da parte dei membri responsabili delle comunità in cui i razzisti vanno a predicare.


Il concetto di capro espiatorio

La politica del capro espiatorio consiste nel dare la colpa a un individuo o a un gruppo di persone di un insuccesso, reale o immaginario, dovuto ad altri. Il termine è di origine biblica. Il sommo sacerdote poneva la propria mano sul capo di una capra, trasferendo così i peccati della comunità sull'animale che veniva lasciato libero nel deserto.

Accade non di rado di incolpare qualcun altro dei nostri fallimenti, e specialmente di dare la colpa a quelli che non vogliono, o non possono, difendersi. Accade non di rado che siano le minoranze a fare da capro espiatorio. In primo luogo esse sono spesso isolate all'interno di una società: sono quindi un bersaglio facile. Chi sta nel gruppo di maggioranza è facilmente convinto delle caratteristiche negative di un gruppo di persone con cui non ha alcun contatto diretto. Violenze, persecuzioni e genocidio possono accadere perché si dà la colpa di qualche disagio sociale a una minoranza. Disoccupazione, inflazione, carenza di cibo, peste, delinquenza per le strade sono tutti esempi di mali che nei secoli sono stati attribuiti a questa o quella minoranza.



Demagogia e propaganda

Alcuni tipi di pregiudizio vengono tramandati di generazione in generazione. Quello contro gli ebrei, detto antisemitismo, è documentato da più di duemila anni. Generalmente, tuttavia, l'odio violento contro le minoranze viene risvegliato da leader carismatici che sfruttano passioni latenti ai propri fini politici. Questi capi sono detti "demagoghi", e le loro armi a questo scopo sono la propaganda e la disinformazione (ovvero l'azione di fornire informazioni volutamente errate). Essi generalmente hanno successo perché alla gente piace credere che i propri problemi siano di semplice soluzione. Mediante tecniche propagandistiche si creano argomenti persuasivi atti a dimostrare che questo o quel gruppo ha la colpa di tutto, e che i problemi scomparirebbero "se non fosse per quei... (e qui si riempie lo spazio col nome della minoranza prescelta)". Più un popolo è istruito, meno è facile convincerlo con questi sistemi. In un società libera, in cui vi è libero accesso all'informazione, diventa ancor più difficile.



Reazioni positive al pregiudizio e agli stereotipi

Per combattere pregiudizi, stereotipi, discriminazioni e la politica del capro espiatorio, per prima cosa bisogna capirli. Tutti noi abbiamo pregiudizi su individui di gruppi diversi dal nostro. Dovremmo però ammettere che non agiamo secondo giustizia se per questi motivi trattiamo le persone diversamente. Ciascuno di noi ha diritto a essere considerato un essere umano dall'individualità unica.

Nel suo discorso al Lincoln Memorial nel 1963, noto come "Io ho un sogno", Martin Luther King Junior, combattente per i diritti civili, disse: «Io ho un sogno: che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non verranno giudicati per il colore della loro pelle ma per le loro qualità morali». Egli spese la sua vita a lottare contro l'intolleranza e i pregiudizi. Il suo messaggio era rivolto non solo ai neri d'America, ma a tutte le minoranze oppresse. A causa delle sue posizioni coraggiose contro l'odio razziale egli subì gravi torti personali, fino a quando fu assassinato da un sicario razzista. Eppure il suo messaggio di fratellanza, di comprensione, di dialogo fra gruppi diversi, di resistenza non violenta all'ingiustizia, non è morto con lui. Negli Stati Uniti il suo compleanno è una festa nazionale.

Tutti noi conosciamo lo stato di angoscia provocato da una battuta di spirito che mette in ridicolo una particolare minoranza. Ci vuole coraggio per rifiutare queste battute o questi soprannomi e per lottare attivamente contro i pregiudizi e l'intolleranza ch'essi generano.È importante combattere l'ingiustizia, smascherare discriminazioni, stereotipi e cacce alle streghe che fanno da sfondo alle persecuzioni, alle violenze e al genocidio.

mercoledì 26 marzo 2008

"Come son giuste le elezioni!"

Una canzone di Giorgio Gaber del 1973, tanto per ricordarsi ironicamente della democrazia! Buon ascolto (andate su You Tube e troverete il video: Giorgio Gaber, "Le elezioni").


Le elezioni

Generalmente mi ricordo
una domenica di sole
una giornata molto bella
un'aria già primaverile

in cui ti senti più pulito
anche la strada è più pulita
senza schiamazzi e senza suoni

chissà perché non piove mai
quando ci sono le elezioni.

Una curiosa sensazione
che rassomiglia un po' a un esame
di cui non senti la paura
ma una dolcissima emozione,

e poi la gente per la strada
li vedi tutti più educati
sembrano anche un po' più buoni

ed è più bella anche la scuola
quando ci sono le elezioni.

Persino nei carabinieri
c'è un'aria più rassicurante
ma mi ci vuole un certo sforzo
per presentarmi con coraggio
c'è un gran silenzio nel mio seggio

un senso d'ordine e di pulizia.
Democrazia!

Mi danno in mano un paio di schede
e una bellissima matita
lunga, sottile, marroncina,
perfettamente temperata

e vado verso la cabina
volutamente disinvolto
per non tradire le emozioni

e faccio un segno sul mio segno
come son giuste le elezioni.

È proprio vero che fa bene
un po' di partecipazione
con cura piego le due schede
e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata...

io quasi quasi me la porto via.
Democrazia!

sabato 22 marzo 2008

"Poesia in fieri" XXIII


CURIOSITÀ

Catartiche essenze
Distaccate paranoie
Dove spediti ci avviamo?

Ventiquattrore tra le lenzuola si concludono
Il torpore ci avverte
La veglia è incubo
Il reale non è mai tale

Scoraggiati emigriamo
Il fisico non può sollevarsi
Compiere l’obiettivo non è immagine
Coatti ci assoggettiamo

Chi ci può biasimare?

Cosa dietro si cela
Ad una così strutturata tela?

giovedì 20 marzo 2008

Sul "bullismo"

Si sente parlare spesso in televisione di "bullismo" cercando le spiegazioni più improbabili a questo fenomeno. Ma nessuno si è mai chiesto che ciò è il risultato della cultura italiana, che da sempre ha schernito l'uomo colto, la persona intelligente? Già Leopardi ne parlava nel suo Zibaldone, di questo cinismo tutto italico nei confronti della persona colta. Il bullismo non è che il riflesso di questo sottofondo culturale presente da secoli nella ignorante ed involuta società italiana.
Perciò, avendo in mente tutte queste considerazioni riguardo tale fenomeno "giovanile", che i giornalisti italioti sembrano accorgersene solo adesso, quanto piacere mi ha fatto leggere questo piccolo stralcio di Alfio Squillaci trovato su una bella rivista di internet intitolata "la frusta"( titolo omonimo di una rivista settecentesca). L'articolo è molto bello e invito voi tutti a leggerlo .


***

Il disprezzo per i secchioni
La spinta a conformarsi verso il basso, a scegliere come modello di eccellenza il più indisciplinato, il più caciarone, il più somaro, è molto evidente nella società italiana. Andrebbe trattata come un paragrafo della sindrome di arretratezza socio-culturale del nostro paese. Che il primo della classe venga schernito, insultato, vilipeso, o addirittura spinto al suicidio (come purtroppo è successo a Porto Ercole nel gennaio 2008 e a Ischia nell’autunno 2007) è un’indicazione preziosa di quella che è la moral basis della società italiana. Premesso che il ricco e il furbo (spesso ricco perché furbo) desta la massima ammirazione come modello, non sfugge invece il persiflage, lo sfottò, per usare il termine canonico leopardiano, verso il merito e l’eccellenza. C’è un controllo sociale feroce degli incolti verso le persone colte (spesso guardate con sospetto), nulla di quella ammirazione compunta che la società francese riserva ai savants, a les itellos etc, un desiderio di ridurli al proprio livello, il più infimo possibile.
Non è un caso che Mike Bongiorno furbescamente abbia determinato la propria fortuna mostrandosi sempre al di sotto di ogni sapere medio, sbagliando a bella posta i congiuntivi o le nozioni più elementari, per mettersi “allo stesso livello” dei telespettatori, col preciso intento di non irritarli, di non disturbarli; allo stesso modo il cantante Celentano mena vanto della propria semplicità non proprio francescana, ma furba, bertoldesca, dichiarandosi “il re degli ignoranti”. Di questo fenomeno ci hanno avvertiti sia Umberto Eco col suo Diario minimo, sia Luciano Bianciardi, che scriveva acutamente «I nostri presentatori della televisione avevano successo, e lo hanno, in quanto riassumono ed esprimono certi difetti, certe tare nazionali. Mike Bongiorno ne riassumeva più di tutti, ed ecco perché lo possiamo stimare il più mediocre, quindi il più bravo» («L' antimeridiano», di Luciano Bianciardi, volume secondo, è edito da Isbn Edizioni e ExCogita (pagine 1938, €69)
C’è un sacro terrore in Italia a presentarsi in società facendo mostra di sapere. Il cazzeggio si scatenerebbe crudelmente annichilendo chiunque. «Parla come mangi»! Ma nessuno di loro però si azzarderebbe a mangiare come parla: ah no! A tavola gli italiani sono dei signori, dei Lorenzo il Magnifico!
«Da noi, scrive Massimo Palmarini Piattelli sul Corriere del 13 dic. 2007 “secchione”, “superdotato” e “primo della classe” (che dovrei piuttosto scrivere al femminile, dato che le femmine, ovunque nei Paesi avanzati, superano oramai in media i maschi) sono insulti, non attributi di merito. Invece, i primi della classe (sì, i cosiddetti secchioni), sono tesori da coltivare, investimenti insostituibili per il nostro futuro e dovrebbero essere circondati dalla stessa ammirazione riservata, per esempio, ai migliori atleti».

domenica 16 marzo 2008

Ode marittima di Alvaro de Campos ( eteronimo di Fernando Pessoa)


S
olo, sul molo deserto, in questo mattino d'estate,
guardo verso l'entrata del porto, verso l'Indefinito,
guardo e mi appaga vedere,
piccolo, nero e chiaro, un piroscafo che entra.
Avanza lontanissimo, nitido, a suo modo classico.
Nell'aria lontana lascia dietro di sè la striscia vana del
fumo.
Sta entrando, e il mattino entra con lui, e dappertutto sulla
foce
del fiume si risveglia la vita marittima,
si alzano le vele, avanzano rimorchiatori,
spuntano piccole barche oltre le navi ormeggiate nel porto.
C'è una leggera brezza.
Ma la mia anima sta con quel che vedo meno,
col piroscafo che entra,
perchè esso sta con la Distanza e il Mattino,
col senso marittimo di questa Ora,
con la dolorosa dolcezza che sale in me come una nausea,
come il principio di un mal di mare, ma nello spirito.

Guardo da lontano il piroscafo, con una grande
indipendenza dell'anima,
e dentro di me, lentamente, un volano comincia a girare.



Tutta la vita marittima! tutto nella vita marittima!
Si insinua nel mio sangue questa seduzione sottile
e io fantastico indeterminatamente di viaggi.
Ah, le linee delle coste lontane, appiattite dall'orizzonte!
Ah, i promontori, le isole, gli arenili delle spiagge!
Le solitudini marittime, come certi momenti nel Pacifico
nei quali, non so per quale mai suggestione appresa a
scuola,
si sente pesare sui nervi il fatto che quello è il più grande
degli oceani
e il mondo e il sapore delle cose diventano un deserto
dentro di noi!


Mi chiamano le acque,
mi chiamano i mari.
Mi chiamano, levando una voce corporea, le lontananze,
sono tutte le epoche marittime sentite nel passato, che
chiamano.



Tu, marinaio inglese, Jim Barns amico mio, fosti tu
che mi insegnasti questo grido antichissimo, inglese,
che così contagiosamente riassume
per le anime complesse come la mia
il richiamo confuso delle acque,
la voce inedita e implicita di tutte le cose del mare,
dei naufragi, dei viaggi lontani, delle rischiose traversate...

Ahò ò-ò ò-ò-ò-ò-ò ò-ò-ò---yyyy...
Schooner ahò-ò ò-ò-ò-ò-ò ò-ò-ò-ò-ò----yyyy...

Ti ascolto da qui, ora, e mi desto a qualche cosa.
Freme il vento. Sale il mattino. Il caldo esplode.
Mi sento avvampare il viso.
I miei occhi coscienti si dilatano.
L'estasi in me si leva, cresce, avanza,
e con un brontolio cieco di sommossa si accentua
la rotazione del volano.



Chiglia spezzate, navi colate a picco, sangue sui mari!
Tolde piene di sangue, frammenti di corpi!
Dita mozzate sulle murate!
Teste di bambini quà e là!
Gente con gli occhi di fuori a gridare, a ululare!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!



Sento solo il mare, la preda, il saccheggio!
Sento solo battere in me, battermi
le vene delle mie tempie!
Sgocciola sangue caldo la mia sensazione dei miei occhi!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!
Ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé-ohé!



Ah piratas, piratas, piratas!
Piratas, amai-me e odiai-me!
Mescolatemi a voi, pirati!
La vostra furia, la vostra crudeltà come parlano al sangue
di un corpo di donna che un tempo fu il mio e di cui
sopravvive la foia!


Mi viene in mente che sarebbe interessante
impiccare i figli sotto gli occhi delle madri
( ma mi sento, mio malgrado, quelle madri),
sotterrare vivi nelle isole deserte i bambini di quattro anni
portando i genitori in barche fin lì a vederli
( ma rabbrividisco, ricordandomi di un figlio che non ho e
che sta dormendo tranquillo a casa).
Aguzzo un'ansia fredda di crimini marittimi



Ma la mia immaginazione si rifiuta di accompagnarmi.



Passa, lento vapore, passa e non restare...
Allontànati da me, allontànati dal mio sguardo,
vattene da dentro il mio cuore,
perditi nella Lontananza, nella Lontananza, bruma di Dio,
perditi, segui il tuo destino e lasciami...
Chi sono io per piangerti e interrogarti?
Chi sono io per parlarti e amarti?
Chi sono io per essere turbato dalla tua vista?
Salpa il molo, cresce il sole, si erge oro,
splendono i tetti e gli edifici del porto,
tutta questa parte della città brilla...
Parti, lasciami, diventa
prima la nave in mezzo al fiume, stagliata e nitida,
poi la nave verso l'uscita del porto piccola e nera,
poi un vago punto all'orizzonte ( oh mia angoscia!),
un punto sempre più vago all'orizzonte...,
poi nulla, e solo io e la mia tristezza,
e la grande città ora inondata di sole
e l'ora reale e nuda come un molo ormai senza navi,
e il giro lento dell'argano che, come un compasso che
ruota,
traccia un semicerchio di non so quale emozione
nel silenzio commosso della mia anima...

( Pubblicato in "Orpheu", 2 Luglio 1915; traduzione di Antonio Tabucchi.
L'ode qui pubblicata non è intera. Ho seguito qui la recita che ne è stata fatta in un film portoghese, che invito tutti a vedere, il cui titolo italiano è "Conversazione conclusa" ( titolo originale: "Conversa acabada", di Joao Botelho, Portogallo, 1981).

giovedì 13 marzo 2008

"Poesia in fieri" XXII


TRAUMA

Pure indisposto mi sono
Per una poesia

Uscito dal cerchio
Al freddo sostavo
Per ciò
Che ora sottovoce leggo
Davanti a questo camino
Da cui adirate urla si distaccano
Nell'impotenza del loro zampillare

Questo è l’Inferno!

venerdì 7 marzo 2008

Lettera aperta del Movimento As.sur.do. al blog Wolfstep, ovvero sull’importanza della qualità e non della quantità

Uriel e soci,
noi non siamo offesi perché ci avete giudicato, cosa che comunque si dovrebbe fare solo dopo essere entrati in possesso di una certa conoscenza e con un’imprescindibile correttezza per non cadere altrimenti nell’arroganza e in una spocchiosa non-costruttività, ma vorremmo esservi nel nostro piccolo d’aiuto non tanto per quello che dite ma per il modo in cui lo dite.
Secondo noi voi del nostro discorso non avete capito assolutamente ‘na mazza e sparate sentenze solo per seguire la moda dell’alternativo e dell’oppositore ad ogni costo. Il vostro blog non è per niente stupido ma non riuscirà mai a compiere il passo decisivo verso un vero cambiamento culturale, terreno portante per qualsiasi praxis rivoluzionaria o semplicemente autenticamente critica. Wolfstep? Un’entità che abbaia molto ma che non morde per nulla.
Ci siamo accorti dell’esistenza del blog Wolfstep non per caso e non per caso ci siamo messi a leggerlo ma per caso, e forse tardi, ci siamo accorti del suo giudizio, poco motivato, su di noi.
Dove sta allora il problema? Voi siete liberi di scrivere quello che volete, già questo è in parte lodevole, ma se continuerete ad essere così ottusi ed ortodossi voi non sarete mai una reale antitesi, una minaccia. Wolfstep con il suo slang da quattro soldi, con il suo gergo da invasato profeta impotente, è sinceramente inutile, immerso completamente nei canoni del sistema esso inconsapevolmente si china come un semplice servitore. Il linguaggio è l’unica arma che noi ancora possediamo contro l’invisibile potere d’oggi. A cosa può concretamente servire un blog che si impegna solo in chiacchiere, in un narcisistico parlare male stile Novella 2000?! La critica ha un proprio linguaggio: complesso e semiaperto, ossia non propriamente per tutti. Ciò è inevitabile se si vuole entrare veramente nella problematicità e nel campo del vero. L’anarchismo linguistico e pratico lo lasciamo volentieri agli sterili e decadenti centri sociali d’oggi, rovine di quel ’68 che è meglio dimenticare nel suo delirio di onnipotenza e non di quel vero ’68 che ancora ai tempi nostri fa fatica a filtrare nella nostra chiusa cultura del consumo e del political-correct. La parola fa paura ma finchè sarà non-filosofica, non-ricercata, non-profonda, il potere si rafforzerà e diverrà sempre di più un Leviatano difficile da battere e da abbattere. Egli ringrazia vivamente quando si vede attaccato da illusi e allucinati Wolfstep.
Lo stesso dicasi per le tematiche: parlare di attualità sarà sicuramente una forma di giornalismo depurato dall’ideologia ma se noi vogliamo cambiare questo stato di cose e iniziare a fare realmente la storia allora è necessario accantonare la cronaca ed entrare nel recinto del logos per sforzarsi di comprendere cosa sta dietro a questi problemi che altro non sono che prodotti e sintomi che rinviano a un qualcosa d’altro. Ed è proprio questa base che va compresa. Fermarsi alle apparenze, scrutare le ombre e pensare di poter dedurre da ciò la verità è pericoloso e fuorviante…bisogna uscire dalla caverna e farsi carico delle proprie scelte. È per questo motivo che a noi quelli come Grillo non piacciono. Chi non capisce che la causa di tutto è il sistema di produzione allora parla inutilmente. E chi dice che comunque bisogna prendere intanto delle decisioni è un illuso e non evita con questi discorsi l’autodistruzione. Mentre i convinti realisti diranno che la società senza classi è lontana o mera utopia e quindi che bisogna darsi alle piccole lotte di quartiere noi non rispondiamo… l’otium non fa per noi.
Speriamo il vostro blog diventi più fecondo nei confronti di questa lotta contro il radicato invece di continuare a masturbarsi con una povera ideologia mentalmente occludente. Anticipando la domanda: ma voi che parlate tanto cosa fate di così grande? Poco, pochissimo. Probabilmente pure il nostro sforzo è vano ma andiamo fieri almeno di tentare di dare una concreta voce al malessere quotidiano di questo tempo, nel quadro generale di comprendere quella struttura da cui tutto deriva come sovrastruttura, attraverso un’impegnata filosofia e un’arte riflessiva cercando di evitare continuamente di cadere nel pettegolezzo e nella blaterazione. Spero questa lettera vi sia di aiuto. E se temete di fare la nostra stessa fine, ossia quella di far persino ridere, come qualcuno ha detto, noi vi invitiamo vivacemente a farlo: meglio far ridere che far piangere in questa società così già di suo estremamente colma di tristezza… il riso è in fondo una così alta arte e dopotutto è sempre l’attività di un pensiero sveglio.
Con la completa consapevolezza di ricevere una risposta, speriamo costruttiva e derivata da una vissuta autoriflessione, per nulla in odio o disprezzo non modificabile,

Movimento As.sur.do.